La prima volta davanti al volto della violenza

11 Giugno 2019



La prima volta davanti al volto della violenza
La prima volta davanti al volto della violenza

È entrata con gli occhiali messi male e mi ha scrutata per capire se potesse fidarsi di me, io l’ho guardata senza dire niente, le ho fatto capire solo guardandola che ero – sono – lì per lei. E questo le è bastato. Tra le lacrime, le giustificazioni, l’imbarazzo, i silenzi e la sottile – lieve e paurosa – linea di speranza che l’ha portata da me, mi racconta delle botte e delle violenze subite, da parte di quel marito più forte, più forte perché porta a casa i soldi, più forte perché uomo, più forte… Quanto a me, ho la fortuna di vivere in una casa dove la violenza non ha mai avuto un posto, ma dopo dieci anni dedicati a combatterla, provo sempre lo stesso identico sentimento di rabbia… Ma faccio l’avvocato, mi morsico le labbra, taccio e ascolto fingendo di essere abituata.

Alla violenza, invece, non ci si abitua mai.

Torno a casa, nel letto a luce spenta e mi vengono in mente le scene descritte… Le indosso come un vestito che non mi piace, provo emozioni uguali a quelle che sento quando non sono a mio agio con qualcuno, immagino le scene che mi sono state raccontate in studio, provo la paura di lei quando lo sente tornare a casa con la speranza che non abbia bevuto, con la speranza che non si accorga di lei. Penso a lei che piange in bagno e si chiede il perché… Immagino poi i bambini che osservano e sentono le urla, le mortificazioni, che assistono alle umiliazioni e che si chiedono se davvero quello sia l’amore di cui tutti parlano, si chiedono perché la mamma resti lì a subire tutta quella violenza, trovando sempre delle giustificazioni… Si chiederanno sempre se è colpa loro, lo capiranno da adulti, forse. O forse no. La violenza assistita è la peggiore tra tutte le forme di violenza. È una violenza subdola, vigliacca, è una violenza subita alla quale non si può reagire, si può solo chiudere gli occhi ed augurarsi che tutto finisca presto.

I bambini, è per loro che ho scelto di fare l’avvocato, appena posso vado nelle scuole a parlare di violenza, di sicurezza, per cercare di offrire valide alternative, cercando di dare loro delle speranze… Poi ci sono i bimbi ancora più soli, che stanno nelle comunità, ogni volta che entro vorrei portarli via. Ma sono un avvocato. Salgo in macchina e immancabilmente piango, ma sono preparata e porto sempre con me gli occhiali da sole. Ma ci sono anche i “lui”. Gli uomini vittime di donne che non picchiano, ma che usano la psicologia. Un tipo di violenza che può fare ancora più male. E allora penso anche a lui che non è più innamorato, ma che si sente sotto scacco per i figli. E penso a lei, che per tenerlo legato a sé utilizza i bambini come merce di ricatto e così la vita se la rovinano tutti; lui che sta con lei pur non amandola, lei che ne è consapevole e si sente frustrata e i figli che si accorgono di essere continua fonte di baratto e che si chiedono il perché. Lo capiranno da grandi, o forse no. Dicono che ci si abitui a tutto, io ancora non credo sia così, io sono convinta proprio del contrario.

Penso che nella vita chi si abitua è finito, penso che abituarsi sia sinonimo di rassegnarsi, penso che l’amore sia la risorsa più straordinaria della vita, penso che alle ingiustizie, alla paura, alle prepotenze ed alla violenza non ci si debba abituare mai. Che tu ne sia vittima, che tu ne sia operatore, che tu ne sia spettatore. Chi si abitua alla violenza diventa complice della violenza stessa. Penso che le sfide nella vita siano il vero motore, penso che siano la strada che porta alla felicità… Penso e ripenso che amare sia la più meravigliosa e grande sfida della vita. Ed io, da sempre, amo le sfide.

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