Ritorno a casa (seconda parte)

10 Agosto 2021



Ritorno a casa (seconda parte)
Ritorno a casa (seconda parte)

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Ma venne un giorno diverso da tutti gli altri. lo si capì sin dal mattino. Il pastore radunò tutte le sue vacche e si mise in marcia. Nessuna eccezione, neanche per la sua girovaga che non voleva proprio seguirlo. Le condusse fino alla strada: una cosa che la mucca era giunta a osservare solo di lontano: un piccolo nastro grigio che si srotolava all’orizzonte e tante piccole cose rumorose che passavano su di esso velocemente. Era stato il rumore ad averla atterrita. Il giorno di quella scoperta aveva fatto ritorno più velocemente, presa da una agitazione sconosciuta: dopo il suo prato e il suo pastore, non c’era solo la solitudine dei prati; vi erano anche strane cose che non avevano nulla in comune con lo stormire delle foglie e i richiami degli uccelli; strani esseri che lasciavano un odore acre al loro passaggio. Animali che emettevano un verso prolungato e correvano tanto forte come una vacca non avrebbe mai pensato fosse possibile. E riconobbe la strada e le narici fremettero per l’odore acre dell’asfalto e un brutto presagio la assalì: il pastore era presso di lei e la accarezzava più a lungo e più dolcemente del solito. Le sussurrava parole all’orecchio con una voce ancora più sommessa degli altri giorni. E la paura si dileguò. Poco dopo giunse un camion e tutte le mucche vennero fatte salire in fretta. Il guidatore spinse con forza lo sportello, fece manovra e ripartì con il motore che sbuffava e arrancava sotto il carico. Dentro al carro l’atmosfera era irrespirabile. le vacche erano sballottate una contro l’altra e levavano muggiti di rabbia e di dolore. In un angolo come isolata stava la vecchia mucca del pastore. Era rimasta con il muso proteso verso il padrone fino alla partenza e anche dopo: con lo sguardo riverso al passato finché la figura del pastore non fu scomparsa. Un’intesa ricambiata dall’uomo che solo allora ebbe consapevolezza del gesto compiuto. E il rimpianto. Ritornò allora a passo incerto verso la baita. Bevve lentamente l’acqua ghiacciata della fonte. Si sedette sul tronco scavato ed estrasse delle banconote lucide dalla tasca. Allora volse l’occhio al panorama e gli si strinse il cuore. Tutto era mutato, il gesto per il quale niente sarebbe più stato  come fino a un attimo prima era stato compiuto. In una decisione repentina si era giocato le abitudini di una vita. Ed ebbe paura. Di ritornare tra la gente al paese perché nessuna parola umana avrebbe sostituito il gironzolare annoiato delle vacche o cancellato dalla sua memoria gli occhi attenti di quella che aveva allevato poichè la madre era morta di parto. Quando il pastore diventò un piccolo punto nero all’orizzonte e poi scomparve; quando la mucca sgranando gli occhi trovò che il paesaggio intorno le era sconosciuto, che il nastro di asfalto era il mostro che la rodeva, ma anche l’unico ponte di collegamento con la sua valle, la strada incominciò a sembrarle amica. A quel punto non muggì più insieme le altre. Non protestò per quel viaggio scomodo. Guardava la strada e mentalmente si fissava il paesaggio. Nella sua testa passavano solo i ricordi: il profumo di erba e di terra, l’odore aspro dei pini, l’aria frizzante della notte. Il pastore seduto sullo sgabello e le sue mani che l’accarezzavano lentamente. Si avvicinava l’ora della mungitura e la nostalgia si fece più forte. Il pastore doveva essere lì, le sue mani stavano toccando le sue mammelle, le strizzavano provocando quell’intenso piacere di cui essa non sapeva più fare a meno. Agitava pazientemente la coda e rivedeva la figura triste del pastore in piedi sul ciglio della strada. Il camion viaggiò per molte ore; molte ore necessarie all’animale per elaborare il suo piano di fuga. A tarda notte l’automezzo giunse in una vecchia stalla di collina. Le vacche vennero fatte scendere in un campo recintato, che si trovava proprio davanti alla stalla, in attesa di farle rientrare per la notte. Nel frattempo il guidatore del camion e il padrone della stalla entrarono nel casolare per scaldarsi e per una bevuta. Alba non attendeva altro; si staccò dal gruppo e incominci  a scorrere lentamente lo steccato in cerca di un’apertura. Dopo un’ora, con il muso tutto scorticato dai chiodi conficcati sui pali del recinto che aveva ispezionato passo a passo, si accorse che un palo era solo appoggiato. Lo scaraventò a terra con una musata: fu la fuga, la libertà, la via libera verso casa. Frenetica, quasi galoppando, si diresse verso il fondo della strada sterrata in discesa attraversando i campi di mais e saltando i fossetti irrigui. Passarono alcune ore ma la corsa di Mina non accennava a diminuire. Il ricordo del pastore era sempre più intenso, più vicino. Ora ne sentiva anche l’odore. Tutte le sue energie avevano una sola meta: ritrovare il nastro d’asfalto; ritrovare la via verso casa. Alle prime luci dell’alba improvvisamente lo vide. Era scesa dal piccolo paese di collina, dove sarebbe stata destinata al latte e alla monta del toro, ed era giunta a Casteggio. A Casteggio l’autostrada si snodava veloce verso le montagne piemontesi. Le sue montagne. Gli zoccoli erano ormai insanguinati per le ferite e le zampe la sorreggevano a fatica. Ma la strada era vicina. Le mammelle erano divenute ancora più tese e doloranti. E il desiderio di tornare divenne così forte da ottenebrarle il capo. Vedeva ombre indistinte, appannate. Incominciò a incespicare negli anfratti del terreno. Cadde una volta, poi un’altra. Cadde e si rialzò. Cadde di nuovo e stentò a riprendersi. Rimase accovacciata per qualche minuto con il muso gettato contro il terreno, esausta. Incominciarono le allucinazioni. Vedeva la strada e sentiva il pastore che le parlava. Il pastore era vicino a lei e la spronava. Le camminava di fianco tenendole una mano sul dorso. Non era la mano del pastore ma una ferita che si era procurata urtando contro un albero. Alba però non lo sapeva: di tanto in tanto volgeva il muso e lo vedeva sorriderle con tenerezza. Affiancò l’autostrada per alcuni chilometri cercando un’apertura per entrare. Il traffico si faceva a ogni ora più intenso, ma la mucca non aveva timore. Non conosceva le automobili, ma si era affezionata al loro rumore e all’odore penetrante. Finalmente trovò un punto in cui il guardrail era interrotto. Entrò decisa nell’autostrada. Entrò felice. Il pastore era sempre vicino a lei e la spronava. Il pastore le era salito sulla groppa e la cavalcava incitandola.

“Pronto? Buongiorno Matteo. Sì, sono arrivate. Ma ne manca una. Volevo proprio parlarle. Ah, erano veramente 12? Allora una deve essere scappata. No, non so dove può essere andata, non è mai capitato. Come dice? Ma no, non si preoccupi, mi fido della sua parola, non c’è bisogno che lei venga qui”. Lo stalliere appoggiò la cornetta e rimase qualche minuto pensieroso, poi decise di rimandare all’indomani la ricerca.

In autostrada intanto le macchine sfrecciavano velocissime evitando la mucca all’ultimo momento. Alle 7 del mattino un rappresentante per poco non la investì. Si fermò al primo autogrill e chiamò la polizia. Una vettura con la sirena raggiunse la mucca. Giunsero alcuni giornalisti freelance. Si cercò di rallentare immediatamente il traffico fino a fermarlo. Alba intanto correva ancora più veloce. Pensava di essere più vicina a casa perché la strada vicino alla sua valle era deserta. Il pastore diveniva a ogni metro più pesante. Ma essa era così felice di poterlo portare sulla sua groppa! Il pastore aveva ricominciato a parlarle con la sua voce lenta e un po’ strascicata; il pastore ora le raccontava delle storie ed essa comprendeva le sue parole. Ne assorbiva i pensieri. Due poliziotti fermarono la macchina davanti all’animale e si avvicinarono con una corda. Cercarono di attirare la sua attenzione chiamandola. Le gettarono dei fasci di fieno. Ma la mucca non vedeva e non sentiva più nulla. Sanguinava e correva. Il pastore le parlava ancora, ma essa si era ad un tratto accorta che lui non era più lì. La stava chiamando per nome, la stava aspettando. Decisero allora di spararle. “La mucca è imbizzarrita” disse uno.” State lontani che è pericolosa. Non vedete che sguardo inferocito?” riprese un secondo. La mucca procedeva ora a zig,zag senza più una meta. Andava a sbattere contro le protezioni che circondavano la strada a destra e a sinistra. Il primo poliziotto impugnò la pistola e prese la mira. E Alba si fermò di scatto. Si voltò verso di lui guardandolo trasognata. Il poliziotto indugiò: gli tremava la mano. Trasalì e cercò di convincersi: “devo essere diventato pazzo. È solo una mucca. Una mucca in mezzo all’autostrada”. Gli occhi erano due perle sgranate. La fatica, la stanchezza e le ferite li avevano resi più grandi e vividi. E mentre il poliziotto indugiava, guardando la bestia, giunse un fuoristrada scassato e polveroso. Ne scesero due uomini gridando a tutti di fermarsi. La voce passò di bocca in bocca in mezzo a quella curiosa folla eterogenea. Un ometto secco e mal vestito con un ridicolo cappello calcato sulla testa si fece largo gridando in dialetto, finché vide la sua Alba appoggiata allo sbarramento di cemento. Le corse vicino e le accarezzò’ il muso; poi toccò la ferita profonda sul dorso e mormorò sottovoce alcune frasi incomprensibili. Le appoggiò le mani tra le corna e la mucca lo seguì docilmente strizzando le narici. “Andate pure”, disse lentamente, ”ora la riporto a casa”.

La mucca proveniva da una regione lontana immersa nei prati e nascosta tra i pini. L’aria calma delle giornate e il profumo intenso dei fiori di campo le parevano naturali e scontati come il cielo azzurro e il freddo pungente. Il viso del pastore che le accarezzava la schiena al mattino con la mano nodosa era la prima cosa che aveva visto nascendo. Il pastore era la sua mamma. Una madre a dire il vero un po’ strana. Mangiava accucciato nell’erba tenendo in mano degli strani affari che la mucca non aveva mai assaggiato; il prato era talmente grande che poteva sempre scegliere di andarsene in giro per la vallata anche per tutto un pomeriggio, nella più assoluta solitudine. Ma non si allontanava più, conosceva la vallata, sapeva cosa si trovava oltre il torrente e dietro i pini della valle di fronte. Se ne stava appresso al suo pastore, passeggiava lì intorno, ma senza perderlo mai di vista. Talvolta passeggiavano insieme. Lui le parlava per ore e ore, talvolta stavano in silenzio uno accanto all’altro mentre il tempo passava e scandiva albe e tramonti solo apparentemente uguali. Non sognava più a occhi aperti, non cercava la solitudine o la pace lontano da casa, non voleva conoscere altro.

Era a casa.

 

 

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Ritorno a casa (seconda parte)

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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