In questo – che è il Capitolo Ottavo dei Fioretti e uno dei più profondi testi di mistica cristiana e francescana, in particolare – San Francesco spiega a Frate Leone cosa sia la “perfetta letizia”. Perfetta letizia che coincide con quello status che ciascun essere vivente vorrebbe che fosse il suo modus vivendi: la condizione esemplare in cui vivere. Analizzando, a fondo, le parole di Francesco le possiamo rubricare in una pars destruens e in una pars costruens. La prima – la parte distruttiva – lascia stupefatti perché il Santo, con la consueta chiarezza e con la non meno delicata durezza, precisa cosa sia la “perfetta letizia”.
Lo fa prendendo le distanze da tutto ciò che sia la Teologia che l’Ecclesiologia consideravano non solo la via maestra del buon cristiano ma, anche, l’approccio per raggiungere la santità. Le sue parole, perciò, non sono solo dirette ai frati minori, ma a tutti i credenti che dovrebbero avere come scopo della propria vita la “perfetta letizia”. Così, secondo Francesco, non si può considerare “perfetta letizia” essere esempi di santità, conoscere tutte le scienze inerenti al corpo e alla mente, parlare la lingua degli angeli e tutte le lingue del mondo, comprendere il corso delle stelle, le virtù e le qualità di tutti gli esseri viventi, dei minerali e perfino convertire gli infedeli. Ma non è “perfetta letizia” neppure – e qui Francesco sembra quasi al limite dell’eresia – compiere miracoli, cacciare i demoni e resuscitare i morti.
È ovvio che frate Leone – ammirato ma altrettanto stupefatto – chieda, allora, cosa sia la “perfetta letizia” e come la si possa conseguire. E il Santo inizia la pars costruens indicando come ottenerla. Essa consiste nell’affrontare – pensando alle pene sofferte dal Cristo – con umiltà, carità, pazienza e allegria tutto quanto può arrecarci, disagio, dolore, offesa. Ma, soprattutto, Francesco indica a frate Leone come la “perfetta letizia” si raggiunge solo nel “vincere sé medesimi”. Tutto il resto è un dono divino di cui l’essere umano non può gloriarsi, in quanto non gli appartiene.
Le parole di Francesco sono altamente sapienziali e rimandano, direttamente, alla libertà dell’uomo di essere sé stesso. Riecheggiano – in altra forma e con altro impatto – quanto scriveranno, nel Rinascimento, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola o Carolus Bovillus sottolineando come l’essere umano è artefice della sua fortuna. Ossia che può scegliere – con la sua mente e con i suoi comportamenti – di essere un angelo o un demone. Il che rimanda ad un concetto – fuori moda, se non desueto – che è il libero arbitrio. Cioè, la possibilità, la necessità e l’obbligo che ogni persona decida come vuole vivere la vita, facendo da ciò discendere i relativi comportamenti e le, altrettanto conseguenti, responsabilità. Naturalmente ciò comporta un duplice e necessaria condizione: da un lato l’educazione necessaria per una decisione motivata e, dall’altro un ambiente – famigliare, sociale e politico – che sia l’esempio della pratica del libero arbitrio.
Attualmente – ciò che auspicava San Francesco – sembra essere un sogno. L’educazione – ovviamente più complessa ed articolata che nel passato – sembra assomigliare a quella che Metastasio affermava per la fede degli amanti, paragonata all’arabe fenice: “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. L’educazione, infatti non è un affastellarsi di nozioni appiccicate e mal digerite, ma l’apprendimento di un metodo che serva a interpretare, nel migliore dei modi il passato e il presente in funzione del futuro. Se ciò non si verifica – per i molteplici motivi che ben si conoscono – diventa solo la giustificazione per “parcheggiare” i giovanissimi e i giovani in attesa di scagliarli nella vita, dove i più favoriti saranno quelli che disporranno di maggiori risorse finanziarie o maggior fortuna. Con lo stesso, dolente, realismo non ci si può non accorgere – fatte salve le dovute e (si spera) numerose eccezioni – che le famiglie, la società e la vita pubblica e politica fanno l’esatto opposto di ciò che sarebbe doveroso fare. Significa che domina l’assenza di responsabilità, di giusta severità, di impegno per il bene comune, di senso delle istituzioni: che hanno quale naturale conseguenza l’esercizio del libero arbitrio. Se si assommano le enormi voragini educative e l’assenza del senso del dovere e della responsabilità famigliare, sociale e politica si comprende bene come la “perfetta letizia” sia ben lontana. A meno – provocando lo sdegno postumo del Santo Francesco – non la si ricerchi nel consumismo, nell’edonismo, nel più sfrenato narcisismo e nell’adorazione dell’avere. A cui, molto spesso, seguono – nel peggiore, ma frequenti, dei casi – la caduta nella povertà materiale e spirituale, nell’insoddisfazione, nei succedanei come le droghe, nella depressione, in una vita piatta e senza stimoli o nella falsa ebbrezza di azioni rivolte contro sé stessi o contro gli altri. Certamente San Francesco sapeva bene – e come lui tutti coloro che ne intendono l’insegnamento – che andare in controtendenza non è facile e, forse, neppure è da tutti e per tutti. Tuttavia, è necessaria, se si vuole una esistenza che sia tale, in tutte le sue luci e le sue ombre, senza dover far proprie le pessimistiche parole di Martin Heidegger: “Solo un Dio ci può salvare”. Invece, San Francesco, con il suo gioioso ottimismo, così terminava l’Ottavo Fioretto: “Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, però che questo è nostro. E però dice l’apostolo “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro signore Gesù Cristo” Al quale sempre sia onore e gloria in saecula saeculorum. Amen”. Ciò detto, sulla “perfetta lezia” a cui ci invita San Francesco non possiamo non riflettere