Padri esclusi, madri accentratrici nelle scelte educative

Nel contenzioso familiare la partecipazione del padre alle scelte educative dei figli è ancora spesso marginalizzata: un nodo culturale e professionale che pesa sull’interesse del minore. Nell’ambito della mia attività professionale, mi è capitato di essere incaricata di una consulenza tecnica di parte (CTP). Per chi non frequenta le aule di giustizia, il consulente tecnico di parte è un professionista nominato da una delle parti del procedimento e incaricato di affiancare il CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) — nominato dal Giudice — nell’analisi degli aspetti tecnici del caso. Il compito del CTP è contribuire alla lettura della documentazione, formulare osservazioni e valutazioni specialistiche e supportare, in modo argomentato, la posizione della parte che lo ha incaricato, nel rispetto del contraddittorio.

In una di queste occasioni, in qualità di psicoterapeuta, la mia nomina all’interno di una coppia divorziata ha riguardato la posizione di un padre che, secondo quanto emerge dagli atti e dai colloqui, risultava escluso in modo sistematico dall’ex coniuge dalle decisioni educative sulla figlia. È una dinamica che, pur con sfumature diverse, si incontra con una certa frequenza nel contenzioso familiare: non tanto per la rarezza dei casi, quanto per la fatica culturale — e talvolta professionale — nel riconoscere la piena legittimità della funzione paterna quando non coincide con il solo mantenimento economico.

Negli ultimi anni, il quadro normativo e il sentire comune hanno consolidato il principio della bigenitorialità, inteso come diritto–dovere di entrambi i genitori di prendersi cura dei figli sul piano materiale, affettivo ed educativo. La bigenitorialità, però, non è uno slogan: è un assetto che richiede concretezza operativa, continuità di relazione e un reale coinvolgimento nei processi decisionali che riguardano la vita del minore (scuola, salute, attività, routine, regole, stile educativo). Quando uno dei due genitori viene sistematicamente marginalizzato, la bigenitorialità resta un enunciato, non una prassi.

Il contesto sociale nel quale queste vicende si collocano è complesso e in trasformazione. Da un lato, i movimenti femministi hanno contribuito in modo determinante a conquiste fondamentali e a un avanzamento culturale della società. Dall’altro, l’aumento delle separazioni (sia matrimoniali sia nelle coppie di fatto) e l’emergere di forme organizzate di tutela dei padri separati hanno favorito una nuova rivendicazione: molti uomini non accettano più di essere relegati a una paternità “a distanza”, ridotta a funzione economica. Rivendicano — e in molti casi praticano — una presenza quotidiana, competente e responsabile.

Accanto a questi cambiamenti, anche la normativa nota come “Codice Rosso” ha inciso in modo significativo sulla percezione e sulla gestione del conflitto, soprattutto quando vi sono accuse di maltrattamenti o abusi. La ratio della legge è chiara: potenziare la tutela delle vittime reali e garantire interventi tempestivi. Tuttavia, nei contesti altamente conflittuali, il sistema deve fare i conti anche con il rischio di strumentalizzazione della denuncia. Quando un’accusa si rivela infondata e viene impiegata come leva nel contenzioso familiare, le conseguenze sono pesanti: si indebolisce il riconoscimento sociale delle vittime reali, si producono danni profondi a chi è ingiustamente accusato e si genera un carico ulteriore per il sistema giudiziario, chiamato a gestire procedimenti complessi e spesso emotivamente devastanti.

Il tema del riconoscimento della paternità non è affatto nuovo. Negli anni Novanta, Elisabeth Badinter, filosofa e scrittrice francese, specialista dell’età dell’illuminismo e femminista, nel volume XY. L’identità maschile, scriveva: “A tutt’oggi, le istituzioni delle società occidentali non hanno ancora assimilato che una donna vale un uomo, e meno ancora che un padre vale una madre.” E aggiungeva: “Oggi sappiamo che gli uomini sanno prendersi cura del bambino al pari delle donne quando le circostanze lo impongono. Il padre è sensibile, affettuoso e competente quanto la madre, allorché mette in gioco la propria femminilità.” È un passaggio che, a distanza di anni, continua a risuonare nella pratica quotidiana di chi lavora sul campo.

Torno, quindi, alla consulenza tecnica. Il collegio peritale è composto dal CTU e dai CTP nominati dalle parti; talvolta può essere coinvolta anche una figura di consulenza specifica per il minore. Non esiste un obbligo di rappresentanza di genere, né dovrebbe esserci. Ma esiste un dovere metodologico: garantire una valutazione il più possibile equilibrata, ancorata ai fatti, centrata sull’interesse del minore e libera da automatismi culturali che, implicitamente, attribuiscano a un genitore un primato educativo “naturale”.

In casi come quello sopra richiamato, la criticità principale non è un conflitto generico tra ex partner: è la sistematica esclusione del padre dalle scelte educative e dalla partecipazione reale ai processi decisionali che riguardano la bambina. E ciò che colpisce, nella dinamica collegiale, è quanto sia difficile nominare questa esclusione come elemento clinicamente e giuridicamente rilevante. Se l’obiettivo è la tutela del minore, allora l’analisi deve interrogarsi su due piani: la qualità delle competenze genitoriali e la possibilità concreta che tali competenze si traducano in presenza, cura e continuità. Un padre può essere affettivamente adeguato e educativamente competente, ma di fatto estromesso dalle decisioni riguardanti i propri figli. E un’estromissione ripetuta nel tempo non è neutra: produce squilibri, crea fratture, consolida assetti relazionali rigidi.

Dopo tredici anni di lavoro nell’area delle Pari Opportunità in un Comune dell’interland milanese con oltre 74.000 abitanti, mi interrogo ancora su quanto, anche tra professionisti della salute mentale, si fatichi a riconoscere pienamente il valore della paternità quando questa si manifesta come cura concreta, sensibilità, responsabilità e capacità educativa. In sede giudiziaria questa fatica pesa di più, perché le parole non restano teoria: orientano valutazioni, decisioni, percorsi di vita.

Concludo con una nota personale, non per generalizzare, ma per testimoniare. Io ho avuto un padre capace di cura e presenza, ancora di più dopo la morte di nostra madre e, quindi, di sua moglie. Nella rabbia e nell’impotenza del padre che oggi affianco riconosco una sofferenza che merita ascolto, non semplificazioni. La genitorialità condivisa non è una concessione tra adulti: è, prima di tutto, una condizione di tutela per i figli e per i genitori stessi.

Psicoterapeuta Angela Campanelli

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