Venere emerge dal mare al tramonto

Afrodite e Artemide

(Prima parte)

Confrontare due simboli femminili dell’antichità greca, Afrodite e Artemide, significa dedicarsi a un’opposizione tra due dee sicuramente molto diverse, ma complementari e indissociabili, che gli ultimi decenni, per i cambiamenti sociologici e comportamentali, evocano immancabilmente.

Si tratta di due personalità agli antipodi, tenuto conto innanzitutto del fatto che la loro emersione nella mitologia coincide con epoche lontane. La prima, intesa come forza cosmica, è nata dalla schiuma del mare dopo l’evirazione di Urano ed è un simbolo di fertilità in grado di colpire gli dei stessi oltre agli umani. La seconda è una dea vergine, gemella di Apollo e figlia di Zeus e della titanide Leto, che corre per le foreste e sfugge al mondo civile.

Il rapporto con il corpo di queste due divinità, una volta entrate nel campo dell’antropomorfismo, è radicalmente opposto: Afrodite si dedica senza ritegno alla seduzione e al piacere per natura, per rispondere al suo fondamento cosmico; Artemide è inavvicinabile,  di un’assoluta castità, come chiese al padre già bambina, per obbedire esattamente alla posizione che occupa nell’Olimpo.

Afrodite predilige alcuni simboli certamente legati agli amori: la colomba, la rosa, il mirto, (legato al matrimonio) e lo specchio. Artemide appartiene invece al mondo selvatico e solitario: i suoi simboli sono l’arco, le frecce, l’orsa, i cani da caccia e la luna.

Si tratta di due concetti femminili che si raggiungono seppur contraddittori.

Il potere di Afrodite riposa su una forza della natura alla quale nessuno può scampare, sia egli mortale o immortale: il desiderio e l’emozione. Quello di Artemide, invece, si fonda sul controllo di sé e sull’allontanamento del genere maschile. Non è lecito nemmeno vederla: il povero Atteone, noto esperto nella caccia al cervo, dopo averla sorpresa al bagno fu trasformato da lei nel suddetto animale e sbranato dai propri cani.

L’incontro più inaspettato tra le due dee concerne l’atto di dar la vita: entrambe, infatti,  favoriscono la vita.

Afrodite perché provoca l’attrazione sessuale che porta al concepimento; Artemide, sebbene vergine, protegge il parto.

L’opposizione di questi due concetti non rimandava nell’antica Grecia al bene e al male, bensì alla complessità dell’anima umana.

L’armonia (intesa come assemblaggio ed equilibrio delle parti), fu un’idea centrale della civiltà greca che subì lungo i secoli diverse variazioni, ma che escludeva comunque gli estremi.

La società non sarebbe sopravvissuta ad atteggiamenti tipici e univoci dell’una o dell’altra dea.

Originalmente, l’armonia si riferiva alle leggi del cosmo, della città e dell’anima umana.

Con Omero, (VIII secolo) prevalsero i sensi della proporzione, del limite e della misura.

Era un principio universale che i pitagorici (Pitagora, 570-490 a.C.) espressero in relazione ai numeri, rilevando gli intervalli musicali che estrapolandoli a tutte le componenti dell’esistente.

Se le leggi dipendevano dagli dei, esse risultavano di stampo religioso; ed è interessante notare che il predominio maschile apparve soltanto quando dai principi primordiali si passò all’antropomorfismo, seppur tardivo. Ad esempio Artemide, appena nata, aiutò la madre a partorire suo gemello, Apollo.

Nacquero così il periodo naturalistico e quello umanistico.

Con Eraclito, (540-475 a.C.), saranno le tensioni tra gli opposti a governare il mondo.

Tensioni che creano la vita e suscitano l’armonia.

Dopo il principio divino degli opposti, Eraclito espresse varie considerazioni sull’intelligenza, tra cui un aspetto metafisico che insisteva sulla dimensione infinita dell’anima: “I confini dell’anima peregrinando non li potrai mai trovare, pur se tenti ogni via a tal punto così profonda è la sua ragione (logos)”.

E ancora:

Dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, fame e sazietà”.

Con quella dinamica, il filosofo si rivelò un fondatore della dialettica.

 

La visione metafisica ed idealista fu tuttavia sviluppata da Platone nel ‘Timeo‘.

E così fatto è visibile il corpo del cielo, l’anima poi invisibile; ma essendo

ella partecipe di ragione e armonia, ella è infra tutte le generate cose la più buona

fattura del più buono degli intelligibili eternali enti.

 

Dalle dee alle idee, la via che ci conduce riporta a Eraclito (‘Sulla natura‘, frammenti) :

Ascolto non danno, dire non sanno,

queste cose molti che vi si imbattono,

travisano né apprese le comprendono

pur se lo credono ”.

 

L’anima si ispira ai sensi, di cui dovrebbe diffidare, ma non può sfuggire al fuoco che la governa. L’opposizione tra Afrodite e Artemide diventa così una necessità le cui oscillazioni mirano a un equilibrio vitale nel quale, persino a volerlo negare e che il corpo resista o meno, l’anima si immerge e attinge l’energia.

Le due forze fondamentali in gioco non si annullano ne lottano l’una contro l’altra:  alimentano l’indispensabile dualismo che preserva dall’aridità della carne e del cuore, e protegge dalla dipendenza e dalla promiscuità.

Infatti, tale contrasta apparentemente paradossale, fonte di armonia, determina i comportamenti e soddisfa i bisogni, a livello sia generico sia personale. Entrambe le divinità sfoggiano la medesima qualità di autonomia, sotto forme diverse che le distinguono e le accomunano: Afrodite per un’emotività che non la rende vulnerabile e per il dono di trasformarsi a piacimento; Artemide per l’indipendenza selvaggia che dimostra.

Sono, l’una come l’altra, lontane dagli stereotipi che i monoteismi svilupperanno in seguito, (dalla donna di facili costumi alla zitella incallita), due personaggi indissociabili dalla figura del maschio dominante. Il passo compiuto con i monoteismi trasformò radicalmente il principio originale in precetto morale, e la componente caratteriale in scelta comportamentale.

Afrodite rappresentava un’immediatezza, l’hic et nunc del corpo e dell’esserci: la passione, come attrazione, ispirazione, estetica e creatività, senza legame.

Artemide incarnava l’indefinizione e la completezza, l’appartarsi dal gruppo ma anche la solidarietà con i più deboli e con le donne.

Ambedue definiscono un rapporto specifico con l’uomo, scandito dal tempo. Afrodite seduce, fa innamorare, ma muovendosi di trasformazione in metamorfosi, vive senza costruire l’amore. Artemide lo respinge. In entrambi i casi, l’istante e l’eternità si confondono: non tanto per la presenza maschile acronica o assente che le dee occultano (si pensi a identità di uomini come Adone e Anchise tra gli amanti mortali della prima, o a Atteone tra gli spasimanti della seconda), quanto per il simbolismo che rivela il prezzo e il valore dell’indipendenza di due divinità che incarnano due manifestazioni del mondo delle donne.

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