L’autore di questa celebre frase è Gabriel Marcel – filosofo, drammaturgo, critico musicale – che è stato un esponente di spicco del cosiddetto “esistenzialismo” cristiano. Corrente di pensiero il cui presupposto è il diretto rapporto sussistente tra l’uomo e Dio. Indipendentemente da questo, l’aforisma merita attenzione, riflessione e comprensione della sua importanza. Importanza che è, sempre, coincisa con una indiscutibile verità di cui la storia può fornire un numero infinito di esempi: sia al negativo che al positivo. Nel primo caso, troviamo illustri pensatori che – al contrario di quello che scrivevano o affermavano pubblicamente – avevano comportamenti assolutamente diversi o, persino, del tutto contrastanti. Qualche esempio – in tempi non arcaici – lo offrono, con evidenza, due filosofi di rango: come Hegel e Rousseau.
Hegel si sentiva l’interprete, in terra, dello Spirito Assoluto che s’invera nella storia. Nella realtà quotidiana, il suo spirito andava in altra direzione. Un ego elevato al massimo livello lo spingeva alla ricerca delle posizioni accademiche più ambite, unendo a questa aspirazione un quasi maniacale delirio di grandezza. Così, quando giocava a carte con gli allievi, voleva sempre vincere. Se cambiava sede universitaria – come è avvenuto molto spesso – misurava il suo tavolo da lavoro, volendo che fosse più grande di quello dei colleghi. Inoltre, non disdegnava i piaceri della carne, mettendo incinta la donna di servizio: ma si sa “lo spirito soffia dove vuole”. Ma anche il famoso Rousseau è un esempio di non poco conto. Rousseau, nel suo notissimo saggio-romanzo Emilio o dell’educazione, traccia un percorso pedagogico in cui si rappresenta come il maestro che, con amorevolezza, educa il giovane Emilio in nome di un nuovo modello di società. Peccato che questo padre della moderna pedagogia – ancora oggi stimato e quasi venerato – affiderà, appena nati, tutti i cinque figli, avuti dalla moglie Thérèse Levasseur, all’Ospizio dei Trovatelli dove, sicuramente, non avranno potuto sperimentare le progredite idee dell’augusto genitore. Un altro caso è quello di Albert Einstein – indubitabile genio e padre della fisica moderna – celebre per alcune frasi come: “Una vita tranquilla e modesta porta più gioia che una ricerca di successo legata a continua irrequietezza”. Peccato però che il pacifista, scanzonato e irriverente Einstein – amante della “vita tranquilla” – si comporterà con le donne in maniera durissima, autoritaria, punitiva e al limite della malvagità. Inoltre, sembra – anche se non vi è certezza – che la prima figlia, Lieserl, non fu mai riconosciuta da lui e, subito dopo la nascita, data in adozione. Certo, ai geni – secondo la comune vulgata – si dovrebbe perdonare quello che alle persone comuni non viene perdonato, tuttavia esistono, anche, persone geniali che se non si curano – come Einstein – se “Dio non gioca a dadi con l’universo” ma cercano, invece, di “lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato”: come Lord Baden Powell of Gilwell, fondatore del Movimento Scout.
Tuttavia, vi sono molti esempi in cui il l’aforisma del titolo s’invera positivamente. Due sono esemplari. Il primo riguarda Marc Leopold Benjamin Bloch che non era un filosofo, ma uno dei più eminenti storici francesi. La sua fama non gli verrà, soltanto, dagli studi sulla “psicologia collettiva della trincea nella Guerra del 1914-1918” a cui aveva partecipato, ma dai suoi memorabili studi, a carattere comparativo, sul Medio Evo. Partecipando alla Resistenza francese contro il nazismo sarà catturato, imprigionato e torturato. Impavido – al pari di Socrate – affronterà la fucilazione nel nome di una convinzione che contraddistingue l’Umanità: al di là e al di sopra di ogni filosofia. È quella che troviamo incisa sulla sua tomba al Pantheon di Parigi e che si traduce nell’amare sempre – a qualsiasi prezzo – la verità. Un altro esempio – simile e, non certo, meno importante – è quello di Dietrich Bonhöffer. Bonhöffer non era un filosofo, ma un importante teologo e pastore prima della Chiesa Evangelica tedesca e poi della Chiesa confessante: una Chiesa evangelica che – staccandosi da quella ufficiale – negava, in nome di Cristo, l’accettazione di Hitler e l’obbedienza alle sue folli decisioni. Tornato in Germania nel 1939 dagli Stati Uniti – dove si era recato per insegnare – partecipò, attivamente e con coraggio, alla resistenza e, poi, al complotto dell’ammiraglio Canaris contro il regime nazista. Incarcerato, continuerà – incessantemente e segretamente, con la testimonianza e con gli scritti – quella lotta per la verità che gli sarebbe costata la vita. Il 9 luglio del 1945 sarà impiccato – per ordine personale di Hitler – nel campo di concentramento di Flossenbürg. Famoso è il suo detto – che supera per profondità molti scritti filosofico-morali del Novecento – e che afferma: “la stupidità è un nemico del bene molto più pericoloso della malvagità”.
Ora, dopo questi casi esemplari – tanto negativi, quanto positivi – ci si può interrogare sul presente, per comprendere se l’aforisma del titolo ha, ancora, un senso. Ora, il nostro presente – lo si può dire con certezza – è attirato dagli slogan dalle turbo-filosofie, dallo scientismo filosofico e di simili sciocchezze ma, soprattutto dalla “filosofia” degli influencer: Sono “persone” che – grazie ad un uso sconsiderato dei social – orientano le i idee, i comportamenti, il modo di essere, di pensare e di vestire degli “sciagurati che li seguono: in tutto e per tutto. A commento si possono ricordare due – la prima e l’ultima – delle cinque “leggi della stupidità” enunciate da Carlo Maria Cipolla. La prima afferma: “Tutti sottovalutano sempre il numero di persone stupide in circolazione”. L’ultima – e la più inquietante – recita: “La persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che esista”.