Nella furia dei venti contrari

22 Marzo 2020



Nella furia dei venti contrari
Nella furia dei venti contrari

«Nella Furia di Venti Contrari» (Amelia Rosselli)

La situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo coinvolge tutta la società, ad ogni livello, senza distinzione. È normale che molti cittadini si sentano preoccupati, allarmati e confusi. Ma visto che siamo vivi, riprendiamo il motto latino: maxime vivere. Recuperiamo le nostre risorse più nascoste anche attraverso la  fantasia. Ognuno di noi reagisce al cambiamento in maniera diversa secondo le difese che, negli anni, ha strutturato nei confronti dell’ignoto. Nel Settecento Xavier De Maistre scriveva nel suo libro: «Viaggio intorno alla mia camera», (un capitolo ogni giorno durante la sua quarantena ispirandosi agli oggetti che lo circondavano) «mi hanno vietato di percorrere la mia città ma mi hanno lasciato il mondo intero».

C’è chi si lascia vincere dalla paura e si blocca, chi recupera proprie inaspettate risorse e la affronta costruttivamente. Ma vi sono contesti, come quelli familiari, attraversati da rancore e risentimento, dove certe «memorie infette» sono inaggirabili e  minano drammaticamente i rapporti, messi a dura prova dalla prossimità imposta. Si dice che la pandemia da nuovo Coronavirus sia come una guerra. Ma, a ben vedere, il paragone tra pandemia e guerra è spesso improprio e ha senz’altro delle profonde differenze. Quando gli uomini si affrontavano nelle trincee o in battaglie furibonde, avevano davanti a loro un nemico visibile che potevano colpire o evitare. Quando gli  aerei bombardavano le città, si correva nei rifugi e a ogni assordante scoppio di bomba i bambini abbracciavano la mamma o il papà; le persone tutte insieme restavano unite per farsi coraggio finché la sirena non suonava il cessato allarme.

Oggi invece c’è un nemico invisibile che non ha orari, viaggia sulle gambe degli uomini e delle donne, si inserisce come uno “scippatore” nei tessuti e negli organi delle persone disarmate e colpisce duramente, a volte fino alla morte. Il paradosso è  che, al contrario della guerra, non ci suo può fare coraggio, non ci si può stringere per scacciare la paura e cercare il conforto, non ci si può tenere neppure per mano. Il nemico invisibile può arrivare persino da quell’abbraccio e dalla stretta di mano della persona che ami e che ti è cara. Una beffa devastante.

La paura che noi sperimentiamo oggi, nella vita altamente globalizzata che conduciamo, è una paura più insidiosa, diversamente da quella che ha caratterizzato epoche precedenti. Solo la fantasia dello scrittore Gabriel Garcia Marquez nel suo “L’amore ai tempi del colera” fa accostare l’amore a una malattia tragica: l’amore ha gli stessi sintomi della malattia, caratterizzata da strazianti sintomi febbrili e dall’istinto irrefrenabile di compiere azioni che le persone sane ritengono folli e insensate. L’amore e la malattia, nel caso di Marquez, non conoscono affatto la temperanza. Ma, se dalla metafora letteraria si passa alla realtà di tutti i giorni, ti rendi conto che la lunga strada nella conoscenza della natura e nella dimensione dell’uomo, è costretta in questi tempi a una sospensione; una vita sospesa nel grande mare della globalizzazione. Gli uomini devono fare i conti con il  progresso e spesso lo fanno superficialmente, senza temperanza.

Dopo millenni entrano in contatto culture e modi di vivere talmente differenti che alcuni virus passano dagli animali agli uomini e riproducono l’antica storia delle epidemie. Il coraggio e la temperanza trovano un simbolo antico e moderno in Ulisse. L’eroe si fa legare dai suoi uomini all’albero maestro della nave quando attraversa il mare insidioso popolato dalle Sirene. Sono la sua forza, il suo coraggio, il suo buon senso ad aiutarlo ad andare verso la verità e la conoscenza evitando gli abissi. Questo deve essere il compito di ognuno di noi.

“Di tutto restano tre cose”, scriveva Fernando Pessoa: “la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima della fine”. Saper attraversare la paura, come saper vivere  l’amore, è una presa di rischio che l’essere umano deve a se stesso.

Che umanità  stiamo difendendo? Quella che si appiattisce sulla certezza dell’impotenza e quindi sulla paranoia? Oppure quella che si consegna alla vita, e a tutte le sue eventualità, morte compresa, ma anche gioia, rinascita, amore?

 

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Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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