Fermare il suicida?

24 Giugno 2019



Fermare il suicida?
Fermare il suicida?

Nel mese di giugno siamo rimasti scossi di fronte a due eventi, avvenuti a pochi giorni di distanza: due giovani sotto ai vent’anni avevano deciso che la loro vita non valeva la pena di essere vissuta e volevano morire.

La prima era una bella ragazza olandese, Noa, che aveva subito un trauma molto pesante  a 12anni e non era riuscita a superarlo. Sembra che avesse provato a combattere da sola, poi aveva anche scritto un libro, ma non era riuscita a liberarsi del passato. Alla fine, esausta, ha fatto domanda di eutanasia alle istituzioni del suo paese. Allora, solo allora sembra che i suoi genitori abbiano scoperto quanto stesse male e hanno cercato aiuto in mani esperte. Si sentivano infatti incapaci di affrontare da soli una situazione così drammatica. Ma ogni tentativo non è andato a buon fine e Noa si  è lasciata morire di fame e sete nella sua casa, e i suoi cari non hanno potuto fare altro che passare con lei gli ultimi giorni.

Il secondo caso che ha occupato le prime pagine dei giornali e scosso l’opinione pubblica è quello di un giovane di 19 anni. Di lui sappiamo solo che si stava lanciando da un cavalcavia: un autotrasportatore che percorreva la strada sottostante, l’ ha visto si è fermato, è salito sul tetto del camion e ha iniziato a parlare con lui.

L’uomo non sapeva chi fosse, cosa gli fosse successo, non ha pensato neppure un momento di dover educatamente rispettare la libera volontà del giovane di farla finita. Ha pensato solo a fermarlo, a impedirgli di uccidersi, a strapparlo in quel momento “e poi si vedrà”. Ha agito per fargli superare quell’attimo continuando a parlargli sino forse a confonderlo, a instillargli un dubbio, sino a quando il ragazzo con un salto lo ha raggiunto. Quanti genitori vorrebbero aver avuto il privilegio di avere un’avvisaglia e poter intervenire a prendere il proprio figlio per i capelli.

Razionalmente può sembrarci strano, ma quell’uomo si è comportato nel modo più umano, non ideologico e senza avere nessuna preparazione, ha fatto l’atto terapeutico giusto: ha risposto al bisogno del ragazzo che si trovava davanti a un bivio, indicandogli la via della vita.

L’uomo non si è fatto fermare dall’idea di rispettare la sua volontà sovrana e anzi l’ha combattuta. Ha opposto una forza di vita a una forza di morte. Riteneva che se il ragazzo fosse riuscito a passare il momento brutto, non ci riproverà. E in effetti la maggior parte delle persone che trovano aiuto in extremis e vengono salvate, non ci riprovano.

 

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Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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