Dalla violenza al femminicidio

1 Dicembre 2017



Dalla violenza al femminicidio
Dalla violenza al femminicidio

L’uso della violenza fisica è un costume che viene insegnato e legittimato dalla società.

Ancora due secoli fa in Europa gli uomini portavano la spada e, quando si consideravano offesi, la usavano. Il duello è stato pratica corrente in tutto il XIX secolo. Fino a poco tempo fa era praticato come sport il pugilato. Vi sono poi delle società delinquenziali, in cui è pratica comune l’uso delle armi e della tortura. La società, infine, continua a rappresentare la violenza fisica nell’arte. Otello continua a uccidere Desdemona e Amleto a battersi in duello. Nel cinema di Hollywood vi sono  film pieni di sparatorie dall’inizio alla fine. Io ogni volta che penso a come è stata con­ce­pita ed applicata la giustizia nella storia, sono preso da un senso di orrore. Ai criminali si tagliavano le mani, la lingua, si cavavano gli occhi. E spesso nello stesso modo venivano trattati i prigionieri di guerra sconfitti.

E i mezzi di comunicazione, soprattutto il cinema, continuano ad insegnare, soprattutto ai maschi, che per sopravvivere o per affermarsi nel mondo bisogna combattere e uccidere i propri nemici e vendicarsi sanguinosamente delle offese ricevute. E ancora adesso la cultura popolare, la cultura di strada, approva lo scontro fisico fra i giovani maschi, di qui il bullismo.

Il sistema patriarcale, in cui la donna era subordinata al maschio e a cui apparteneva, è in via di dissoluzione, ma restano sempre delle aree delle enclaves  culturali, dei gruppi arretrati. Non dimentichiamo che in Italia fino a pochi decenni fa c’era il delitto d’onore, in cui l’uomo era autorizzato di fatto a uccidere la donna colta in flagrante adulterio con un altro .

Oggi, con la parità dei diritti, una donna può (e lo stesso vale per l’uomo) lasciare il compagno sia esso il marito, il fidanzato, l’amante senza spiegazioni e in modo istantaneo con frasi come “amo un altro”, “non ti amo più”, “non ti sopporto più”, “mi sono stancata”. Entrambi, cioè, hanno il diritto del ripudio, un diritto riservato in certi paesi orientali solo al solo maschio. Ma nella nostra società, in cui questo costume era assente, l’uomo e la donna ripudiati vanno incontro ad una grave sofferenza e in certi ambienti anche al discredito totale. Il maschio, più portato alla violenza fisica, può tornare a costumi primitivi, cercando di costringere la donna ad amarlo o a stare con lui (stalking) perseguitandola e picchiandola fino ad ucciderla: è il femminicidio.

Il femminicidio è l’uccisione della donna da parte di un uomo abbandonato.

Esso perciò mi sembra un costume residuale di un’epoca in cui la donna era subordinata all’uomo e lui la considerava quasi una proprietà, anche nell’Europa cristiana. Questa tendenza a consìderare la propria donna una proprietà dipende anche dalla storia personale, dai timori e dalle angosce di perdita infantile/adulta, come dipende da queste cose l’entità del trauma dell’abbandono.

Però è un errore considerare il femminicidio la risposta rabbiosa ed ìmmediata ad una perdita insopportabile che toglie ogni significato alla vita. Chi uccide è perché pensa di non poter vivere senza la persona che lo lascia, la odia perché gli ha tolto tutto ed ha distrutto la cosa più preziosa che esisteva. Non ha compiuto solo un tradimento, ha commesso un sacrilegio. E non è un raptus improvviso. È il risultato di un dolore che cresce, dalla consapevolezza di non poter vivere e quindi della decisione di porre fine al dolore eliminando l‘amore che lo ha fatto nascere.

Ma non è un raptus, è un omicidio o un omicidio premeditato, spesso vissuto come un atto di giustizia.

Più volte mi è stato posto il quesito. Possiamo in questi casi dire che egli uccide chi ama? Dovremmo dire di no, perché lui se uccide non ama più, odia. Ma all’inizio dell’articolo abbiamo detto che se l’odio può sorgere improvviso, può sparire altrettanto rapidamente.

Se la persona che vuoi uccidere all’ultimo momento ti dice che resta con te perché ti ama, l’odio scompare e viene rimpiazzato dall’amore.

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Francesco Alberoni

Laureato in medicina, ordinario di Sociologia a Milano. Ha studiato il divismo L’elite senza potere (1963) ed è stato il fondatore della sociologia dei consumi in Europa: Consumi e società (1964). È il maggior studioso dei movimenti collettivi Movimento e istituzione (1977) e Genesi (1989), è il pioniere degli studi sull’amore: Innamoramento e amore (1979) tradotto in trenta lingue, un tema che ha continuato ad approfondire con L’amicizia (1984) l’Erotismo 1986) Ti amo (1996) Sesso e amore (2006) L’arte di amare (2012) Amore e amori (Edizioni Leima, Palermo, 2016). Con Cristina Cattaneo ha pubblicato L’universo amoroso (2017), Amore mio come sei cambiato (2019) e L’amore e il tempo (2020).

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