Questo detto si può considerare come una libera – e semplificata – riduzione di un famoso pensiero di Blaise Pascal (il n. 182 H 9) che recita: “Ma alla fine, cos’è un uomo nella natura? Un nulla davanti all’infinito, un tutto davanti al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto, infinitamente lontano dal comprendere gli estremi. Il fine e il principio delle cose gli sono inesorabilmente nascosti da un segreto impenetrabile”. L’umanità, da sempre, si è trovata – o per meglio dire – scontrata con il dilemma sul suo sentirsi, per un verso, oppressa da ciò che la circonda e, per un altro, esaltata dalla tensione per dominarla. In effetti, guardando il cielo stellato – uno spicchio dell’universo di cui è parte e gli altri infiniti universi che ad esso si affiancano – le persone provano un senso di scoramento. Si sentono prostrati e, drammaticamente, pensano di essere nulla più di un granello di sabbia in un deserto senza confini. Tuttavia, quasi per una inconscia rivalsa – cercano, in ogni modo, sino dalla più remota antichità – di dominare questo infinito che li sovrasta. E lo hanno fatto ricorrendo o al sentimentalismo o all’estremo razionalismo: in sintesi, a una stravagante vicinanza. Vicinanza che li ha indirizzati, prima, verso l’astrologia e la magia e, poi, verso l’astronomia. In tempi più recenti, li ha spinti a immaginare lontani pianeti misteriosamente abitati, extraterrestri colonizzatori della terra o UFO che – incuriositi dal nostro mondo – lo avvicinano per insidiarlo. O, più semplicemente, per capirlo. Ma non hanno, neppure, disdegnato di rivolgersi alla letteratura: come insegna Jules Verne con il suo celebre romanzo “Dalla terra alla luna” o, attualmente, con i diffusissimi romanzi fantascientifici. Ma il problema rimane inalterato: apparentemente senza possibilità di soluzione.
Tuttavia, forse questo problema – talora angosciante – si può risolvere. Lo si deve, però, spostare dall’esteriore all’interiore, seguendo la massima di Agostino: “nell’intimo dell’uomo abita la verità” (De vera religione, 39, 72). Significa che bisogna considerare il dilemma tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo come il carattere precipuo di ogni persona. Infatti, ogni persona che abita su questa Terra racchiude in sé una dimensione infinitamente grande e una infinitamente piccola: solo deve rendersene conto. Deve comprendere che – grazie ai suoi comportamenti e al suo modo di considerare sé stesso e il mondo che lo circonda – può innalzarsi ad un livello infinitamente grande. Quello che coincide con la saggezza, la bontà, la pace interiore. Parimenti, può sprofondare nell’infinitamente piccolo. Piccolo che si manifesta nell’accettare il negativo a tutti i livelli e, così, perseguire la disonestà, la furbizia, il disprezzo verso gli altri e la violenza verso il prossimo e la natura. D’altronde – come scriveva Giovanni Pico della Mirandola nel suo De hominis dignitate (1486) – l’uomo può innalzarsi alle vette angeliche o abbruttirsi come un demone. La domanda che ne consegue è se si può evitare questa dicotomia. Una dicotomia, drammatica che sembra attraversare la storia e l’essere stesso delle persone: senza avere nessuna risoluzione. In realtà, due sono le possibilità a disposizione per ricomporre ciò che è diviso. Una – non certo facile – è l’utilizzo del “libero arbitrio”. È una parola oggi desueta perché implica un forte impegno della volontà e una chiarezza nelle scelte. E scelte e volontà – nella postmodernità – sono, per lo più, delegate ai social e alla loro straordinaria capacità di influenza. In questo modo, viene accettato una sorta di “libero arbitrio collettivo” che libera i singoli da ogni responsabilità. Questo, però, non significa che una persona coraggiosa e “umana” non possa scegliere – secondo la propria coscienza e senza lasciarsi influenzare – ciò che ritiene giusto e confacente al proprio animo. L’altra possibilità è altrettanto e forse ancora più difficile – perché ingloba in sé anche la prima – è quella di esaminare, a fondo, il proprio animo. Deve essere una ricerca il cui fine non è quello di reprimere, ma di comprendere. Comprendere che la persona umana è un misto di positività e di negatività e che non potrà mai – pena la perdita della propria umanità – essere totalmente “un angelo” o totalmente “un demone”. Deve accettare la sfida che comporta l’equilibrio degli opposti che vivono dentro di lui, sapendo che qualsiasi scelta deve avere come fine il sentirsi partecipe di un tutto: come la natura e il cosmo che ci circonda. E che anch’essi sono una mescolanza di positività e negatività.
Accettando di percorrere questa via, gli esseri umani si sentiranno non schiacciati ma partecipi sia dell’infinitamente grande che dell’infinitamente piccolo. Sentiranno di essere parte di un tutto che diventa parte in ciascuna persona e viceversa. E così potranno guardare il cielo stellato, un bosco, una montagna, un prato o qualsiasi essere vivente sentendosi cielo stellato, bosco, montagna, prato e qualsiasi essere vivente