E se avessimo sbagliato sul femminicidio?

20 Maggio 2019



E se avessimo sbagliato sul femminicidio?
E se avessimo sbagliato sul femminicidio?

L’atteggiamento della società di oggi nei confronti della violenza è molto cambiato rispetto al mondo antico. Non solo la condanniamo, ma urta la nostra sensibilità. Per un uomo di oggi sarebbe insopportabile assistere a un’esecuzione pubblica, vedere una persona ardere sul rogo, qualunque reato abbia commesso. Nel passato la pena fisica, la tortura, la violenza di chi trasgrediva le norme sociali era, al contrario, consueta. Diventava spettacolo.

Ma oggi siamo cambiati. Per questo, tra tutte le forme di violenza, quella che ci appare più incomprensibile, subito dopo quella verso i bambini, è la violenza dell’uomo sulla donna all’interno di un rapporto affettivo.

L’uomo che uccide la donna che ha vissuto con lui, desiderato sessualmente, che ha stretto tra le sue braccia, che si suppone abbia amato, suscita un’onda di sdegno, incomprensibilità e sgomento. Anche perché oggi sembra facile lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare. Puoi divorziare, andare via. Nessuno sbeffeggia più l’uomo tradito chiamandolo cornuto e costringendolo a difendere il suo onore.

Eppure questi uomini che uccidono sono tanti, sono troppi. E nella maggioranza dei casi non avevano dato alcun segno di squilibrio premonitore.

E quindi potremmo chiederci: se avessimo sbagliato direzione nell’inquadrare il fenomeno dei femminicidi?

Una spiegazione ricorrente è che gli uomini soffrono del cambiamento delle donne. Ma se osserviamo quello che accade nel mondo del lavoro, l’uomo non rifiuta la donna, neppure quando è il suo capo.

Non trova insopportabile eseguire ogni giorno i comandi di una femmina.

Non mi sento di continuare a sostenere che l’uomo non ha accettato l’emancipazione femminile, il suo aumento di potere. Molti maschi oggi riconoscono ed elogiano apertamente le donne di valore. Spesso ne vanno orgogliosi. Pensiamo alle femmine leader politico, o capi di stato.

Forse dovremmo portare la nostra attenzione su qualcosa di più generale: la progressiva scomparsa di quelle che sono chiamate le buone maniere.

Il sociologo Norbert Elias ha studiato quello che avviene sul crinale tra mondo privato e mondo sociale, mettendo in evidenza come la società ha potuto svilupparsi perché è andata progressivamente ingentilendosi.

Insegnando l’autocontrollo ai propri figli, costruendo regole da applicare quando si è con gli altri, a tavola, nei momenti di svago, con i vicini, secondo Elias si è contribuito a creare e consolidare un tipo di cortesia che ci permea nel profondo. Questo progressivo diffondersi delle buone maniere ha creato delle zone tranquille, pacifiche, civili, in cui si vive sereni: la società civile.

Ma è ancora così? Mentre nel mondo del lavoro da questo punto di vista i rapporti sono corretti, nella sfera privata invece stiamo andando, da decenni, incontro a un progressivo imbarbarimento dei costumi.

Si è data così tanta importanza alla naturalezza, che spesso due compagni di vita si fanno con troppa facilità sgarbi e cattiverie, si insultano, si provocano. E ritengono, in nome della spontaneità, che non abbiano il dovere di controllarsi, pensare alle conseguenze delle loro parole, dei loro gesti, delle loro azioni.

Alcuni spettacoli televisivi incoraggiano comportamenti aggressivi e sguaiati nell’ambito di coppia che fino a qualche anno fa venivano censurati.

Per concludere, tra i fattori della violenza sulle donne, dobbiamo ipotizzare che alle spalle di motivi personali, passionali, o perdita di controllo patologica, vi sia anche questo modo di pensare: che nel campo delle relazioni sentimentali tutto è lecito, tutto è possibile, non ci sono regole.

Ma così perdiamo di vista un elemento che è alla base della civiltà: per vivere insieme dobbiamo far prevalere il noi sull’io e la coppia è già un noi, è già un mondo sociale che richiede – per continuare a proteggerci e a darci benessere – la capacità di coltivare comportamenti gentili, corretti altruistici, rispettosi.

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Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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