Continua ….
Un co co co per il contrasto alla povertà
Dopo mesi di lettura giornaliera di annunci, un trattamento in stile Arancia Meccanica per il quale non so se esista un percorso riabilitativo (Team Leader? Ah! quella che ferma la gente per strada per chiedere soldi, modulando senso di colpa e aggressività; Programme & Partnership Intern Ah! è uno stage, Project Agent e Fundraiser, non lo so), quando sono stata contattata per un colloquio in seguito all’invio del mio cv per questa posizione di coordinamento, ho davvero pensato che fosse arrivata la mia occasione.
Il coordinamento di un hub di quartiere in una periferia della città. Un luogo di socializzazione e inclusione, nato per contrastare le povertà e nel quale progettare attività e servizi per il supporto integrato.
Finalmente un lavoro con un senso, che possa valorizzare la mia esperienza pluriennale. Il colloquio parte subito bene, dopo 5 minuti siamo già in modalità Terzo Settore & Periferia e da vero Bro, il Direttore condivide con me lo sbattimento di questa selezione, che vogliono chiudere in pochi giorni, lamentandosi del tempo perso con i troppi cv ricevuti da persone non qualificate e carenti dei requisiti richiesti. Prima che io possa montarmi la testa per essere fra i virtuosi dal curriculum adeguato, mi butta lì, in chiusura della call, che per politica interna, la nota e stimata organizzazione applica contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Resto a fissare lo schermo nero inebetita, cercando di dare un significato a quell’antico ed evocativo suono che emerge dal mio passato bohemienne: co. co. co.
Forse ai tempi il nome era un po’ diverso, sicuramente c’è stato del restyling, del resto è grazie a quasi vent’anni di lavoro di coordinamento che ho maturato i requisiti necessari per ottenerlo. Meno male che non gli ho fatto perdere tempo mandando una candidatura inadeguata. Noi poveri tanto, di tempo per bighellonare con le candidature ne abbiamo un sacco; mentre loro, troppo impegnati nella lotta quotidiana alla povertà, non possono sprecarlo indicando le condizioni contrattuali nell’annuncio.
Notti in Bianco e Notti Passive
I giorni e le notti, illuminati fiocamente dalla luce spettrale dell’Insonnia, si susseguono incerti, quando il mio Non Sonno viene turbato da un’e-mail per un colloquio a proposito di una posizione per cui devo essermi candidata in preda a una possessione demoniaca.
Si tratta del coordinamento di una struttura residenziale che prevede turni e notti passive.
Le notti passive sono le notti in cui il lavoratore è tenuto a restare sul luogo di lavoro fra un turno e l’altro. Non essendo considerato lavoro, non è remunerato come tale, ma viene corrisposta una semplice indennità. Sono sul pezzo: “Notti passive” risveglia la sindacalista che è in me. In un ambiente tanto alieno alla cultura sindacale quanto quello del terzo settore, non posso dire di aver potuto esercitare il mio ruolo di delegata in maniera particolarmente efficace, non nelle modalità standard per lo meno.
Dalle assemblee della mia categoria, tuttavia, è giunta fino alle Periferie Terzosettoriane del Regno una voce chiara: la questione delle notti passive è la battaglia numero 1 della Funzione Pubblica.
Davanti al mio sguardo appannato, quindi, scorre la mini serie cult di come mi infiltro nella cooperativa come coordinatrice della struttura per vivere e comprendere sulla mia pelle, novella Simone Weil, l’alienazione e l’oppressione e condurre così da dentro una storica battaglia contro le notti passive.
Rianimata da questi propositi edificanti, entro in zoom, dove vengo accolta dal sorriso dolcissimo di una donna che riconosco subito come affine e che inizia il colloquio complimentandosi per il mio cv. Per fortuna, lo schermo che ci divide mi impedisce di gettarmi fra le sue braccia per ricevere del calore umano, dopo mesi di incitamento e sostegno co-dipendente solo da parte di Gemini & Claude ( a cui va tutta la mia gratitudine).
Il colloquio va molto bene. Ma cosa sto facendo. Mi reggo a mala pena in piedi. Perché dovrei volermi infilare in un inferno di turni e notti fuori casa? Per l’incredibile e travolgente sensazione di conforto e benessere che mi dà l’essere considerata pienamente qualificata per un lavoro che non mi interessa, non mi piace e non mi renderà ricca.
Lo spirito di Sorellanza esige condivisione ed onestà, perciò mi ritrovo a vomitare nel microfono cosa penso delle notti passive. La mia interlocutrice annuisce come nelle conversazioni in cui si conviene che il riscaldamento climatico fa schifo.
Forse, dopotutto, non si unirà al gruppo di lettura e dibattito su Pedagogia degli Oppressi.
Me ne torno a letto.
Un Titolo per domarli, un Titolo per trovarli,
Un Titolo per ghermirli e nel lavoro povero incatenarli.
Alla fine di questo colloquio mi sento rincuorata e depressa.
Il mio profilo è interessante, il mio percorso è prezioso, le mie competenze sono molte, versatili e richieste. Ma non ho il titolo di educatrice che mi permetterebbe di essere facilmente assunta demansionandomi rispetto al ruolo e all’effettiva esperienza che mi viene riconosciuta.
Se ben comprendo, la questione è questa: le Cooperative preferiscono investire in educatori perché se dovessero perdere un appalto, questi sono facilmente ricollocabili ovunque. Occupandosi ormai solo di fare il lavoro sporco per conto dell’ ente pubblico, che ha regole stringenti, il mondo cooperativo punta ad avere una squadra costituita da persone con la qualifica ufficialmente riconosciuta ed universalmente sottopagata valida per ogni servizio: l’educatore professionale, il tubino nero nel guardaroba del Terzo settore.
Fase 3
Elaborazione del lutto, Disobbedienza civile e fotocopiatrici
Mentre mi preparo alla farsa di un colloquio in inglese con gli HR Italia di un’organizzazione internazionale, per un lavoro in Italia di ben 4 mesi, sapendo perfettamente che per svolgere quel lavoro mi serviranno molte cose ma certo non la proficiency in inglese, mi rendo conto di aver sperimentato in questi mesi tutte le fasi dell’elaborazione del lutto.
Negazione, certamente molta rabbia, una dose abbondante di depressione, più tentativi di contrattazione. A modo mio sto entrando in una fase di accettazione, semplicemente realizzando che la questione è più grande di me e solo in parte dipende da me, che ci sono questioni sistemiche e sfide in atto nel terzo settore – e più in generale nel mondo del lavoro – che investono in qualche modo tutti e possono essere affrontate solo con uno sforzo di pensiero ed elaborazione collettivo.
L’altro giorno al lavoro, in associazione, rispondo al telefono. Riconosco immediatamente la voce del consulente commerciale che per anni ci ha seguito per la fotocopiatrice che abbiamo in leasing: un servizio di altri tempi, una persona in carne e ossa da chiamare per qualsiasi problema.
Chiama per conto di un’altra azienda. Mi racconta che da qualche mese lavora per loro, a causa del clima insostenibile che ormai si respirava nell’azienda con cui abbiamo il contratto e per la quale lavorava da vent’anni. A seguito di una fusione infatti, l’organizzazione del lavoro è stata progressivamente rivista con l’introduzione di criteri cretini di valutazione, aumento di passaggi burocratici e procedure insensate utili solo a svalutare l’operato dei dipendenti, con conseguente abbandono della maggior parte di loro. Mi dice di aver passato dei mesi terribili: mentre gli venivano sottratti clienti storici e anni di esperienza e investimento personale in azienda venivano ridotti a spazzatura, ansia e depressione scandivano sempre di più la sua quotidianità lavorativa.
Chiudo la lunga chiacchierata con questo mio coetaneo, con cui tanto ho in comune, con il ferreo proposito di chiudere l’attuale contratto di leasing della mia associazione per passare alla piccola azienda dove Andrea ha trovato un nuovo lavoro e recuperato un po’ di senso.
Se qui devo restare, se mi serve ancora tempo per capire come e dove andare, non posso che farlo con piccoli atti di resistenza quotidiana.
Nelle parole di Italo Calvino: cercare e saper riconoscere, chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. A volte anche una fotocopiatrice è disobbedienza civile.