Afrodite e Artemide (seconda parte).
Se ci prendiamo la libertà di estrapolare sul piano simbolico i miti antichi per applicarli all’odierna psicologia culturale, Afrodite e Artemide evocano i grandi cambiamenti comportamentali degli ultimi decenni. Il crollo del patriarcato ha praticamente trasformato la condizione maschile da ‘necessità vitale’ a ‘scelta affettiva’.
Afrodite, ereditata dall’Oriente e quindi dea arcaica, incarna un assoluto immediato: quello che accade.
Artemide, olimpica e quindi inclusa in una gerarchia definita da Zeus, incarna un ordine.
Entrambe propongono due archetipi nati da un medesimo fenomeno culturale. Se i monoteismi promossero un’immagine teologica di Dio Padre (sebbene Dio non abbia sesso), il suo carattere maschile non rimase confinato al campo teologico, ma si estese a quello antropomorfico, con tutte le conseguenze socioculturali possibili, che non mancarono di affermarsi. Il modello maschile derivò così direttamente dal divino.
Poiché un simile modello non fa più presa sotto i cieli del liberalismo moderno e non ha trovato sostituto, ad esso è succeduto un certo smarrimento. Afrodite e Artemide raffigurano, in tal senso, due poli avversi e complementari, indissociabili, nei quali le donne si cercano fino a riconoscersi e gli uomini sono spinti a ridimensionare la propria posizione sociale e relazionale.
Tuttavia, in assenza di riferimenti condivisi o di un simbolismo comune (come potevano essere in passato la teogonia o le Scritture), la cosiddetta ‘crisi maschile odierna’ non riesce a costituirsi come un’alternativa da cui sbocci, per adesso, qualcosa di più di esitazioni e dubbi; per la maggior parte degli uomini, la novità sembra ridursi alla partecipazione agli impegni domestici, che non sono e non dovrebbero essere associati al genere.
Tra Afrodite e Artemide, l’incapacità di situarsi rispetto all’una e l’altra segna l’abbandono di una figura maschile dominante e mostra la difficoltà nel delineare quella che le possa succedere. Questo è particolarmente visibile in molti film e romanzi in cui la presenza femminile rimane secondaria e direttamente condizionata dalle tribolazioni violente ma vittoriose del protagonista.
Ida Magli (1925-2016, ‘La femmina dell’uomo‘, 1982), esplicitò le cause dell’incomunicabilità tra generi nel suo saggio antropologico in questi termini:
« Di qui la necessità di studiare il comportamento “deviante“, e di qui anche il grande apporto dell’antropologia alla comprensione della “malattia mentale“, che ha permesso di intuire lo strettissimo nesso fra i fenomeni culturali e i “contenuti” patologici o apparentemente patologici del comportamento. Questo– indirizzo si è rivelato, poi, estremamente proficuo, proprio per la comprensione della malattia mentale “femminile“, dato che non c’è aspetto del comportamento della donna, nei suoi vari modi di rifiutare il ruolo e i valori che la cultura le assegna, che non passi attraverso i significati fondanti della mestruazione, dell’impurità, della
“potenza“ del suo sesso (ivi incluse la verginità come rifiuto allo “scambio“, la prostituzione, la stregoneria). »
Pensare il femminile significa, secondo un effetto specchio, definire il maschile, e viceversa.
Le elaborazioni simboliche perdurano nel tempo oppure non attecchiscono; un po’ come quando si cucina una crema: o si rapprende o non si condensa. Per secoli, le medesime parole hanno qualificato il femminile, malgrado l’evoluzione dei comportamenti, plasmando così un ‘eterno femminile’ la cui principale peculiarità, oltre a rinviare ad alcuni pregiudizi negativi, ometteva di rispecchiare il maschile se non sotto forma di potere: colui che dava un tetto, il cibo e la protezione.
Il maschile sfuggiva così al sempiterno moralismo rivolto alla donna ‒ colmo di luoghi comuni e sottintesi ‒, utile sia per esercitare un potere, sia, paradossalmente, per non scoprire mai quale essere potesse nascondersi dietro il velo con cui si pretendeva di screditarlo.
Ida Magli denunciò la cultura che attribuisce agli “atteggiamenti femminili”, ritegni, eccessi, devianze o insubordinazioni, e insistette sulla confusione che consisteva nel giudicare culturale uno stato determinato dalla natura:
« Ben diversa dalla situazione di “sacralità”, di potenza, di evitazione in cui può trovarsi il consacrato, il sacerdote, l’iniziato, lo sciamano, che è sempre “acquisita”, sempre culturale, quella della donna è invece per prima cosa legata a un “dato” fisiologico, da cui non solo non potrà mai liberarsi, ma nei confronti del quale la donna viene a trovarsi in una strana posizione di ambiguità, d’incertezza, di conflittualità, dato che è costretta a riaccettare in termini culturali quello da cui in ogni caso è determinata perché “dato” naturale.
(…) la natura della donna è l’espressione della sua sessualità: per questo dunque, la donna è legata al suo sesso come al suo destino; per questo i giudizi su di lei sono giudizi che passano attraverso il sesso e il suo comportamento sessuale è così prescritto socialmente e così significativo per la società. Sempre per questo, la donna può operare in proprio soltanto attraverso vie che sono necessariamente “eversive” dell’ordine culturale costituito, e che passano anch’esse, direttamente o indirettamente, attraverso il sesso: prostituzione, verginità, stregoneria, malattia mentale. Tutti momenti di rottura della norma, i soli in cui è concesso alla donna esprimere il suo conflitto, sfruttando la stessa potenza di cui è stata caricata ed oppressa. »
Sottolineiamo quanto la periodicità lunare, invece di rimandare in primo luogo alla donna, sia stata spesso sfruttata nelle leggende popolari e nelle opere artistiche di ogni latitudine (dal Giappone – ‘I racconti della luna e della pioggia‘ di Akinari, 1776, adattati per il cinema da Mizogushi, 1953, a Bertolucci – ‘La luna‘, 1979 – o alla ‘Luna di fiele‘ di Polanski – 1992), per le vicissitudini malefiche che suggeriva.
Afrodite e Artemide vanno quindi congiunte come il giorno e la notte, riabilitate in quanto coppia indissociabile e dualismo armonico, e non opposte o respinte. Solo allora, poiché i vecchi modelli culturali (“Dio è morto”), l’amore ‒ inteso non come frammentazione indefinita che pretende di rappresentarlo, represso o esaltato, bensì come un quadro simbolico ‒ potrà integrare contro l’ignoranza, il disprezzo, il conflitto e la violenza, (maschili o femminili), una sacralità. ossia un principio che trascenda i comportamenti e le relazioni.
A causa del rifiuto della cultura espresso per secoli (tra monachesimo e adorazione dei cieli da un lato, ed esaltazione e mitizzazione del sesso dall’altro), il dualismo maschile / femminile non può più essere simboleggiato se non come scrisse la Magli, attraverso un corpo che parla del proprio caos e che ha perso il linguaggio per descrivere se stesso.
L’amore può da solo, strutturare questo linguaggio e liberare dal caos?
Il corpo ha bisogno d’amore e l’amore della carne.
Pensiamo al neonato che non riceve né carezze né parole. Pensiamo al moribondo che non può né stringere una mano né ascoltare una voce nel silenzio dell’ignoto.