Il lavoro come necessità e schiavitù

2 Agosto 2019



Il lavoro come necessità e schiavitù
Il lavoro come necessità e schiavitù

Io credo che il lavoro, qualunque tipo di lavoro, anche lo scrivere, il leggere, il fare musica oltre al lavoro manuale o impiegatizio contiene una componente di obbligo, che magari sei tu che imponi a te stesso. E  deve occupare una parte del nostro  tempo in modo imperativo, deve essere percepita come un obbligo a cui non ci si può sottrarre. Non c’è solo la componente di desiderio o dello slancio, ma anche quella della volontà.

Solo così il tempo occupato diventa lavoro e costituisce un principio di ordine e di disciplina personale. Esso deve impegnarti, costringerti all’attenzione, a seguire certe regole. Non ha importanza se sei tu a decidere quando ha inizio, ma deve durare, anche solo due o tre ore, ma ogni volta impegnare la tua mente, costringerti all’attenzione. Deve anche richiedere un certo sforzo per incominciare e per continuare, una certa lotta contro te stesso, quando non vorresti farlo.

Deve essere una imposizione che magari tu stesso ti dai o che altre volte non vorresti, ma a cui non puoi sottrarti se non in base a regole precise. È una forma di scansione del tempo e di disciplina etica e mentale di cui hai bisogno, come hai bisogno, per restare in salute, di camminare, di fare una passeggiata, di fare ginnastica. Perché se non avessi questo obbligo di lavorare, se la tua giornata non fosse scandita dalla sua presenza, tu saresti o un disoccupato che si sente inutile socialmente perché nessuno gli chiede niente e a cui lui non deve dare nulla, oppure un fannullone che si annoia, perché se non hai dei riferimenti temporali chiari il tuo tempo si decompone, cessi di avere degli obbiettivi, delle mete, delle motivazioni.

Ma se il lavoro, cioè l’obbligo sociale di fare alcune cose utili agli altri o alla società è una necessita per la nostra organizzazione mentale e morale, il lavoro reale è stato quasi sempre una costrizione pesante, una forma più o meno attenuata di schiavitù. Lo era il lavoro contadino impegnato “da mane a sera” e talvolta, quando la giornata era torrida, anche di notte; il lavoro operaio a turni sfibranti.

E lo è diventato perfino il lavoro impiegatizio che sembra privilegiato, ma  in cui spesso il lavoratore si sveglia alle sei del mattino, passa due ore sul treno come pendolare, poi resta otto ore alla scrivania con una pausa per il pranzo e ritorna di nuovo sul treno la sera per raggiungere casa. E, nella stragrande maggioranza dei casi, il lavoro è monotono, ripetitivo e con l’introduzione di Internet non comporta più nemmeno rapporti umani, ma solo la lettura, l’interpretazione di messaggi, il riempimento di schede, poi decifrare regolamenti, ricordare password che mutano continuamente e questo sempre sotto la minaccia di licenziamento, senza la sicurezza di trovare un’altra occupazione.

Un sistema in cui, grazie alla concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera e alla progressiva automazione e informatizzazione, si entra nel mercato del lavoro sempre più tardi e se ne esce prima, mentre la durata della vita e aumentata per cui  si affiancano pochi lavoratori sovraccarichi di lavoro ad altre il più delle volte giovani che non lo trovano perché non  hanno ancora  acquisito le competenze e l’esperienza  necessarie, o persone di mezz’età perché non sono in condizioni di adattarsi alle nuove modalità di lavoro che richiedono di padroneggiare il web.

Questa situazione  spontaneamente è destinata ad aggravarsi  perché i paesi che vogliono conservare la loro supremazia devono puntare sul continuo sviluppo scientifico tecnologico che risparmia lavoro. E per le attività più umili ci sono le sterminate masse di giovani parzialmente scolarizzati ma non impiegabili in un paese senza moderne industrie e moderna agricoltura, che migrano verso i paesi più sviluppati.

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Il lavoro come necessità e schiavitù

Francesco Alberoni

Laureato in medicina, ordinario di Sociologia a Milano. Ha studiato il divismo L’elite senza potere (1963) ed è stato il fondatore della sociologia dei consumi in Europa: Consumi e società (1964). È il maggior studioso dei movimenti collettivi Movimento e istituzione (1977) e Genesi (1989), è il pioniere degli studi sull’amore: Innamoramento e amore (1979) tradotto in trenta lingue, un tema che ha continuato ad approfondire con L’amicizia (1984) l’Erotismo 1986) Ti amo (1996) Sesso e amore (2006) L’arte di amare (2012) Amore e amori (Edizioni Leima, Palermo, 2016). Con Cristina Cattaneo ha pubblicato L’universo amoroso (2017), Amore mio come sei cambiato (2019) e L’amore e il tempo (2020).

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