Un poeta sociologo

22 Maggio 2019



Un poeta sociologo
Guido Oldani

Esiste una poesia sociologica? In senso astratto tante poesie lo sono, soprattutto quelle che trattano delle problematiche dell’umanità di oggi e di ieri, in quanto la sociologia studia  i fenomeni della società,  indagando gli effetti e le cause, in rapporto con l’individuo e il gruppo.

Ma c’è una corrente poetica che ha fatto di un’osservazione moderna della realtà, legata a una trasformazione sociologica, il proprio pensiero cardine. Si tratta del Realismo Terminale.

La nascita di questo movimento culturale ha a che fare con un avvenimento di interesse  sociologico e demografico. Nel 2001 il  poeta lombardo Guido Oldani, mentre è negli USA per una serie di conferenze nelle Università, apprende da un tg la notizia che gli abitanti del pianeta che vivono nelle città hanno superato quelli che vivono al di fuori di esse.

Questo discrimine epocale, che porterà a un sempre maggiore numero di persone accatastate nelle città,  in megalopoli che raddoppiano i loro abitanti a un ritmo mai visto,  in un processo che per ora pare irreversibile, ha spinto Oldani a una serie di considerazioni.  , Nel 2010 ha scritto il manifesto del Realismo Terminale, e poi, La faraona ripiena, a cura di Giuseppe Langella ed Elena Salibra, che ha visto il concorso di medici, matematici, filosofi, antropologi e psicanalisti, oltre che di poeti e critici, impegnati a discutere, dai rispettivi punti di vista, le tesi di un movimento letterario fortemente legato ai cambiamenti della società.

Ma quali sono le tesi del realismo terminale?

L’accatastamento dei popoli e l’urbanizzazione convulsa porta gli uomini a vivere in spazi ristretti, circondati sempre in maggior misura da oggetti che permettono loro di condurre una vita lontana dalla natura e funzionale al loro nuovo habitat. Gli oggetti, sempre più numerosi e specializzati, in particolare quelli cosiddetti tecnologici, hanno assunto un’importanza vitale, nevrotica nella vita degli uomini, a tal punto che di nessuno egli farebbe più a meno.

C’è stata quindi un’inversione di valori: un tempo l’uomo era il soggetto che disponeva dell’oggetto, oggi è il contrario: l’uomo è schiavo dei propri oggetti che sono diventati soggetti. Basti pensare al rapporto maniacale che tutti abbiamo con il telefonino o con l’automobile.

La natura è per il cittadino un elemento distante, paradossalmente innaturale rispetto alla realtà della città e degli oggetti con cui ha dimestichezza. Molti bambini non hanno mai visto una gallina viva.

Cambiamenti epocali  nella società ( e questa è una delle interessanti  considerazioni socio-poetiche di Oldani)  cambiano inevitabilmente la nostra  lingua, il  modo di esprimerci che è strettamente legato al nostro habitat.

Guido Oldani, pur essendo poeta coltissimo e raffinato – usa magistralmente l’endecasillabo -, non si è rifugiato nell’Arcadia,  ovvero in un mondo idilliaco lontano dal presente, per scappare da queste trasformazioni ma, da poeta sociologo – oseremmo dire – le ha studiate e  trasferite in modo originale  nella sua poesia, conferendo alla più stretta contemporaneità il valore profondo della poesia.

Il poeta tradizionale utilizzava abitualmente lo strumento delle metafore e delle similitudini, utilizzando come secondo metro di paragone la natura.

Il poeta sociologo del R.T. utilizza ora similitudini rovesciate, in cui i paragoni non sono più riferiti alla natura, ma agli oggetti.  Confronti che hanno fatto la fortuna dei poeti bucolici e romantici come: ‘la tua bocca è rossa come il fuoco’, oppure ‘sei veloce come il vento’, o ‘il tuo amore è opprimente come un cielo plumbeo’, sono stati sostituiti con altre espressioni come ‘la tua bocca è rosso ferrari’, o ‘sei come la mia moto’, oppure ‘il tuo amore è una camera a gas’. Questo per citare alcune canzoni famose.

Una vera e propria rivoluzione copernicana della poesia, già oggetto di attenzione in tutta Europa e negli Stati Uniti.

Come si vede, quindi,  anche l’amore, si è trasformato lessicalmente nella poesia moderna di Oldani e del suo movimento. Riuscendo a trovare ugualmente lirismo e forza.  Come in ” La lavatrice” in cui il poeta paragona magistralmente la coppia a due calzini che si ritrovano in una centrifuga.

Il tema dell’accatastamento di persone e oggetti è presente anche nella forma stilistica dell’elencazione, dell’enumerazione, a sottolineare la sovrabbondanza demografica e oggettistica del nostro tempo. Il movimento ha a cuore diverse problematiche sociali e i suoi temi sono spesso legati all’attualità.

La poesia del Realismo Terminale è così prevalentemente civile, votata ai grandi temi etici e sociali del nostro tempo.

L’impegno civile dei Realisti Terminali, che collaborano con molte istituzioni come il Piccolo Museo della Poesia di Piacenza e il Centro di ricerca  “Letteratura e Cultura dell’Italia Unita dell’Università Cattolica” e la Columbia University, si è tradotto, fra l’altro, nell’istituzione, nel 2011, del Tribunale della Poesia, che ha promosso annualmente “Il giorno dell’impiccato”, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di vita nelle carceri. Il movimento si è battuto, inoltre, con manifestazioni, appelli e una raccolta di firme, per la liberazione di un regista, ingiustamente recluso in un ospedale psichiatrico a seguito di una sentenza di sapore kafkiano, e per la revisione del processo.

Inoltre il Realismo Terminale è l’unico movimento letterario presente nella sezione “Duemila” del testo per il triennio superiore “Amor mi mosse” edito da Pearson e a cura di Langella- Frare – Gresti-Motta. E’ quindi già storicizzato e studiato nei licei, pur essendo recentissimo.

Il registro, tuttavia, è principalmente quello dell’ironia. Descrivendo la situazione attuale i realisti terminali sperano che l’uomo si ravveda e che a forza di stare a testa in giù, come spiegano nelle loro opere, in particolare nel Manifesto, “si ravveda e un po’ di sangue gli torni a irrorare il cervello. Perché la mente non sia solo una playstation.”

Se non è poesia sociologica questa…

 

 

 

La lavatrice

la centrifuga gira come un mondo
e i suoi abitanti sono gli indumenti
riposti dalla coppia dei congiunti.
si avvinghiano bagnati in un groviglio
i rispettivi panni in capriola,
sono rimasti questi i soli amanti,
quegli altri se si afferrano è alla gola.

La betoniera

L’acqua ha il sale e su, le petroliere,

versano olio, come condimento,

alla zuppa di pesce navigante.

e la gabbia del cielo ha le sue penne

che portano la cacciagione in volo

e i vermi sono filo per cucire,

che tiene insieme ogni zolla nera

e il tutto è nella pancia di dio padre,

che ci mescola, dolce betoniera.

 

 

25 aprile: il perdono

è simile a un turacciolo stappato
dalla bottiglia che chiudeva il vino
il perdono, buon sughero cristiano.
invece di covare la vendetta,
galleggia sopra di qualunque colpa
anche pesante come un autocarro
ed affranca, se occorre, il peggior male,
fosse pure un diluvio universale.

da allora il male rischia la tagliola.

(Guido Oldani)

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Un poeta sociologo

Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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