Da alcuni anni, sotto la pressione di corretti ‘politicamente corretti’ e di alcuni movimenti femministi, emergono e dilagano stranezze linguistiche non prive di cariche soggettive, emotive e ideologiche che deturpano le lingue romane. Innanzitutto, va rilevato che questa tendenza ignora totalmente non soltanto le regole della grammatica, ma soprattutto le loro origini e cause. Nessuna lingua romana, al contrario del latino, ad eccezione del rumeno, ha conservato il genere neutro, assimilato a poco a poco al maschile.
Alcune reminiscenze perdurano però, come in italiano il plurale femminile di una parola maschile al singolare. ‘Il braccio, le braccia’, ‘l’uovo, le uova’ per esempio.
Ormai, senza nessun conto dell’evoluzione continua delle lingue, si prova a modificarle per qualche decisione autoritaria.
Vale la pena fermarsi un attimo sui generi. Per motivi di predominio maschile, sicuramente, anche perché la conoscenza era quasi esclusività degli uomini, si coniugano i verbi con: io, tu, egli, ella o lei, così come gli aggettivi vanno elencati al maschile in tutti i vocabolari.
Tuttavia, basterebbe invertire i generi se piace a qualcuno, per risolvere la questione.
Ma non è così.
Tra i sostantivi che posseggono una forma maschile e femminile, ‘signore e signora’, ‘dottore e dottoressa’, ovvero parole che, per l’uso, evidenziano un titolo specifico, sebbene non sia il caso per molti altri vocaboli.
Lì dove emerge un problema di comprensione e logica non da poco, è quando femminilizzare una parola maschile modifica il senso che la stessa parola includeva di per sé.
In una redazione, ad esempio, tutti siamo ‘scrittori’. Adoperare ‘scrittrici’ porta a due confusioni: prima di tutto, il genere separerebbe in due rami distinti e distinguibili gli scritti. In verità, è l’autore che si distingue per l’identità propria, non il genere. In secondo luogo, tale distinzione mette in rilievo non più la scrittura, ma il sesso di chi scrive, ossia non il contenuto ma la firma.
Se tale distinzione si giustifica a livello commerciale (un editore, tenuto conto che oggi, i romanzi sono letti più dalle donne che non dagli uomini, punterà, per la promozione di un libro, preferenzialmente sulle ‘lettrici’), comporta un rischio non irrilevante: ridurre a mera statistica e numero di vendite il valore di un’opera.
La parola lettrice è legittima per una rivista femminile. Se invece la si allarga a tutta la gente che legge, indifferentemente, cambia il contenuto? In nessun caso.
Tra le varie usanze lungo i secoli, le lingue romane hanno praticato questa distinzione (e non separazione) tra i generi, soprattutto nell’ambito dei mestieri. ‘Un attore, un’attrice’, ‘un macellaio, una macellaia’. La differenza viene evidenziata in questi casi per tutt’altre ragioni. Gli spettatori, spesso maschi, correvano a teatro con l’ambizione di avvicinare l’attrice (o soltanto vederla), spesso considerata frivola o corteggiatrice. Il macellaio veniva ritenuto mestiere da uomo, la macellaia sua moglie o la donna che vendeva la carne senza intervenire nell’abbattere e squarciare il bestiame. Nello stesso ordine di idee, tra i preconcetti legati al linguaggio, si sente spesso dire che la lingua si evolve spontaneamente, naturalmente, senza nessun intervento esterno.
I mezzi di comunicazione hanno invece provocato il fenomeno contrario, non soltanto per il modo in cui si parla, ma anche per i temi delle conversazioni.
Per esempio, i giovani avrebbero un linguaggio loro sorto naturalmente per la specificità della loro età. Basta accendere la radio su un canale ‘per i giovani’ per accorgerci che alcune vecchie barbe propongono espressioni varie che sfruttano la loro malleabilità e i limiti di un linguaggio ancora scarso.
Quanta gente ripete senza cambiare una virgola, con aria saccente, qualche commento sentito durante il telegiornale o letto su un quotidiano!
In tal modo, esiste una vera e propria strumentalizzazione linguistica che confisca la riflessione propria all’individuo.
Oltre alla distinzione tra generi, da quasi mezzo secolo, si diffonde una netta separazione tra ambienti culturali, tanto più insidiosa che può risultare totalmente ipocrita.
Emblematico il dare del tu a tutti, che esprimerebbe essere trattati tutti su un piano di parità.
Il tu cancella la distanza che il Lei aristocratico o il Voi fascista indicava. Ciascuno di noi è uno, senza dubbio. Alla pari, no.
È notevole come negli ultimi decenni, un vero populismo linguistico abbia condotto a una volgarità che enfatizzerebbe il proposito, mentre lo impoverisce come una sentenza che non concede alcuna risposta.
Alcuni, argomentando, lodano la lingua inglese: Falso. Il tu non esiste. You è un plurale usato al singolare, con il verbo coniugato al plurale e Thee viene rivolto soltanto a Dio.
Le reti sociali propongono d’altro canto un’infinità di derive, in specie quando una persona si nasconde dietro pseudonimo. Non a caso, utilizza appellativi aggressivi spesso con connotazioni sessuali per ‘allettare il cliente’. Si sprofonda così, e il fenomeno non è assente dalla vita in presenza, in un quadro di relazioni effimere e superficiali, nella cancellazione della persona, nello sradicamento dell’identità, fino a quella propria.
Il linguaggio non è quindi al riparo da manipolazioni varie, non esenti da influenze ideologiche pesanti atte a modificare il pensiero e a uniformarlo.
Potrebbe annunciare il crollo della comunicazione verbale, e, al tempo stesso, di una libertà che non smette di rivendicare e proclamare, vittima proprio delle trasformazioni con le quali pretende di conquistarla.