Ritorno a Dickens

4 Febbraio 2019



Ritorno a Dickens
Ritorno a Dickens

Siamo tornati all’epoca descritta nei romanzi ottocenteschi di Charles Dickens? Alcuni indizi potrebbero farcelo pensare.

Ci aggiriamo in strade piene di smog e di polveri sottili, che ricordano la nebbia di Londra e, se ci allontaniamo dai centri storici tirati a lucido, ci imbattiamo in ricoveri improvvisati, sporcizia, e degrado, luoghi dove la sera non è consigliabile andare, popolati, tra l’altro, di prostitute, come ai tempi dei vicoli malfamati dove colpiva Jack lo Squartatore. Ci sono inoltre condomini, dove abitano prevalentemente stranieri che assomigliano agli “slums” vittoriani, in cui la gente viveva fino a trenta per stanza in condizioni igieniche e di sicurezza precarie.

Chi avrebbe mai detto, poi, che sarebbe tornato in auge il mestiere di sciuscià?  Già, proprio il mestiere di lustrascarpe, eretto a simbolo del tremendo dopoguerra italiano da Vittorio De Sica nell’omonimo film, capolavoro del neorealismo e presente in alcuni scritti di Dickens perché diffuso tra i bambini sfruttati di Londra. A Palermo, ad esempio, una cooperativa di servizi si è organizzata già da qualche anno per istruire lavoratori ad eseguire in vari punti della città questo umile lavoro, che adesso nel gergo moderno, che rende tutto eufemistico togliendo l’anima alle parole, si definisce un “servizio”.

E che dire del ritorno dei risciò? La parola risciò deriva dal giapponese jinrikisha (人力車, composto da 人 jin = uomo, 力 riki = forza e 車 sha = veicolo/carrozza) che letteralmente significa “veicolo a trazione umana”. E’ stato simbolo, per anni, delle condizioni disagiate di alcuni popoli orientali. Oggi lo vediamo quotidianamente nelle strade delle città. Tanti supermercati, infatti, utilizzano questi veicoli spinti da una bicicletta per portare la spesa  a chi la fa on-line da casa. Il pretesto è quello di non inquinare, ma il motivo pratico è di risparmiare carburante; inoltre le persone che sono adibite a questo servizio sono spesso sottopagate.

Recentemente un giornalista del Fatto Quotidiano si è fatto assumere per un ristretto periodo di tempo da Amazon, ed è entrato in una catena di montaggio, che lui ha definito come un videogioco, dove a un ritmo impazzito – era il periodo dei regali natalizi – doveva provvedere all’inscatolamento con una frenesia simile a quella di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, per un salario non proporzionale allo sforzo e all’alienazione subita.

Per non parlare della condizione di caporalato a cui devono sottoporsi italiani e stranieri nelle campagne e nell’edilizia, dove continuano a verificarsi morti bianche e infortuni sul lavoro, in circostanza non certo degne di un paese progredito.

Poco tempo fa, inoltre, la vicenda di un sindaco che ha sgombrato personalmente  il rifugio di un senzatetto, costituito da stracci e da giornali vecchi, ha portato alla ribalta la realtà dei tanti mendicanti che vivono nelle nostre città

La crisi e la globalizzazione, che ha portato a una diminuzione del costo del lavoro – specialmente in paesi divenuti poco competitivi a livello della finanza mondiale – uniti a uno sviluppo della tecnologia acceleratissimo a cui la società non si è ancora adeguata, hanno portato a una diminuzione complessiva del benessere sociale, a una forbice sempre più grande tra ricchi e poveri, a città dove l’accatastamento di esseri umani crea disordini e nicchie di estrema povertà e degrado.

In poche parole, sembra di essere tornati a una narrazione della realtà simile a quella di Dickens. Il grande scrittore britannico, infatti, in un’epoca in cui la letteratura inglese si occupava prevalentemente di raccontare le vicende della nobiltà e della borghesia, affronta per primo e con grande decisione i problemi sociali del suo tempo, scrivendo degli “ultimi” in grandi romanzi come David Copperfield, Oliver Twist, Tempi difficili e tanti altri.

La Londra da lui descritta, ben lontana, dai circoli aristocratici vicini alla Corona, è una Babilonia affollata di persone, dove uomini senza scrupoli inseguono il denaro, spesso sfruttando le persone più deboli. Tanti gli usurai presenti nei libri, a cui fanno eco oggi i tantissimi “Compro oro” delle nostre città, che fino a vent’anni fa non esistevano.

Si potrebbe obiettare a questo ardito accostamento del nostro tempo con la narrazione di Dickens, che vuol essere in parte una provocazione, che in questo periodo storico i bambini sono tutelati mentre invece nei romanzi del grande autore essi sono spesso protagonisti di abusi e soprattutto sono vittime di lavoro minorile.

Se è vero che oggi in Italia  e in Europa l’istruzione è obbligatoria fino ai sedici anni, è vero anche che i bambini molto spesso sono gli anelli deboli di una società sempre più darwiniana. Dalla ricerca Game Over di Save The Children Italia è emerso che il 7% dei minori italiani di 15 anni lavora facendo spesso orari continuati o notturni. Molti sono stranieri, ma anche gli italiani non sono esenti da questo fenomeno, soprattutto al sud. E purtroppo i dati non sono  in diminuzione. E purtroppo non sono in diminuzione i casi di pedofilia, di coinvolgimento in traffico di organi, di coinvolgimento di minori nell’accattonaggio. Insomma, seppure in versione moderna, ci sono ancora degli Oliver Twist.

Non mancano nemmeno le bande di ragazzini che popolavano la Londra di quei tempi. Ora i componenti delle cosiddette baby gang si sono tecnologizzati e si radunano tramite whatsapp, per compiere rapine o atti di bullismo, e non sono composti solamente da esponenti di classe disagiate, ma anche di classi piccolo borghesi, sono annoiati e abbruttiti da un uso eccessivo di internet, e spesso lasciati a se stessi da genitori poco presenti, presi dal lavoro o da moderni hobbies.

La situazione non è certo rosea, e la percezione collettiva non è sicuramente orientata alla speranza. Lo dimostrano statistiche, sondaggi e anche un tipo di arte (musica, pittura, cinema) votata per la maggior parte a un certo catastrofismo.

Uno dei romanzi meno conosciuti in Italia di Dickens è Tempi Difficili, ambientato in una città vicina a una miniera di carbone, in cui lo scrittore prende di mira gli “utilitaristi”, teorici che per Dickens “vedono solo cifre e medie, e nient’altro”, paragonabili agli attuali uomini che promuovono l’attuale economia delle multinazionali. Ma che, soprattutto, secondo Dickens, uccidono l’immaginazione.

«Coketown, verso la quale si recavano Gradgrind e Bounderby, era un trionfo di fatti: in essa non c’era nemmeno l’ombra di fantasia” scrive il romanziere, per cui l’unica speranza possibile di miglioramento è l’immaginazione, la fantasia, in poche parole la creatività.

Infatti privando le persone di creatività, le si priva della spinta a sognare ad occhi aperti, della spinta a progettare, e progettare vuol dire pensare di migliorare il futuro.  Anche Francesco Alberoni, nel suo libro “La speranza” afferma che quando la situazione in cui viviamo è insopportabile, bisogna fuoriuscire dalla gabbia mentale in cui siamo imprigionati, rifiutare l’idea che il mondo è come ci appare, convincerci che vi sono altre possibilità che non conosciamo, a cui non abbiamo pensato. E poi inventare, inventare, inventare.

Mai come oggi, inoltre, è importante una mobilitazione morale per far evolvere l’umanità verso una direzione di maggior generosità, gentilezza, serenità, moderazione, cioè verso le virtù della convivenza e dell’amore. Oggi come ai tempi di Dickens.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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