Avere vent’anni a Tehran – 2

20 Febbraio 2021



Avere vent’anni a Tehran - 2
Avere vent’anni a Tehran - 2

L’articolo precedente  (Avere vent’anni a Tehran 1), apriva ad una riflessione sulla spaccatura tra due generazioni susseguitesi all’indomani dell’affermarsi del governo teocratico in Iran. Tehran, è la metropoli specchio di questa frattura. Cerchiamo allora di comprendere cosa voglia dire avere vent’anni a Tehran. Nello scarto generazionale di un ventennio o poco più, i giovani iraniani rinunceranno a movimenti di coesione e rivolta patriottica, stavolta contro il regime islamico, accettando un governo in cui vige la certezza del diritto ma non nell’applicazione della pena, che avverrà in maniera arbitraria per comprimere le libertà fondamentali quando utile alla propaganda di regime. Essi pianificano una fuga verso orizzonti europei, e nel frattempo, sperimentano nelle loro vite la netta separazione tra dimensione privata di dissenso e pubblica quiescenza al regime. Questi ragazzi, sanno quanto la sharia sia un qualcosa di distante da noi, che viviamo anzi una sovrapposizione totale di privato e pubblico. Conoscono la regola ed il controllo sulla fisicità dei loro corpi in relazione nell’ambiente pubblico e finanche in privato, qualora sia utile come deterrente. Sono assuefatti alla compressione delle libertà fondamentali ed il mezzo coercitivo proprio del regime teocratico impone loro di salvaguardare in primis l’integrità fisica. Quello che però vogliono trasmetterci, non è la drammaticità della loro condizione, piuttosto quanto abbraccino la nostra cultura nel medesimo agio economico, quanto incontrino il nostro gusto e le nostre esperienze formative, di consumo e divertimento. L’orgoglio nazionalista dei loro padri, sembra lasciar posto ad una forma passiva di consenso, dove l’accadimento politico non scalfisce un atteggiamento di volontaria distrazione. Questa generazione abbiente “post-islamica”, si trova divisa tra tradizione e valori alternativi proposti dalla nuova cultura di massa della rete globale, vive un dualismo privo di scambio tra morale pubblica ed individuale, spostandosi con disinvoltura tra i due poli. Ciò che per questi giovani conta è preservare il loro status borghese fin tanto che non potranno emigrare. L’equilibrio familiare e l’onore dei genitori rappresenta un valore da tutelare, non si vuole perciò alterare la realtà sociale e politica in cui questi si inseriscono, anche per il favore economico loro derivato dall’appoggio alla repubblica islamica. La trasgressione perciò, è contemplata e permessa in casa, e avallata soltanto in privato dall’inerzia delle autorità. L’accettazione di un forte condizionamento nella vita pubblica, diventa sopportabile proprio perché la teocrazia consente uno spazio intimo di comportamenti anti-sistema. Ma l’aspetto singolare di questa ribellione giovanile è che, nel ceto benestante, consista per lo più nell’inseguire l’omologazione culturale globale, che non valorizza la diversità religiosa, etnica, politica, bensì promuove la stessa aspettativa di vita a prescindere dalla provenienza. La trasgressione in salotti benestanti a Tehran, diventa pratica esclusivamente privata, ed in più slegata da una riflessione ideologica sulle proprie radici culturali e religiose, depotenziata perciò nella sua capacità di comunicare dissenso anche in piccoli gruppi. L’atto del condividere privatamente abitudini di comportamento e consumo occidentali, rappresenta per ciascun ragazzo una modalità protetta di disaccordo nei confronti della dittatura. E di questo non parleranno mai apertamente, nemmeno tra le mura di casa, e forse neanche quando vivranno in un paese libero. E’ passato un anno e mezzo da quel viaggio, Mohammed è ancora in attesa di una risposta dal consolato italiano, tanti giovani come lui continuano ad essere mortificati e sanzionati dalla teocrazia nell’attesa di sentirsi definitivamente parte del mito occidentale che seguono tramite i social. Chissà in quanti porteranno con se l’esperienza del condizionamento, dell’oppressione, e si discosteranno dai modelli di comportamento, di acquisti, di cultura che ci plasmano. Chissà in quanti, si sentiranno davvero liberi nel nostro paese di avere un’identità in cui, privatamente e pubblicamente, coesistano vissuto, tradizione ed un’opportunità di vita davvero differente, liberale.

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Avere vent’anni a Tehran - 2

Maria Teresa Vanacore

Maria Teresa Vanacore, è avvocato specializzata in diritto dell’immigrazione e mobilità internazionale, cantante ed appassionata di musica funky & soul. Nell’arco della sua attività si occupa di promuovere integrazione e parità di trattamento nei confronti di stranieri migranti economici provenienti da realtà geopoliticamente esposte e soggetti per questo a discriminazione. Ha pubblicato su Il Sole 24 Ore sezione diritto articoli dedicati a proposte di miglioramento della politica migratoria europea. Come cantante, si dedica a progetti di cover con diversi musicisti, e si esibisce come voce del gruppo Everfunk nel contesto live milanese.

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