VITA HUMANA SYMBOLICA EST QUI HOC NON COMPREHENDIT HOMO NON EST

 

                    (La vita umana è simbolica, chi non lo capisce non è un uomo)

 

Questa celebre frase attribuita a Girolamo Cardano – famoso filosofo, letterato, astrologo, inventore, medico e mago del Cinquecento – è particolarmente significativa, nonché di grande interesse. Il motivo è molto semplice, in quanto i simboli sono una parte imprescindibile dell’esistenza umana e perché ogni persona è tale sulla base del modello simbolico che incarna. Un esempio per tutti. Se una donna o un uomo mutano le loro modalità simboliche di vita – lavoro, casa, modo di vestire, di parlare, di interloquire, di truccarsi, di porgersi agli altri e così via – si assiste alla sua trasformazione in un’altra persona. Persona che nulla ha a vedere con la precedente. Tuttavia, la comprensione del simbolo pone un problema di non poco conto: bisogna distinguere tra simbolo e segno. Distinzione questa che i più non fanno. Infatti, il simbolo viene, spesso, equiparato ad un segno, assumendo – in tal caso – una connotazione parziale e riduttiva. Oppure, può essere considerato come l’indice di una totalità. Nel primo caso, il simbolo sarebbe, unicamente, un “indicatore”: ossia un’espressione linguistica, comunemente accettata, che descrive la cosa simboleggiata. Il che lo rende dipendente da un sistema sociolinguistico di riferimento che gli attribuisce un significato. In tal caso, il segno-simbolo – che non supera mai il livello descrittivo – non è che una variante grammaticale, determinata da un contesto socio-culturale prestabilito o da una convenzione.

Il secondo caso, richiede una maggiore attenzione, affinché la definizione avanzata possa essere, chiaramente, comprensibile e non arbitraria o occasionale. In tal caso, è necessario precisare che il simbolo – in quanto espressione di una totalità (ad esempio una rosa o un anello) – si rivela come la forma, intuitiva, di qualcosa che esiste, a prescindere dall’oggetto stesso. Significa che, in quel simbolo, la persona si manifesta – compiutamente e completamente – in qualcosa che non coincide con lui. Insomma, nel simbolo – che si può definire come uno “stato liminare di coscienza” – la sostanza materiale di cui è costituito e che rappresenta ciò che è simboleggiato si fonde con la sua forma, dando luogo ad una inscindibile unità. È quella che Carl Gustav Jung – e l’intera Philosophia Perennis – definisce una complexio oppositorum. Essa – andando oltre l’aspetto sensibile dell’oggetto percepito – fa del simbolo un modo autonomo di conoscere, in grado di fornire la visione della parzialità nella totalità e della totalità nella parzialità. In tal modo, il simbolo – il cui etimo deriva dal greco syn-ballo (metto insieme, paragono e confronto) – si qualifica come il trait d’union tra il mondo terreno e quello “immaginale” (come lo definiva Henry Corbin), rivestendo, per questo, una funzione esistenziale e conoscitiva: fuori e al di là delle comuni forme di pensiero.

Come funzione esistenziale, il simbolo unisce diversi aspetti del reale altrimenti separati e non conoscibili nel loro insieme, mentre nella qualità di funzione conoscitiva “apre” al mondo dello Spirito. Con il che – per via intuitiva ed analogica – rende sia il soggetto percipiente che l’oggetto percepito parte di un sentire superiore e superordinato. Li rende, insomma, partecipi di una totalità di cui la persona può avere un’esperienza intuitiva immediata. Inoltre, in entrambi i casi, il simbolo può essere letto o come accidentale o come universale. Come accidentale, riveste una importanza straordinaria per il singolo soggetto, inducendo – unicamente in lui – immagini, sensazioni e stati d’animo di empatia, sintonia o distonia nei confronti del Tutto che lo circonda. Le percezioni psico-emotive che ne derivano possono influenzare, in maniera durevole e profonda, l’immaginario individuale, dando luogo a tipologie conoscitive e comportamentali (e, spesso, anche a complessi) che sfuggono al controllo razionale di chi li vive. Essi non sono facilmente comunicabili e trasmissibili e sono correlati allo spazio, al tempo e alla vita di ogni persona, contribuendo a formare l’inconscio individuale.

Come universale, il simbolo travalica il livello individuale per collocarsi in una dimensione collettiva, meta-spaziale e metatemporale. Con ciò, trasmette – indipendentemente sia da contingenze storiche, culturali, religiose che da esperienze personali – i suoi contenuti e la sua forza evocativa in tutti coloro con cui viene a contatto: allo stesso modo e con la stessa potenza. Lo si potrebbe definire – onde farlo comprendere in forma maggiormente chiara – come la modalità in cui prende forma un archetipo. Sarebbe qualcosa che si situa nell’inconscio collettivo – nel mondo immaginale, se si preferisce – e che viene trasmesso in virtù del simbolo al singolo: plasmandolo. Questa modalità in cui si sostanzia l’archetipo la si può percepire – ad esempio e in maniera particolarmente evidente – nel mondo dell’arte che ne è, ad un tempo, il contenitore e il veicolo prioritario. Così, avvicinarsi all’opera d’arte – in una prospettiva simbolica – significa affinare le proprie capacità percettive e intuitive tramite le quali è possibile cogliere, immediatamente, l’oggetto artistico: come espressione di una totalità. Serve a cogliere quello che – ad un approccio superficiale o “segnico” – può essere recepito solo come parziale, episodico e trascurabile: non già come una visione significativa d’insieme. Come è l’opera d’arte: se è, veramente, tale. Ma altrettanto, si può fare in tutti i campi del sapere e del vivere. Per questo, dobbiamo considerare la frase di Cardano come una vera, preziosa, perla di saggezza.

 

 

 

 

Continua a leggere