La parsimonia

20 Marzo 2020



La parsimonia
Donna e parsimonia

In questi tempi di coronavirus, si cerca di uscire il meno possibile. Di solito è sempre la solita persona che si reca al supermercato e fa scorta per qualche giorno, chi ha un frigorifero grande anche per una settimana o dieci giorni. Chi può, fa la spesa on line. Tutti, in ogni caso, per limitare le uscite, cercano di evitare gli sprechi e di far durare di più gli alimenti acquistati.

Sta tornando quindi di moda la virtù della parsimonia, dal lat.  parcĕre  che significa risparmiare, ovvero avere una giusta misura nell’uso del denaro o di altri beni, per un senso di doverosa economia o per abituale frugalità di vita.

Un tempo era considerata una delle più grandi virtù di una moglie, che sapeva trarre abbondanza anche nella scarsezza di risorse.  Poi il termine ha introitato il concetto di avarizia, che non è assolutamente un sinonimo,  in quanto se l’una ha come espressione la brama di possesso, la parsimonia si manifesta come  pratica di tutela nelle situazioni in cui è necessario essere prudenti nelle spese.

Oggi comunque è necessariamente tornata di moda: è uno dei cambiamenti più evidenti del modo di vivere che questa  emergenza ha portato. Si guardano le date di scadenza, si sigillano meglio le confezioni, si sta attenti a dosare le quantità di latte, di caffè.

Un po’ come facevano i nostri genitori e soprattutto i nostri nonni, suscitando la nostra riprovazione perché questi comportamenti ci sembravano esagerati, li consideravamo avari, come se non contribuissero a far girare felicemente la grande economia globale.

La parsimonia si estende anche agli elettrodomestici e ai vestiti, in genere a tutto ciò che abbiamo in casa. Quante volte abbiamo rimproverato i nostri anziani perché non utilizzavano subito un aggeggio di nuova generazione preferendo usare fino allo stremo un ferro da stiro vecchio, o un frullatore antidiluviano, giustificandosi che non erano ancora inutilizzabili.

Perché  gli anziani si comportavano o continuano a comportarsi in un modo così anticonsumistico?

Molti sono stati forgiati dalla seconda guerra mondiale e dal primo dopoguerra, in cui era difficile procurarsi  qualunque cosa, a partire dal cibo per finire ad altri oggetti di uso comune. Tutto, quindi, era più prezioso, e, se si guastava irrimediabilmente qualcosa, era possibile che passassero dei mesi prima di poterlo sostituire.

Il mondo ipertecnologico e globalizzato ha spazzato tutto questo. Infatti i costi per aggiustare le cose sono superiori alla loro sostituzione con oggetti nuovi e più moderni.

Nell’emergenza del coronavirus, tuttavia, i negozi non vitali stanno chiudendo e anche Amazon fa fatica a soddisfare tutti gli ordini. Molti quindi, quando si rompe qualche cosa di riparabile stanno scoprendo come si può fare ad aggiustarlo, leggono tutorial, tirano fuori dal cassetto viti e martelli, o colla e si mettono al lavoro.  Gli oggetti vengono inoltre maneggiati con più cautela, per timore che cadano.

Paradossalmente nel momento di predominio degli oggetti sui soggetti  (gli uomini), di idolatria per essi (si pensi all’entusiasmo all’acquisto di un nuovo smartphone) si trattavano gli stessi con più noncuranza, non si prestava molta attenzione se li si faceva cadere, spesso non si leggevano nemmeno le istruzioni ( troppa fatica di concentrazione) e si andava a tentativi, a intuito, per farli funzionare. Altrimenti se ne comprava un altro tipo.

Ora sta cambiando tutto. Per la paura di non poterli immediatamente ricomprare, siamo tutti più attenti ai nostri oggetti, persino a un manico di una scopa che si stacca. Da un lato ne abbiamo meno idolatria, dall’altro, paradossalmente, ne abbiamo più cura. Il terrore di perdere la salute, gli affetti, la vita, ce li fanno apparire solo come nostri ausili, come strumenti per facilitarci le azioni quotidiane. E non ci focalizziamo più sul loro aspetto ( che importa ora se la lavatrice ha l’oblò oblungo o tondo) ma solo sulla loro funzione.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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