Quando la festa rende tristi o esclude

5 Dicembre 2018



Quando la festa rende tristi o esclude
Quando la festa rende tristi o esclude

La festa è un momento di partecipazione collettiva. Che la si passi con la famiglia, con gli amici o con i colleghi, i compagni della palestra o di partito è sempre un momento comunitario.  E talvolta una persona ti dice che per lei le festività sono un periodo di grande tristezza, che non le sente, che si chiuderà in casa a dormire e spera che passino presto. Ciò indica  che questa persona si sente esclusa dalla sua comunità e in generale, il che è peggio, dalla comunità umana.  La festa insomma è un momento in cui chi è solo viene isolato, chi è depresso,  chi vive un lutto, può sentirsi ancora più solo, isolato e triste.  E questo tipo di solitudine, questo sentirsi escluso dalla comunità umana, può ferire molto in profondità.
Viceversa, quando le persone si sentono parte del mondo sociale in cui vivono, quando sentono che “la campana suona anche per loro”, ritrovano sempre il filo di collegamento che le conduce alla collettività, sono spinti a uscire dalla solitudine per incontrare gli altri. La socializzazione secondo  William James,  è un lungo lavoro che dura tutta la vita,  del bambino prima e dell’adulto poi,  e che deve essere rielaborata a ogni cambiamento e che richiede un continuo, paziente lavoro di riadattamento. Richiede anche l’incontro, a qualche livello, tra aspetti che si percepiscono autentici di sé e il mondo che si frequenta. A volte le persone si aspettano di essere coinvolte e non fanno il primo passo. 

Vi è poi una solitudine che non è legata a un ‘incapacità comunicativa,  ma all’azione attiva di esclusione da parte del gruppo verso un individuo. Non perché i suoi comportamenti siano asociali o lui sia malvagio o egoista, ma perchè fuoriesce dalla norma senza porsi in posizione gerarchicamente superiore ad essa.  Tutti gli individui che non sono facilmente omologabili, ma che sono inseriti in una struttura gerarchica, si possono trovare senza volerlo al centro di un attacco del gruppo. La loro stessa personalità suona minacciosa perché uniscono qualità che solitamente sono separate e appartenenti a ruoli diversi, e  questo altera la sicurezza di coloro che aderiscono a un unico ruolo.

Alberoni aveva mostrato bene l’azione di questo meccanismo nel libro l’Élite senza potere, rilevando  che i personaggi dello spettacolo, pur non avendo alcun potere formale,  erano percepiti come diversi dalle loro comunità. Essi costituivano un élite, potevano quindi seguire regole di vita diverse dagli altri e ciò li rendeva liberi dalle norme, rigidissime, che riguardavano il gruppo. Il fatto di far parte di un’élite  anche se senza potere, faceva sì che ad essi si  perdonassero comportamenti e atteggiamenti che mai si sarebbero concessi ai propri amici, ai propri figli, alle persone della propria comunità. Al contempo, questo li faceva percepire come elementi disturbanti, un po’ pericolosi. Ma non venivano attaccati ed erano rispettati.

Per questo la persona che non vuole nascondere le proprie caratteristiche divergenti dal gruppo, deve diventare parte di un’élite  ben riconoscibile  in modo  da sottrarsi alle regole omogeneizzanti della sua comunità familiare o lavorativa. Se il gruppo non  vede i segni  ben chiari della sua appartenenza  a un élite diversa o superiore,  la persona verrà individuata come un elemento estraneo, pericoloso, inquietante e viene estromessa, isolata, ostracizzata, colpita. Il primo attacco è l’esclusione verbale, cui segue quella fisica e la maldicenza alle spalle. Tutti la ignorano, nessuno le parla più, tutti le girano al largo. Apertamente sembra non facciano niente, invece stanno usando un comportamento aggressivo che è inscritto nella  memoria biologica della specie:  il branco che esclude il singolo animale con l’intento di allontanarlo, farlo morire. Questi brevi cenni ci permettono di smontare stereotipi molto radicati: la pressione del gruppo non cambia dal paese dell’entroterra siciliano degli anni trenta  all’ambiente di ufficio  di oggi,  o  in quei gruppi politici,  nei quali  la struttura gerarchica è andata rafforzandosi  e irrigidendosi.  Per sopravvivere costui dovrà nascondere molti aspetti di sé, tenere celati i  suoi interessi divergenti, non fare ragionamenti  che lascino correre la mente, non dire cose che magari tutti condividono in cuor loro ma si è convenuto tacitamente di non nominare.  Per mostrarli apertamente dovrà prima assicurarsi un riconoscimento esterno, da una fonte  autorevole o  divenendo un intoccabile, come fa in modo esilarante il protagonista del film   L’apparenza inganna   e che da quel momento, oltre a essere riabilitato e a fare carriera, diverrà la persona  più richiesta nelle feste. 

 

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Quando la festa rende tristi o esclude

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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