Pannello con ospiti al Rome Film Fest

Changer l’eau des fleurs

La pittura in movimento di Jeunet e il custode delle anime Castellitto

A venticinque anni dal successo internazionale de Il favoloso mondo di Amélie, Jean-Pierre Jeunet torna dietro la macchina da presa per confrontarsi con la complessa trasposizione cinematografica del bestseller di Valérie Perrin, Changer l’eau des fleurs (2026). Presentato in anteprima nazionale alla Festa del Cinema di Roma, il film si presta a una lettura che intreccia linguaggio cinematografico, arti visive e psicologia, offrendo spunti di riflessione sul lutto, sulla memoria e sulla possibilità di ritrovare un rapporto vitale con il mondo dopo un’esperienza dolorosa.

L’estetica: una sinfonia tra Impressionismo e realismo americano

Lontano dal minimalismo contemporaneo, Jeunet realizza una raffinata composizione visiva, nella quale il paesaggio della Borgogna diventa parte integrante del racconto. Il regista non si limita a rappresentare un dramma, ma sembra dipingere le immagini, stratificando riferimenti pittorici e sensibilità differenti.

Nelle sequenze corali e nei dettagli naturalistici del cimitero della Maladière, l’uso della luce e dei toni caldi e saturi richiama la delicatezza en plein air di Monet e Renoir. Questa luminosità impressionista trova però un contrappunto nei momenti di isolamento di Violette, interpretata da Leïla Bekhti. Qui la cinepresa rallenta, le inquadrature si fanno più geometriche e i silenzi evocano la sospensione esistenziale dei dipinti di Edward Hopper.

È in questa dialettica tra pienezza cromatica e solitudine che Jeunet e il direttore della fotografia Thomas Hardmeier costruiscono una delle chiavi espressive del film. La bellezza delle immagini non cancella il dolore, ma gli offre una forma visibile, rendendo percepibile ciò che spesso sfugge alle parole.

La psicologia della rinascita: il lutto, la memoria e la cura delle ferite invisibili

Al di là della ricchezza figurativa, Changer l’eau des fleurs offre un’interessante prospettiva psicologica sui processi di elaborazione del lutto e sulla possibilità di ricostruire il significato della propria esistenza dopo un’esperienza traumatica. Violette non è soltanto una donna segnata dalla perdita: è una persona chiamata a ritrovare progressivamente un rapporto con se stessa e con il mondo, imparando a convivere con ciò che non può essere cancellato.

Il titolo assume, in questa prospettiva, una potente valenza simbolica. Cambiare l’acqua ai fiori significa compiere un gesto semplice, ripetuto e concreto, ma anche rinnovare le condizioni che consentono alla vita di continuare. La cura quotidiana diventa metafora della cura psichica: il dolore non scompare per effetto di una rivelazione improvvisa e non può essere superato con un semplice atto di volontà. Può, piuttosto, trovare una nuova collocazione nella storia personale quando la persona riesce a riconoscerlo, attribuirgli significato e riaprirsi gradualmente alle relazioni.

Il cimitero, luogo tradizionalmente associato alla separazione definitiva, si trasforma così in uno spazio paradossalmente vitale. Qui Violette incontra storie, confidenze, frammenti di memoria e legami che continuano a parlare anche in assenza di chi li ha generati. La morte non viene negata né addolcita artificialmente: entra nella trama dell’esistenza e costringe i personaggi a confrontarsi con la fragilità, con i sensi di colpa e con le domande rimaste senza risposta.

Il film suggerisce che ricordare non significa necessariamente restare prigionieri del passato, ma trovare una modalità nuova per custodirlo senza rinunciare al presente.

In questo percorso, Sasha svolge una funzione psicologica decisiva. La sua presenza può essere letta attraverso il concetto di base sicura: una figura capace di offrire ascolto, continuità e riconoscimento senza imporre tempi o soluzioni. Non salva Violette al suo posto e non cancella la sua sofferenza; contribuisce, piuttosto, a creare le condizioni perché lei possa riappropriarsi della propria capacità di sentire, scegliere e costruire nuovi legami. La sua è una forma di cura che non invade, ma accompagna.

Il film incontra così uno dei temi centrali della psicologia dello sviluppo e delle relazioni: la possibilità di attraversare la vulnerabilità senza idealizzare il dolore e senza considerarlo una condizione necessaria per diventare più forti. La resilienza non coincide con l’assenza di sofferenza né con un ritorno automatico alla situazione precedente. È un processo dinamico, sostenuto dalle risorse personali, dalla qualità delle relazioni e dalla possibilità di attribuire nuovi significati all’esperienza.

Anche la comunità che gravita attorno al cimitero assume un valore particolare. Le persone, apparentemente eccentriche e marginali, compongono una rete informale di ascolto e riconoscimento reciproco. Attraverso le loro storie, il film restituisce dignità a esistenze che rischierebbero di essere ridotte a un nome inciso sulla pietra. Ogni incontro interrompe, almeno per un momento, l’isolamento individuale e ricorda che la sofferenza, pur vissuta in modo singolare, può essere accolta nella relazione.

La stessa estetica di Jeunet acquista una funzione psicologica. I colori saturi, i dettagli minuziosi e la composizione talvolta fiabesca delle immagini costruiscono un mondo nel quale anche gli oggetti più ordinari sembrano custodire una traccia affettiva. Al contrario, i silenzi e le inquadrature statiche rendono percepibile il peso dell’assenza. La tensione tra abbondanza visiva e solitudine interiore traduce una condizione profondamente umana: si può abitare un mondo ricco di stimoli e, al tempo stesso, sentirsi soli.

Il film invita inoltre a riflettere sul potere delle narrazioni nel processo di elaborazione emotiva. Raccontare, ascoltare e riconoscersi nelle storie altrui non elimina la perdita, ma può contribuire a renderla pensabile e condivisibile. È questa una delle possibilità più significative del cinema quando affronta temi dolorosi: non offrire risposte facili, bensì creare uno spazio simbolico nel quale lo spettatore possa avvicinarsi alle proprie emozioni, riconoscere quelle degli altri e scoprire che la memoria può continuare a generare vita.

Changer l’eau des fleurs si presta, dunque, a essere letto come una fiaba adulta sulla cura: non una promessa di guarigione definitiva, ma un invito a ricominciare attraverso piccoli gesti, legami affidabili e una rinnovata disponibilità alla meraviglia. Talvolta, la rinascita non consiste nel dimenticare ciò che abbiamo perduto, ma nell’imparare a custodirlo senza smettere di vivere.

Sergio Castellitto: l’angelo custode del cimitero

Nel cuore di questa insolita comunità legata alle sepolture spicca Sasha, interpretato da Sergio Castellitto, presenza centrale della componente italiana del progetto. In conferenza stampa, l’attore ha definito il proprio personaggio un «angelo custode incarnato nel custode di un cimitero»: un’immagine efficace per descrivere una figura che unisce concretezza quotidiana, compassione e spiritualità laica.

Sasha non è una presenza metafisica né un salvatore onnipotente. La sua forza risiede nella capacità di esserci, di accogliere le storie degli altri e di accompagnare Violette senza sostituirsi a lei. In questo senso, il personaggio diventa il motore di una trasformazione che non nasce da una soluzione esterna, ma dalla possibilità di incontrare qualcuno disposto a riconoscere il dolore senza ridurlo a una debolezza.

Il suo gesto simbolico consiste proprio nel restituire a Violette le chiavi per «cambiare l’acqua ai fiori» della propria anima: non cancellare il passato, ma renderlo compatibile con una nuova apertura alla vita.

Guillaume Laurant e la scrittura dell’assurdo quotidiano

La trasposizione della scrittura densa e stratificata di Valérie Perrin si affida alla sceneggiatura firmata da Jeunet insieme al suo storico collaboratore Guillaume Laurant. Il lavoro drammaturgico punta a conservare la complessità emotiva del materiale narrativo, alternando momenti di intensità a passaggi nei quali l’assurdo quotidiano e l’ironia alleggeriscono la tensione.

La scrittura trasforma gli elementi legati al cimitero in occasioni di dialogo e di incontro, popolando il racconto di personaggi secondari che contribuiscono a costruire una comunità riconoscibile e singolare. È una cifra narrativa che richiama la collaborazione tra Jeunet e Laurant ne Il favoloso mondo di Amélie: la capacità di osservare i dettagli minimi dell’esistenza e di riconoscervi possibilità inattese di meraviglia.

Questa dimensione favolistica svolge una funzione delicata. L’ironia non nega la durezza dei temi affrontati, ma impedisce che la narrazione scivoli nel patetismo, lasciando convivere dolore e leggerezza, perdita e possibilità di cambiamento.

L’architettura sonora: il commento sognante di Saycet

Un’attenzione particolare merita la colonna sonora firmata dal compositore di musica elettronica Saycet. La scelta di sonorità ambientali e tessiture elettroniche minimaliste crea un contrappunto alla ricchezza visiva del regista, accompagnando le immagini senza sovraccaricarle.

La musica sembra aprire uno spazio interiore nel quale le emozioni possono sedimentare. Nei passaggi più dolorosi, la dimensione sonora contribuisce a costruire un’atmosfera sospesa, evitando di imporre allo spettatore una risposta emotiva univoca. Il suono non si limita a sottolineare ciò che accade sullo schermo: partecipa alla costruzione di un’esperienza percettiva nella quale immagini, silenzi e musica dialogano continuamente.

Questa scelta rafforza la natura sinestetica del film, in cui la dimensione visiva e quella sonora concorrono a tradurre in forme sensibili emozioni difficili da esprimere verbalmente.

La cugina di Amélie e la sfida del barocco

La protagonista Violette richiama inevitabilmente, per alcuni aspetti, l’universo di Amélie Poulain. Jeunet mantiene riconoscibile il proprio linguaggio: inquadrature dal basso, panoramiche repentine, montaggio ritmico e attenzione quasi maniacale per i dettagli. La continuità stilistica crea un contrasto significativo con la durezza del dramma, ponendo allo spettatore una questione estetica ed emotiva.

La cifra barocca del regista può risultare, in alcuni passaggi, volutamente eccessiva. La ricchezza delle immagini rischia talvolta di sovrapporsi alla gravità dei temi, mentre in altri momenti diventa il mezzo attraverso cui la sofferenza trova una forma simbolica e una possibilità di condivisione.

È proprio questa tensione a costituire uno dei principali elementi di interesse dell’opera. Se non si accetta il patto di finzione della fiaba adulta, l’abbondanza visiva può apparire distante dalla crudezza del dolore raccontato. Se, invece, si accoglie il linguaggio di Jeunet come una scelta espressiva consapevole, il film rivela una notevole raffinatezza nella costruzione di un universo in cui bellezza e perdita non si escludono, ma si interrogano reciprocamente.

Il cinema come spazio di

Changer l’eau des fleurs si muove sul confine tra realismo e fiaba, tra estetizzazione e sofferenza, tra memoria e possibilità di rinascita. La sua forza non risiede soltanto nella costruzione visiva o nella caratterizzazione dei personaggi, ma nella capacità di porre una domanda essenziale: come si può continuare a vivere quando qualcosa ha spezzato la continuità della nostra storia?

La risposta del film non è una formula consolatoria. È affidata ai gesti quotidiani, alla presenza degli altri, alla cura e alla possibilità di riconoscere che il dolore, pur non scomparendo, può trasformarsi nel tempo. Il cimitero diventa così una metafora della memoria collettiva, mentre il lavoro di Violette assume il valore di una pratica di attenzione verso ciò che resta e verso ciò che può ancora fiorire.

Il film di Jeunet si offre così come un’opera destinata a suscitare discussioni tra gli appassionati di cinema, soprattutto per il suo equilibrio instabile tra barocco visivo e profondità emotiva. Ma è proprio in questa tensione che risiede il suo interesse: ricordarci che la cura non coincide con la cancellazione del dolore e che la bellezza può diventare una risorsa quando ci aiuta a tornare in relazione con il mondo.

Perché cambiare l’acqua ai fiori, in fondo, significa continuare a prendersi cura della vita, anche quando la vita ci ha mostrato il suo volto più fragile.

Paola Dei

Pedagogista dell’Audiovisivo Psicologo fell’Arte dello Sport e dello Sviluppo Psicoterapeuta Art

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