Busto marmoreo di Aristotele con barba e capelli ondulati

Della logica

Per approdare al tema, citerò un celebre aforisma di Simone de Beauvoir (‘Il secondo sesso’, 1949): «DONNA NON SI NASCE, lo si diventa».

Ebbi la fortuna di avere un bravo professore di filosofia che ci diceva: «Non dimenticate mai, se un’affermazione non trova riscontro in logica, non è filosofia ma dottrina».

A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, vari saggisti ebbero gran successo: G. Frege (1848-1925), B.Russell (1872-1970), L.Wittgenstein (1889-1951) e R.Carnap (1891-1970).

Si riferirono per elaborare le loro teorie, alla matematica.

Per risalire alle origini, occorre ricordare Aristotele (384-322 a.C.) e gli Stoici ( ≈ 300 a.C.).

La storia ci insegna una cosa fondamentale: esistono varie logiche, riferimenti a cui ci si rivolge.

Il professore ci disse: «quando vi trovate davanti a un’affermazione, verificatela. Invertitene i termini».

L’aforisma della Beauvoir diventerebbe: “DONNA SI NASCE, non lo si diventa”.

Un altro consiglio consisteva nel sostituire il soggetto con il principio opposto:

“UOMO NON SI NASCE, lo si diventa”.

Il docente interrogò: «È vero?». Un «Sì!» generale risonò.

Interruppi e sparai: «Non per forza».

Quasi mi rimangiai la parola di fronte al rimprovero collettivo, ma era tardi.

Il professore: «Vieni alla lavagna e spiegati».

Mi alzai dal banco, insicuro e non sapendo quello che avrei detto.

Presi il gessetto e scrissi: «1 + 1 = 2», e rivoltomi verso la classe: «Tutti d’accordo?».

Un «Sì!» echeggiò, con un tono diverso dal primo, che significava: «Cosa sta ancora per sparare?».

Il docente aspettava.

«L’affermazione si verifica in aritmetica, ma non nella vita corrente».

Qualche allievo protestò: «Come no?».

«Per me, la logica evidenzia come il pensiero procede, non come vanno le cose».

Il professore corrugò le sopracciglia:

«Precisa!».

Esitavo: «1 + 1 = 2, ma se ci rappresentiamo una coppia, due persone insieme,

danno più di due persone separate, o meno, o persino niente».

Il professore: «Regge, ma esci dal quadro della matematica».

«Esatto. Ma cosa si limita nella vita alla matematica?».

Ci fu un silenzio che l’insegnante ruppe:

«Se poni il problema sul piano del vissuto, da cosa dipende?».

La classe sospirò, come se non avessi più avuto nulla da argomentare.

Ripresi: «Da tante cose, a cominciare dal linguaggio».

«Esempio?».

«Il linguaggio contiene il senso, o parliamo a vuoto.

La Beauvoir ci rimanda a presupposti inespressi che lasciano spazio a qualunque risposta.

Non ha un senso. È uno slogan. Non riposa su un ragionamento logico».

Ci furono brontolii, ma soprattutto un silenzio pesante.

Il professore insistette:

«Continua».

«Il concetto di donna, o indifferentemente di uomo, quale è la definizione?».

«Lo si diventa…».

Qualcuno obiettò: «Lo dice dopo».

Ribaltai:

«Sviluppa l’idea secondo cui si oppone la realtà biologica a quella sociale. La donna in quanto femmina dell’uomo. Il capitolo si chiama ‘Infanzia’. E insiste sull’immanenza delle sensazioni nel bambino».

Il professore corrugò le sopracciglia:

«Giusto», aggiunse una voce.

«Quindi, logicamente, la donna, ammesso un senso storico e un’equivalenza sociale, diventa ‘femmina dell’uomo’».

Risate.

Il professore:

«Puoi tornare a sedere. Il tuo umorismo dispiacerà a tanti, ma per la logica, nessun problema».

Proseguì:

«Adesso, faccio una domanda a tutti: ‘come mai quando il senso rimane nascosto o

sentenzioso, attacca lo stesso?’».

Si accennò a fenomeni di massa, ragioni psicologiche, risposte più o meno confuse.

Il professore: «Il motivo è paragonabile all’argomento precedente; si tratta di suggestione, dell’aderire a idee che provengono da voci esterne, senza ragionamento proprio, né analisi.

Se manca il senso, viene sostituito da elementi dottrinali, persino dogmatici.

Aristotele diceva che la logica è lo strumento che permette di affrontare qualsivoglia tipo di indagine». (‘Organon’ – Analitici).

Era un’epoca in cui molti studenti blateravano indistintamente tra Mao, il ‘Che’ o Nietzsche, citazioni che lasciavano tutte le interpretazioni possibili.

Il docente riprese: «Secondo voi, l’utopia attinge all’illogicità?».

Ci fu un altro «Sì!», un po’ più timido.

Si rivolse a me: «Dondoli il capo. Non sei d’accordo?».

«Dipende. Può talvolta essere una visione anticipatrice al momento inverificabile.

Non è l’utopia che manca di logica, ma la mancanza di logica che origina certe utopie».

«Quindi?».

«Sempre lo strumento adoperato e i riferimenti ai quali ci si rivolge…».

«Ragazzi, come vedete il futuro?».

Un «boh» soffocato seguì.

Noi, cosiddetti ‘boomers’ (nati tra il 1946 e il 1964), avevamo una certa consapevolezza dell’evoluzione della società, imprecisa ma non di certo più umana come intesa da promesse legate alla crescita economica garante della realizzazione personale.

Qualcuno aggiunse: «L’uomo trova sempre soluzioni. Supera gli ostacoli».

E intanto, con il mito della crescita infinita e del progresso, senza un’analisi storica approfondita, dalle cause della Seconda guerra alle varie tensioni tra paesi ricchi e poveri, blocco atlantico e comunista, donne e uomini, generazioni, ci si chiedeva chi meglio rappresentasse il ‘latin lover’, tra Mastroianni e Delon, quale donna fosse più bella tra la Bardot e la Loren, se la tattica italiana del catenaccio potesse contrastare la follia calcistica brasiliana, se la pornografia stesse per essere legalizzata, se la filosofia ormai dedicata dopo una promozione mediatica inaudita ai cosiddetti ‘nuovi filosofi’, avesse un minimo futuro.

Proseguivano le guerre, Vietnam, e prima o poi, Praga, Biafra, conflitto tra Israele e paesi arabi, mentre spuntavano nuove culture prevalentemente americane, movimento hippie, new age, cambiamenti di forma, senza riscontro con il passato. E nessuno immaginava l’ascesa della Cina e l’avvento delle ‘nuove tecnologie’. Le dottrine prevalevano sulle trasformazioni che la società stava subendo.

La logica sommersa sotto le cifre imprigiona ogni ragionamento nella costrizione che consiste non più, a partire da cause definite, nel dedurre effetti plausibili, ma nello stimare gli stessi effetti imprescindibili, siano pure tratti da origini illusorie.

Lo slogan sostituisce il senso e ogni narrativa evoca così sin dall’inizio il fine perseguito.

La complessità dei problemi viene riassunta in poche affermazioni che eludono i problemi.

Per riprendere l’aforisma della Beauvoir, la risposta è contenuta nelle prime parole, senza né domanda né dubbio.

Se invece volessimo approfondire il tema, dovremmo interrogarci: «Donna si nasce o lo si diventa?». (Senza le maiuscole che suggeriscono al lettore: «Così è!»).

E la domanda presuppone un approccio, una riflessione, che ciascuno (donna o uomo, non importa) può farsi.

Quanto all’abbinamento ‘nascere’ e ‘diventare’, non tiene conto che, se non nel caso di un nato morto, ogni nascita conduce a un divenire, e concerne tutti gli esseri viventi. Tale coppia presuppone d’altronde un’opposizione tra natura e cultura tutt’altro che delucidata nel testo, ma presupposta.

Per quanto abbia un significato, il testo tradisce l’essenza stessa della filosofia, ovvero ‘l’amore della conoscenza’, addirittura della saggezza, appannaggio degli dèi. (Pitagora ≈ 570-490 a.C.)

Il significato, discutibile o traviato al contrario degli assiomi matematici, non ha più alcun senso logico e diventa il pilastro di un racconto chiaramente ideologico.

Vorrei a questo punto evidenziare un altro fatto che deriva dalla stessa constatazione: l’uso di concetti di per sé assoluti, nel caso dell’esempio scelto, ‘donna’, ‘nascere’ e ‘diventare’, rinvia all’uno e al tutto, nozioni che non possono sfuggire al paragone tra l’uno e l’altro, né a un giudizio quantitativo. Rileviamo che il ‘tutto’ è un concetto da utilizzare con estrema prudenza. Cos’è il tutto rispetto all’infinito? In matematica come in logica, è un problema irrisolvibile.

Presuppone di sommare elementi singoli fino ad averli conteggiati tutti. Se non è possibile, facciamo l’esempio di una folla densa, peggio se si muove, diventa un valutazione, un ‘tutto ipotetico’.

L’uno può essere definito solo confrontato ad altri. Nel caso citato (la donna), l’uno raffigura un tutto. In logica, si tratta di una fusione irricevibile; se l’uno e il tutto si confondono, non rimane nulla che sia definibile per mancanza di paragone.

Non si tratta neanche di un’astrazione, dato che manca ogni riferimento temporale che espliciti il diventare. E non è nemmeno un simbolo, dato che un soggetto (l’essere di cui si parla) non può simboleggiare se stesso.

In altre parole, manca il significato. La parola tradisce la parola. Spingendo il ragionamento logico fino in fondo, ci accorgiamo che molte teorie del Novecento e del nuovo millennio non resistono all’analisi.

L’esistenzialismo non può quindi pretendere di dare risposte ontologiche, e la celeberrima affermazione di Sartre, «L’esistenza precede l’essenza», concerne due tappe di un medesimo fenomeno, il crescere e lo sbocciare, evoluzione nel tempo ma non dualismo.

Così, se spingiamo oltre la logica, possiamo porre, ricordando Hegel poi Nietzsche («Dio è morto»), un assioma disturbatore: per morire, occorre nascere per poi diventare altro, il che esclude l’eternità. Per questo motivo, alcune filosofie confondono Dio ed Essere, (panteismo e monismo), con qualche peculiarità e sfumatura.

Il dualismo ‘essere’ ed ‘esistenza’, in logica, non regge.

Riporta però l’uomo alla sua condizione da mortale, e sottintende, siano pure diventati idoli, profeti o maestri di pensiero, che gli umani non sono dèi.

 

 

 

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