Di risonanze e di voci

6 Dicembre 2021



Di risonanze e di voci
Di risonanze e di voci

Prendiamo la scena di un film dove un attore suona uno strumento musicale, possiamo riconoscere se c’è verità o finzione nell’esecuzione?
Ad esempio, nel film A star is born, Bradley Cooper suona davvero la chitarra? Fa finta? Possiamo intuirlo? Forse.

Possiamo guardare e riguardare le inquadrature, osservare i tagli, le sequenze del montaggio, per cercare di cogliere un indizio, ma solo un musicista, e di più un esperto strumentista, riuscirà a “vedere il suono” restituito da quei gesti e affermare se l’attore sta suonando o sta facendo finta.

Lo strumentista riconosce da un diteggiar sul pianoforte, dall’archetto che scivola sulle corde di un violoncello, o dai vortici di fiato del flautista, su chiavi e fori, se la sonata è vera o c’è finzione.

Lo strumentista entra in relazione con la musica attraverso lo strumento musicale; non è un semplice esecutore ma uno studioso e un profondo conoscitore dello strumento.

Con molta probabilità, quindi, potrà “vedere” oltre che sentire se l’attore suona realmente quello che lo spettatore sente e vede, e non è solo una questione di sincronismo, ma anche di congruenza tra gesto, suono e modulazione del gesto stesso.

Lo strumentista non ha solo l’orecchio educato all’ascolto (della musica e dell’esecuzione) ma sa intuire e anticipare il suono che verrà prodotto, un istante prima dell’agire sullo strumento.

Sa come interagire con lo strumento, sa come sfruttarne il potenziale, sa come portarlo in tensione, eccelle nei virtuosismi in un’esigenza quasi viscerale, tra corpo musicale, musica e musicalità. È un visionario, ha immaginazione conosce il potenziale evocativo dello strumento. Tra strumentista e strumento si crea un rapporto esclusivo, un legame profondo, talvolta emotivo, come quello che nel nostro corpo c’è tra cassa di risonanza e voce.

È una fusione di corpi, fortemente suggestiva: l’atto di suonare la fisarmonica, ad esempio, sembra un gioco tra amanti che si prendono si lasciano si avvicinano si allontanano si riprendono. C’è tutto. Passione dolcezza struggimento gioia. C’è l’abbraccio e un diteggiar complesso. In mezzo c’è il respiro.Cristo-morto-sorretto-da-Maria

Nell’esecuzione musicale del violoncellista, per fare un altro esempio, c’è un avvolgimento, come del filato intorno al fuso, che crea una trama. C’è un abbraccio, un tutt’uno – tra musicista e strumento – e, se è vero che c’è una forte simbologia erotica è anche vero che c’è una forte componente di maternità, di nascita e di dolore.

Il violoncellista, nelle note dolorose, sembra reggere lo strumento come fa la Vergine col Cristo morente (ne La Pietà di Giovanni Bellini o il Cristo morto sorretto da Maria e Giovanni) dove la Vergine sembra cercare un respiro, il soffio dell’ultima corda.

Il musicista si fonde nello strumento e con lo strumento risuona: in un’unione. L’uno senza l’altro non produce suono.

Lo strumento non è solo un oggetto da far suonare, non è la penna per lo scrittore, ma è l’estensione percettibile dell’artista, ed è la possibilità di dare voce a un respiro artificiale ma viscerale. Voce che prende corpo e parla, non attraverso la parola scritta o detta, ma come la parola nasce da un pensiero, da un’ideazione e, di immagini, risuona.

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Luisella Pescatori

È scrittrice, copywriter e docente di scrittura creativa per Atelier l’agenzia letteraria da lei fondata a Milano. È consulente editoriale di una casa editrice romana e ha una precedente formazione come attrice di Teatro. Il Teatro è oggi uno dei plus delle sue docenze, esclusivamente individuali, di scrittura creativa. È stata content creator (ed editor) per un’importante web agency milanese. È esperta di comunicazione creativa. È coautrice de “La profezia delle triglie” testo adottato come materia di studio al corso “Sociologia della devianza” Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali Università della Calabria. Scrive su Huffpost.

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