Due donne sorridenti in un giardino urbano al tramonto

Perchè la libertà di non fare figli non è solo un conto statistico

( Pubblicato su Il mattino in data 28 ottobre 2026)

C’era un tempo in cui le donne non erano libere di non fare figli. Qualche volta mi chiedo se le donne oggi si sentano libere di farli. E anche se la differenza tra dovere e sentire ci appare grande, può portare a scelte analoghe.
La denatalità in Italia viene discussa attraverso una lettura prettamente statistica. I numeri descrivono una trasformazione epocale: dalle cifre del baby boom del 1964, quando nel nostro Paese sono nati un milione di bambini (la fecondità era di 2,7 figli per donna), siamo scesi sotto la soglia di due figli per donna già a metà degli anni ’70. Poi negli anni ’80 e ’90 siamo scesi a una media di 1,2. Da lì in poi, il vero crollo. Oggi (dati del 2025) si registrano circa 355.000 nuovi nati a fronte di 650.000 decessi. L’effetto a catena di generazioni sempre meno numerose ha ridotto anche la base numerica delle donne in età riproduttiva, portandoci a un rapporto di oltre cinque persone sopra i 65 anni per ogni nuovo nato.
La vera questione che intendo sollevare, tuttavia, non è di natura statistica, ma culturale e potremmo dire antropologica, e investe le modifiche della costruzione dell’identità femminile. Si è consolidato un vero e proprio automatismo interpretativo secondo il quale, nel momento stesso in cui la donna intraprende il cammino dell’emancipazione — fatto di istruzione, indipendenza economica, lavoro a tempo pieno e soprattutto aspirazione alla carriera (ricordo che tutte le amiche di mia mamma già lavoravano) —, il desiderio di figli cessi progressivamente e poi sparisca. Una relazione che anche io davo abbastanza per scontata.
Ma è davvero un rapporto di causa-effetto così rigido e ineluttabile? O si sono innescati meccanismi di altra natura, più di origine ideologica, o meglio uno sfondo in cui l’essere madre non ha alcun appeal — non è un valore? Ricordo con chiarezza che sino agli anni Novanta una donna che non poteva avere figli generalmente ne soffriva. Sentiva di non essere compiutamente donna.
Dopo, il non avere figli ha cessato di essere un dolore; molte donne si sentono liberate da qualcosa che non ha più ragion d’essere, un disvalore come ad esempio la verginità con cui siamo state assillate per migliaia di anni. Meglio puntare su realizzazione personale, indipendenza, e imparare a destreggiarsi, diventare autonome e anche forti.
Rileggiamo la successione degli eventi storici. Nel decennio successivo al baby boom, sono intervenuti fattori di diverso ordine: la diffusione della contraccezione, la nascita dei consultori, la legge sull’aborto. Questo ha dato un vero aiuto alle donne. Ma ci è voluto diverso tempo perché la donna potesse iniziare ad aspirare, nel mondo del lavoro, a ruoli non più solo impiegatizi o part-time, ma a una traiettoria professionale paragonabile a quella degli uomini.
Ricordo che, quando avevo vent’anni, un’amica mi raccontò che l’avevano assunta con la lettera di dimissioni firmata — nel caso fosse rimasta incinta. Nel settore privato la donna che entrava in maternità veniva percepita come un “peso” per l’azienda.
A queste riserve culturali si aggiungevano limitazioni pratiche: costi e disponibilità di asili nido, poca flessibilità lavorativa e, soprattutto, nel 2011 con la Fornero, la sparizione dei nonni. L’innalzamento dell’età pensionabile ha influito positivamente sui conti pubblici, ma negativamente sulla natalità. Il venir meno dei nonni, l’agenzia educativa naturale, ha introdotto una cesura nel mutuo scambio intergenerazionale. Tuttavia, l’aspetto più profondo riguarda il mutamento dell’identità e del paradigma sociale.
Siamo passati da una condizione in cui la donna era sottoposta all’autorità maschile, a un nuovo modello culturale, in cui tutto ciò che si fa deve ricadere sotto la sfera economica. E anche la donna impara. In questo schema utilitaristico, l’essere madre perde il suo valore simbolico e si trasforma in una mera sequenza di problematiche di salute, estetiche, organizzative ed economiche… Ha assolutamente ragione lo psicoterapeuta Matteo Lancini quando dice che mentre stavamo cercando il padre abbiamo perso la madre.
Mi sono chiesta: come potrebbe una giovane di oggi, senza neppure il supporto dei nonni, che è nel pieno vortice di una carriera dove sai che non sei mai arrivata a un porto sicuro – dove ti puoi rilassare, desiderare un figlio?
E a questo aggiungiamo le richieste imperiose del mondo pubblicitario che guida l’ossessione contemporanea per l’estetica narcisistica — per cui la gravidanza è la rovinosa alterazione di un corpo che deve restare attraente e desiderabile da tredici a ottant’anni, schivando in modo sapiente le gravidanze e la menopausa. Alle giovani donne viene offerto un modello d’identità improntato a un narcisissimo autosufficiente, in cui lo spazio per i figli semplicemente non c’è più. Aggiungiamo poi i discorsi sentiti per decenni sul fatto che siamo troppi in un mondo troppo piccolo e inquinato e le profezie lugubri sul futuro.Tutto questo lo sappiamo.
Poi accade che una trentenne in carriera, mentre mi racconta che la sua amica del cuore è rimasta incinta, scoppia a piangere — e non solo per i neuroni specchio, ma forse perché, senza sapere bene perché e da dove venga, sente il desiderio di stringere tra le braccia il suo bambino, ma non riesce neppure a pensarlo. Un richiamo che presto soffocherà, perché l’esperienza di avere un bambino non l’ha mai nemmeno presa in considerazione. Una decisione che forse, mi sono trovata a pensare, non è genuinamente sua. Forse la libertà di essere pacificamente madre le è stata tolta.

 

 

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