Sul compito delle regioni

25 Giugno 2020



Sul compito delle regioni
Sul compito delle regioni

25 giugno 2020

Tutta la gente comune, gli imprenditori, i politici, i giornalisti sono preoccupati delle conseguenze economiche e del coronavirus che sembra un mostro a due teste. Una è minaccia sanitaria, l’altra il crollo dell’economia e l’impoverimento. Molti prevedono che in autunno ci saranno o moltitudini di disoccupati o di persone che temono di diventarlo soprattutto nel nord nelle zone più produttive del paese. Teniamo poi presente che nel nord e nato un forte risentimento perché nel momento in cui ha avuto bisogno è stato attaccato, discriminato insultato.  La gente del nord si è resa conto di non avere nessuno al governo.

Le gravi catastrofi sociali producono sempre come reazione una concentrazione del potere e questo lo abbiamo visto durante il coronavirus.  L’ alternativa: una rivitalizzazione democratica.

Come è possibile evitare che l’ondata di protesta venga cavalcato da forze violente ed antidemocratiche? Per prima cosa dovrebbero esserci risposte adeguate da parte di istituti chiaramente democratici elettivi: i Comuni e le Regioni. Coloro che sono in difficolta devono trovare chi li ascolta.  La gente non deve trovare istituzioni che rispondono ”non è di mia competenza". A livello locale ci deve sempre essere qualcuno che interviene e trova una soluzione o la propone allo Stato. In particolare diventano importanti le Regioni che costituiscono l’anello intermedio fra stato e ogni altra organizzazione territoriale.  Data la crescente inefficienza del governo centrale sono state proprio le regioni ed in particolari due regioni del nord Lombardia e Veneto a prendere le prime misure contro la pandemia sostituendo le carenze del governo centrale.

Le regioni dovrebbero diventare sempre di più organi politici oltre che amministrativi.  Politici vuol dire che potranno sempre, all’interno di leggi quadro dello stato  prendere decisioni politico economiche organizzative di rilievo Politiche vuol dire che nella Regione come nel Comune esiste una carriera politica che passa per tappe elettive e che confluisce nella carriera politica dello stato. Un tempo nella repubblica italiana esisteva un cursus honorum in cui incominciava a fare carriera politica nei partiti all’infimo livello e poi imparavi ad amministrare salendo lentamente da consigliere comunale ad assessore a sindaco per cui al governo e al parlamento andava gente politicamente e amministrativamente preparata.   Se  le regioni diventassero un soggetto politico si ricreerebbe questo secondo  cursus honorum.   Quindi non solo due o tre boss politici onnipotenti che utilizzano le regioni come magazzini ma tanti centri da conquistare democraticamente, talvolta in un partito, talvolta in liste locali in cui emerge il politico.  E la gente dovrebbe incominciare a pensare che molti suoi interessi possono essere tutelati meglio da un forte governo regionale (magari alleato di altri governi regionali ) che da un remoto potere romano con la sua burocraziaLe regioni potrebbero inoltre incominciare a riunirsi fra di loro per discutere cosa conviene loro, quali poteri chiedere allo Stato, come ridurre i passaggi burocratici fra stato Europa e regioni.  La commissione stato regioni dovrebbe sempre più diventare il luogo in cui si confrontano lo Stato e le regioni in forma confederata

Ecco noi pensiamo che sia importantissimo aver avviato questo processo in modo concreto, e aver fatto capire capire che esiste questa strada, cioè che le regioni riunite possono essere un modello di apprendimento e di carriera politica e un aiuto validissimo in tempo di crisi dove occorrono consenso popolare, percezione dei suoi problemi, grandi progetti da fare congiuntamente allo stato.  Le regioni possono presentarsi come una forza positiva affrontando i problemi concreti e così superando con azioni pratiche le differenze ideologiche e di potere dei partiti e dei loro leader. Gli attuali  partiti  personali  non costituiscono una scuola di democrazia perché il leader si eleva sempre di più sopra i suoi seguaci che possono solo applaudirlo o lasciarlo per un altro.

Commissari e sovranità

Quasi tutti sono d’accordo che, nel prossimo futuro sono necessarie opere straordinarie che, data l’immensa burocrazia del nostro paese sono possibili solo con la nomina di un Commissario straordinario per la ricostruzione, cosa che avviene con un decreto del Presidente.  Ne abbiamo avuto un esempio felice per il ponte di Genova in cui il promotore è stato Tosi ma che ha avuto dalla sua parte il sindaco e soprattutto il governo che doveva farsi perdonare il ritardo di altre opere fondamentali come la TAV e la GRONDA.  E si è visto che molta importanza ha avuto la popolazione di Genova che voleva appassionatamente il suo ponte, Genova ha generato una forza collettiva locale, si è riconosciuta nel presidente Toti e nel sindaco Marco Bucci che è stato nominato proprio lui commissario straordinario alla ricostruzione.  Si è cosi messa in moto di un opera di ricostruzione che tutta Genova voleva appassionatamente, un'opera che può essere considerata collettiva.  Proprio questo caso ci dimostra che le grandi opere ricostruttive nascono quando si crea un movimento che esprime il desiderio e il sogno della collettività tutt’intera e lo Stato non o ostacola ma lo appoggia e lo aiuta.  Per questo è molto importante che la Regione si senta una comunità storico culturale economica e politica e con diritto di agire in circostanze straordinarie con una sovranità delegata ai suoi rappresentanti.

A Genova Bucci era il sindaco eletto e Toti il presidente eletto della Regione. Genova è stata un'ottimo esempio di comunità storico culturale che, grazie alla sua forza e determinazione convince lo Stato a cedere un pezzetto di sovranità per ciò che essa considera urgente ed essenziale per se stessa e l’intero paese.  Rendere più facile questa cessione temporaneo di sovranità a livello locale concordata, sarebbe una preziosa strada da seguire per preparare progetti fondamentali per il nostro sviluppo e portarli a temine velocemente. E sono le Regioni (e le città) a dover diventare coscienti del proprio ruolo e del proprio potere .

Conclusioni

Abbiamo previsto grossi problemi in autunno ed esaminato due possibili risposte politiche al problema.  Una porta ad un lento declino della democrazia, ad un governo fatto per decreti presidenziali e ad esecutivo fatto da esperti stipendiati che rispondono solo al capo del governo o ottenuto con politiche distributive e alcuni grandi progetti statali.

L’altro, un processo opposto in cui  si cerca di rivitalizzare la democrazia da basso, dagli enti territoriali elettivi in particolare le Regioni (ma anche i grandi comuni ), a cui lo Stato deve cedere frammenti di sovranità per poi arrivare a grandi progetti consensualmente.

Questa seconda soluzione che non e certo a breve termine richiede un riesame del concetto di nazione di potere regionale, la ricostituzione di una carriera politica in cui il potere e la responsabilità restano sempre in mano solo agli eletti dal popolo.

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Alberoni Cattaneo

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