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La Fenice

11 Marzo 2026



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Durante un soggiorno a Venezia, nel febbraio del 2011, entrai nell'edificio dove si svolgevano ancora lavori dopo l'incendio doloso del 1996 e la riapertura nel dicembre 2003.

Inaugurato nel 1792, su progetto di Giannantonio Selva (al quale si devono, tra le altre opere, il Teatro Nuovo a Trieste e il Palazzo Negri a Verona) è forse il più famoso teatro lirico al mondo, in cui furono presentate le 'prime' di 'Tancredi’, ‘Semiramide' (Rossini) e de 'La traviata' (Verdi), e non smette di far parlare di sé, tanto il suo nome riflette il destino che lo ha segnato.

Venezia rispecchia sicuramente quanto commercio ed arti siano inscindibili, libertà ed erotismo,

cultura in senso lato e dolcezza dell'esistenza.

La Fenice, rinata dalle sue ceneri come l'uccello mitologico dallo splendore ineguagliabile, ci ricorda che anche nei periodi più bui può trionfare la volontà di sopravvivere e di ristabilire valori etici superiori, talvolta sacri.

Dopo aver in qualche modo curiosato e sentito gli odori ancestrali e pregnanti del luogo,

annotai alcune rapide riflessioni e pochi giorni più tardi, guardando il mio archivio fotografico, scrissi queste righe.

 

La Fenice

 

Un velo d’ombra steso sul selciato

e gli ocra dei muri già arsi dal mattino.

S’ode, tra gli infissi appena schiusi,

la musica degli allievi in conservatorio

mentre accordano i legni o ripassano le scale.

Il dedalo delle calli (quasi) induce a scordare

l’acqua onnipresente

che scorre oltre la piazza.

Ma qui, sebbene manchino rive vere e proprie,

un ponte scavalca un canale tortuoso

di cui s’intravede appena un’ansa

prima che s’ingolfi sotto l’arco di un palazzo.

Poi, superata la scala di uno dei tanti passaggi,

tra gallerie e portici

che s’insinuano fin sotto le case,

eccola risorgere, ancora una volta, dalle ceneri:

La Fenice.

Si erge la sua sagoma grigiastra

in fondo a un lungo cortile dove regnano

tre statue classiche in piedi,

ma soprattutto un vecchio pozzo con la sua vera

su un lastricato di pietre a tratti muschiose,

esaltato da un doppio fregio battesimale.

Epoche che si sovrappongono senza svanire mai:

nessuna ebbrezza che voglia imporre per forza

un nuovo universale e assoluto,

quasi fosse un punto finale.

Ed ecco una voce.

Non di castrato, né un falsetto,

ma un canto di soprano che s’innalza,

sorretto da un violino e un clavicembalo.

Un soffio.

Gola che vibra dal profondo della carne,

risonanze che scatenano brividi sulla pelle,

prigioniera

di una tonalità che custodisce

ogni emozione capace di scuotere l’essere:

dal lieve tepore d’una carezza appena accennata

all’eco sorda di un urto che fa tremare le ossa.

Il groviglio di un passato solcato da vuoti,

da smarrimenti e confusioni,

che pure narra la storia

di generazioni vicine e lontane,

a volte indifferenti,

che hanno forgiato un destino:

edificare e far la guerra,

nutrire e affamare,

scoprire e negare.

Tutti gli umori,

dal vagito del neonato al suo primo respiro,

fino all’ultimo rantolo di chi si spegne.

Modulazioni i cui colori paiono moltiplicarsi

mentre la tavolozza si fa piena.

Immaginare i canti che precedettero le parole:

lamenti, invocazioni,

un grido verso la luce,

quella che scaccia l’ignoranza

e non sa né bastare, né esaurirsi mai,

sfuggendo alla ragione pur essendone il nutrimento.

Una voce che porta un mistero

senza svelarlo affatto.

Un’eternità di tenebre lungo un sentiero

scandito da sogni e notti,

tormenti dello spirito e illuminazioni.

Un serpente che striscia nel sottobosco,

un uccello migratore teso oltre le nubi

e un pesce cieco che fruga nel fango di un abisso.

Dietro i vetri delle alte finestre a timpano,

lucenti come specchi,

nessun profilo si distingue davvero:

solo una vaga forma, più sognata che nitida,

che emana però una presenza

capace di dire quanto la vita si percepisca

ben oltre lo sguardo.

Ciò che un corpo sa emettere o tacere,

declinando le sue note in ogni variazione

di una scala che scivola dal vincolo alla libertà.

Se i suoni precedono la parola,

così come il simbolo la genera,

la voce entrambi li accoglie e li esprime.

Soprano.

La sazietà degli affamati.

Versi in latino?

Poco importa.

Fossero anche grugniti

o solo sussurri...

qualunque sia il fuoco che cova sotto la cenere.

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Michel Besson Bernasconi

Originario di Grenoble, si è appassionato da giovane alla cultura e al patrimonio italiano. Ha svolto in Francia attività teatrale, sia come scrittore di testi che come attore, si è occupato anche di poesia, saggistica, fotografia e video. Ha operato come imprenditore in campo culturale. Ha pubblicato in italiano il saggio Maschere edizioni Altromondo. I suoi soggetti fotografici sono stati esposti in varie mostre, l'ultima a Grenoble nell'estate del 2025.

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