(I pensieri sono liberi)
“I pensieri sono liberi” è l’incipit di un antico canto popolare tedesco (di origine medioevale e composto, probabilmente, nella forma attuale tra il 1780 e il 1800) a carattere libertario e raccolto come “Canto del perseguitato nella torre” da Gustav Mahler nella seconda parte del suo celebre Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo). In esso un uomo – prigioniero, impedito e lontano da tutto – rivendica, comunque, l’unica libertà che gli rimane: quella di poter, liberamente, pensare: affrancato da ogni coercizione. Lo afferma, esplicitamente, la prima strofa: “I pensieri sono liberi, chi può indovinarli? / fuggono via, come ombre notturne. / Nessuno può conoscerli, nessun cacciatore colpirli. / È proprio così: i pensieri sono liberi!”. È evidente lo spirito romantico che caratterizza questo canto. Uno spirito in cui la cultura popolare vuol ribadire come la spinta alla libertà non sia solo il prodotto del precedente mondo illuminista, ma sia insito nella natura degli esseri umani e, particolarmente, nella tradizione germanica e nel suo rifiuto di ogni imposizione proveniente dall’alto. Si potrebbe – certo impropriamente affermare – che le sue radici affondano in quella mescolanza etnica di popolazioni indoeuropee e scandinave da cui sono derivati – in larga parte, ma non solo – i Cimbri e i Teutoni: popolazioni tedesche note come strenui difensori della loro libertà. Erano popolazioni nomadi e non stanziali: quindi liberi da vincoli territoriali e, pertanto, estranei a qualsiasi obbligo e a qualsiasi subordinazione: come le guerre contro i Romani invasori hanno dimostrato.
Ma il canto va, in realtà, ben oltre a questa, possibile, ascendenza storica. Esprime, piuttosto, il desiderio profondo – da sempre presente nell’animo umano – di essere liberi: liberi di vivere, di agire, di amare, di difendere i propri valori, i propri cari. Ma, soprattutto, manifesta la possibilità di poter pensare: senza dover rendere conto a nessuno di ciò che si pensa. Anche quando il corpo è obbligato – pena la sua distruzione – ad ottemperare a servitù di ogni tipo: che siano vincoli religiosi, economici o di potere, poco importa. Ora, però, questo canto e la sua musica – facilmente orecchiabile – non sono risuonati solo in un lontano passato e in cupe contingenze di cui tutti siamo, tristemente, consapevoli. Risuona, anche oggi, non solo in paesi in cui ancora la libertà – in tutte le sue forme espressive materiali e non – sembra una lontana, se non impossibile, conquista. Risuona anche nelle nostre società occidentali in cui la libertà si presenta come qualcosa di dato, di acquisito e di indiscutibile. Società in cui sembra che si possa dire tutto, fare ciò che si vuole, esprimere al meglio ciò che si pensa, senza alcuna remora e alcun limite che non siano le leggi vigenti: democraticamente formulate e da tutti accettate. Ebbene non è così. Se accettiamo il principio di saggezza formulato da Erich Fromm – che poneva la scelta tra l’essere e l’avere – oggi la bilancia sociale è inclinata verso l’avere: non verso l’essere, ossia, verso una, quasi impalpabile, non-libertà.
Le strutture sociali odierne – intellettuali, lavorative e politiche – sono quasi tutte orientate, ciascuna a suo modo, a spingere le persone verso l’avere. Ovvero spingono a pensare che ognuno valga per quanto può avere, consumare, possedere o desiderare: che sia un bene primario, secondario o voluttuario, poco importa. La persona viene valutata per la posizione sociale, la macchina, i vestiti, i gioielli, le vacanze, la casa, i cibi e, persino, le persone fisiche che può possedere come oggetti: oggetti di prestazione e di consumo. Questo modo di pensare – veicolato dalla pubblicità e dai mezzi di comunicazione di massa – induce un potenziale narcisismo. Narcisismo che s’insinua nelle menti di coloro che hanno la possibilità di soddisfare l’avere. Ma, parallelamente, provoca una non meno inquietante depressione in chi ne è escluso. Depressione a cui – molto spesso – si accompagna una rabbia che può trasformarsi in furia devastante. Chi rifiuta questo modus vivendi si sente impotente e percepisce la vita come un peso opprimente e senza futuro. Ma gli potrebbe venire in aiuto – come i magici campanelli suonati da Papageno nel mozartiano Flauto Magico – l’altrettanto magica canzone “Die Gedanken sind frei”. Ripeterla e farla propria – come un mantra – potrebbe aiutare a non soggiacere alle seduzioni, compulsive, della modernità, impedendo di conformarsi ai comuni comportamenti. Ma sottolinea, anche, la speranza che i pensieri che rendono liberi spingano, anche, gli “uomini di buona volontà” a combattere sia contro chi impedisce qualsiasi libertà materiale di vita sia contro chi, in forma più sofisticata, impedisce l’altrettanto importante libertà di pensiero.