Ma ci sono davvero attenuanti al femminicidio?

1 Aprile 2019



Ma ci sono davvero attenuanti al femminicidio?
Ma ci sono davvero attenuanti al femminicidio?

Tre sentenze di poche settimane fa, che grazie a discutibili attenuanti hanno ridotto altrettante pene di femminicidio, stanno riportando alla ribalta il concetto di delitto d’onore, una realtà italiana, socialmente giustificata per tantissimo tempo, che da tempo ci sembrava anacronistica e immorale. Ma che a quanto pare è tornata all’ordine del giorno.

Javier Napoleon Pareja Gamboa, accusato di femminicidio nei confronti della moglie Jenny Angela Coello Reyes a Rivarolo, nelle vicinanze di Genova, è stato condannato con rito abbreviato a sedici anni anziché trenta con l’attenuante di aver agito mosso da un “misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”.
Analoga diminuzione di pena per Michele Castaldo, che uccise a mani nude la compagna Olga Matei, in quanto il giudice ha stabilito che l’uomo ha agito durante “una soverchiante tempesta emotiva e passionale” scatenata dalla gelosia.
È arrivata, inoltre, in Italia la notizia dell’assoluzione dei parenti di Sana Cheema, la ragazza pakistana di 25 anni, abitante in Italia, ma strangolata in Pakistan dopo aver rifiutato un matrimonio combinato dalla sua famiglia.

Sembrerebbe, quindi, secondo alcuni giudici che esistano davvero attenuanti al femminicidio, come, appunto, ai tempi del “delitto d’onore”.

Ma si tratta davvero in tutti e tre i casi di “delitto d’onore”?
Fino al 1981 in Italia, alla pena di omicidio, in caso di uccisione a seguito di adulterio, vero o presunto, che altrimenti avrebbe comportato l’ergastolo, si applicava un’attenuante così forte da ridurre enormemente il periodo detentivo. Il concetto di giustificazione all’“onore leso”, di cui il nome del reato, si estendeva non solo al coniuge, ma anche alla famiglia. Nella maggior parte dei casi l’omicida era il padre o un fratello. Alberoni Magazine ha ampiamente trattato la questione storico giuridica in un recente articolo.
L’onore perduto, in caso di corna, un tempo era reale. Il dileggio generale era assicurato e anche la riprovazione di dare un cattivo esempio alle altre famiglie. Ancora oggi a San Valentino in Abruzzo Citeriore esiste una Festa dei Cornuti, che un tempo ha avuto anche esiti drammatici, ma che ora è solo una simpatica sagra folcloristica.

Oggi, tuttavia, nella società occidentale globalizzata il divorzio è diffusissimo e il cambio di partner, durante la vita, è socialmente accettato. Persino nei piccoli centri, dove tutti guardano tv e internet, i dibattiti televisivi, le fiction e le news sui divi dello schermo rendono socialmente accettabili tradimenti e formazione di nuove coppie. In occidente quindi non si può parlare di un ritorno al delitto d’onore. Se mai, in una società in cui si tende a psicanalizzare tutto e tutti, in cui il buonismo sta prendendo il posto della bontà, l’eccesso di immedesimazione nei panni di chi commette reati, anche pesanti, porta a sentenze dubbie.
“Tempesta emotiva”: questa è una delle motivazioni. Ma non potrebbe valere per qualunque tipo di reato? Bisogna assolvere tutto e tutti in nome di non si sa quale trauma psicologico? Non è pericoloso?

E’ importante infatti distinguere il desiderio di comprensione che si può avere per l’aggressore, sentimento umano che a volte ci spinge a interessarci persino di terroristi, serial  killer o altri criminali, all’applicazione della legge, alla tutela che si deve ai cittadini e in particolare alle donne, sempre più vittime di una società che non riesce a trovare la quadra della convivenza e della trasformazione del rapporto tra uomini e donne. Inoltre, come sostengono Alberoni e Cattaneo in un intero capitolo del loro ultimo libro “Amore mio come sei cambiato”, chi ama non uccide. Un’ovvietà, parrebbe, non ovvia.

Per l’ultimo caso, in cui il delitto è stato compiuto in una nazione più arcaica dal punto di vista giuridico, come quella pakistana, uccidere una donna non è un reato regolato dal diritto pubblico, ma dal diritto privato. Questo vuol dire che se la famiglia della donna vittima di femminicidio ricorre a un avvocato civilista può ottenere un risarcimento, come se qualcuno gli avesse rubato un oggetto, altrimenti – se questa non avesse soldi per pagare la difesa o le leggi non scritte del clan glielo impedissero di fatto – l’omicida non avrebbe nessun tipo di punizione.

Nella maggior parte degli stati, quando muore una persona, compresa una donna, è lo Stato che indaga e condanna l’assassino, perché lo Stato si ritiene danneggiato dalla perdita di un’unità importante della nazione. Celebre nei film la frase nei legal movie: Lo Stato contro John Smith, o John Brown, o Mario Rossi, che rende l’idea dell’importanza delle persone nella collettività. In altri stati, come il Pakistan, lo Stato è indifferente, come se, appunto, si trattasse della perdita di un asino, o di un aratro anziché di una donna. Completamente diverso è il caso della morte di un uomo. In questo caso si può dire che non solo c’è un ritorno al delitto d’onore, ma di una mentalità persino peggiore di quella che portava al delitto d’onore. L’intersecarsi delle giurisdizioni italiane e di alcuni paesi stranieri sta portando alla luce queste leggi legate a tempi e mentalità di un passato primitivo. Si spera che il diritto sovranazionale e l’ONU si impegnino per aggiornarle.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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