Perdere il lavoro e ritrovarlo nell’anno del Covid

10 Aprile 2021



Perdere il lavoro e ritrovarlo nell’anno del Covid
Perdere il lavoro e ritrovarlo nell’anno del Covid

Nel corso del 2020 la perdita di posti di lavoro nel è stata drammatica.   L’Istat ha segnalato  444mila occupati in meno nel corso dell’anno; di questi il 70%  erano donne. Molte di loro hanno lasciato il lavoro perché sono state licenziate, altre hanno dovuto farlo per occuparsi dei figli.

Cosa si prova quando si viene licenziati pur essendosi impegnati nel proprio lavoro, per motivi del tutto indipendenti da te, e come fare per rimettersi in gioco, per trovare un’altra occasione? Sono tutte domande alle quali non si può dare una risposta univoca. Per questo è molto utile leggere le esperienze di coloro che ci sono passati. A Cristina Arbini, è accaduto proprio questo. Cristina, 36 anni, laureata in filosofia, da diversi anni lavorava per  Linkedin, a Dublino e da qualche tempo era stata trasferita in Italia.

Ci racconti la tua esperienza?

(Cristina): certamente. Ero tranquilla, la mia azienda andava e va benissimo, tanto che io e mio marito ci eravamo decisi ad avere il secondo figlio. A Maggio  l’abbiamo concepito, tutto procedeva bene, nel frattempo continuavo a lavorare nella mia azienda.

E poi che è successo?

Finalmente è arrivato luglio, i contagi erano scesi e noi siamo partiti per una breve vacanza.  È stato allora che mi è arrivata notizia dall’America che ci sarebbe stata una riorganizzazione. Un team sarebbe stato colpito. Ci volle poco per capire che si trattava del mio team.

Come hai reagito?

A quel punto il mondo mi è crollato addosso.  Ho passato una settimana, anzi due, di vero panico, tristezza, incapacità di reagire. Ma accanto alla tristezza, allo sconforto avevo la consapevolezza che dovevo reagire rapidamente.

Quale era il pensiero prevalente?

La mia mente andava al pensiero delle molte donne di cui sapevo che avevano perso il lavoro alla mia età, con bimbi piccoli e che erano uscite dal mercato del lavoro. Sapevo che molte di loro non erano più riuscite a rientrare.

Questo secondo te, era accaduto, accade per un rifiuto verso le donne con bambini?

Non direi. Avviene soprattutto perché la famiglia, i bambini piccoli ti coinvolgono moltissimo, prendono tutto il tuo tempo. Ti immergi nella vita familiare e due, tre anni passano in un lampo.

Intendi che il vuoto lasciato dal lavoro viene subito riempito dai bambini, i loro bisogni, anche dalla bellezza di stare loro vicino, vederli crescere?

Esattamente. È qualcosa di atavico che ti chiama. Solo che io sapevo che non potevo permettermi quel distacco. Non volevo permettermelo.

Il motivo è il ritmo del cambiamento nel mondo del lavoro, così veloce che si resta indietro?

Si, proprio così

Hai sentito subito la differenza tra te e i tuoi colleghi e colleghe che non erano in stato interessante?

La differenza era già nelle cose, mentre altri si sono potuti ricollocare, io no, ero  incinta di tre mesi

Cosa hai fatto?

Ho firmato le dimissioni con un accordo. Non c’era altro da fare.

E poi hai ingaggiato una corsa contro il tempo.

Si, ho iniziato a pensare che avevo due date importanti. Quella della nascita di mio figlio a fine anno.  Sino alla sua nascita avrei avuto del tempo a disposizione. Alla sua nascita avrei dovuto concentrare tutto su di lui per almeno 3, 4 mesi. Ma subito dopo io volevo, dovevo fare in modo di ricominciare a lavorare. In ogni caso non dovevo arrivare a settembre 2021 senza un lavoro. Questa era la sfida,  ma sapevo che non era facile.

Ti ha aiutato qualcuno?

Si. Una dirigente più grande di me mi ha aiutato a gestire il momento difficile. Lei ci era passata e ce l’aveva fatta. Era un esempio positivo.

Cosa ti ha suggerito?

In primo luogo di non tenermi tutto dentro, di non vergognarmi, ma di raccontare quello che era successo.

Tuttavia c’è modo è modo di raccontare.

Si, non raccontare per lamentarmi. Io per lavoro mi occupavo di comunicazione, così mi sono concentrata sul fatto che possedevo una storia da raccontare. Potevo raccontarla come volevo, potevo farlo da vittima. In tal caso mi sarei sfogata ma non avrei avuto nulla.

Oppure?

Oppure avrei potuto usarla per far sapere a più persone possibili con cui avevo lavorato, ai clienti che avevo seguito, che ero libera, che ero determinata.

Quindi come diceva Fritz Perls, è importante non tanto quello che hanno fatto con te, ma quello che tu fai con quello che ti è accaduto?

Si, ho pensato all’opportunità di creare una narrazione positiva importante per me e per gli altri.

Credo moltissimo al potere delle parole, costruiscono la realtà nella nostra testa e nella testa degli altri.

Cosa hai fatto concretamente?

Ho scritto a tutti i miei clienti ringraziandoli del tempo passato insieme. Con questo atto ho imparato a superare la  vergogna: ma non avrei immaginato che avrei avuto un supporto tale da loro.

E hai avuto delle consulenze quasi subito, proprio da alcuni di loro.

Si, questo non me l’aspettavo.  Ho trovato molto aiuto dalle persone con cui ho parlato,  collaborazioni con società che mi hanno accolta. Mi sono accorta che avevo seminato bene.

Torniamo al tempo.

Sapevo di avere poco tempo per via della gravidanza e volevo utilizzarlo per replicare quello che avevo imparato a fare sotto il cappello Linkedin, sotto un cappello mio.

E a fine dicembre è nato il tuo bambino. Ma la splendida notizia è che  tra qualche mese riprenderai il lavoro.

Si. inizierò un’attività nuova di coordinamento di comunicazione per un’azienda importante Un mondo nuovo, un lavoro manageriale con persone da dirigere, che non ho mai avuto.

Insomma ce l’hai fatta.  Non è certo stato un anno di attesa. E ora?

Ora è un  tempo generativo, avendo già avuto un bambino, sapevo che sarebbe arrivato il tempo vuoto dello svezzamento senza niente.  Un baratro che ho cercato di costruire un ponte tra l’ora e il poi. Volevo arrivare al periodo dello svezzamento con qualcosa in mano per non trovarmi col bambino e una storia già vecchia.

Complimenti, sei stata molto lucida e brava.

Grazie.

Il tuo suggerimento?

Il consiglio è  riuscire a proiettarsi a guardare oltre. Cosa difficilissima, ma che fa la differenza. Mi immaginavo, mi vedevo, tra qualche anno mentre raccontavo al mio bambino che mentre lo aspettavo avevo perso il lavoro e che lo avevo anche ritrovato.

 

 

 

 

 

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Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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