Durante un soggiorno a Venezia, nel febbraio del 2011, entrai nell'edificio dove si svolgevano ancora lavori dopo l'incendio doloso del 1996 e la riapertura nel dicembre 2003.
Inaugurato nel 1792, su progetto di Giannantonio Selva (al quale si devono, tra le altre opere, il Teatro Nuovo a Trieste e il Palazzo Negri a Verona) è forse il più famoso teatro lirico al mondo, in cui furono presentate le 'prime' di 'Tancredi’, ‘Semiramide' (Rossini) e de 'La traviata' (Verdi), e non smette di far parlare di sé, tanto il suo nome riflette il destino che lo ha segnato.
Venezia rispecchia sicuramente quanto commercio ed arti siano inscindibili, libertà ed erotismo,
cultura in senso lato e dolcezza dell'esistenza.
La Fenice, rinata dalle sue ceneri come l'uccello mitologico dallo splendore ineguagliabile, ci ricorda che anche nei periodi più bui può trionfare la volontà di sopravvivere e di ristabilire valori etici superiori, talvolta sacri.
Dopo aver in qualche modo curiosato e sentito gli odori ancestrali e pregnanti del luogo,
annotai alcune rapide riflessioni e pochi giorni più tardi, guardando il mio archivio fotografico, scrissi queste righe.
La Fenice
Un velo d’ombra steso sul selciato
e gli ocra dei muri già arsi dal mattino.
S’ode, tra gli infissi appena schiusi,
la musica degli allievi in conservatorio
mentre accordano i legni o ripassano le scale.
Il dedalo delle calli (quasi) induce a scordare
l’acqua onnipresente
che scorre oltre la piazza.
Ma qui, sebbene manchino rive vere e proprie,
un ponte scavalca un canale tortuoso
di cui s’intravede appena un’ansa
prima che s’ingolfi sotto l’arco di un palazzo.
Poi, superata la scala di uno dei tanti passaggi,
tra gallerie e portici
che s’insinuano fin sotto le case,
eccola risorgere, ancora una volta, dalle ceneri:
La Fenice.
Si erge la sua sagoma grigiastra
in fondo a un lungo cortile dove regnano
tre statue classiche in piedi,
ma soprattutto un vecchio pozzo con la sua vera
su un lastricato di pietre a tratti muschiose,
esaltato da un doppio fregio battesimale.
Epoche che si sovrappongono senza svanire mai:
nessuna ebbrezza che voglia imporre per forza
un nuovo universale e assoluto,
quasi fosse un punto finale.
Ed ecco una voce.
Non di castrato, né un falsetto,
ma un canto di soprano che s’innalza,
sorretto da un violino e un clavicembalo.
Un soffio.
Gola che vibra dal profondo della carne,
risonanze che scatenano brividi sulla pelle,
prigioniera
di una tonalità che custodisce
ogni emozione capace di scuotere l’essere:
dal lieve tepore d’una carezza appena accennata
all’eco sorda di un urto che fa tremare le ossa.
Il groviglio di un passato solcato da vuoti,
da smarrimenti e confusioni,
che pure narra la storia
di generazioni vicine e lontane,
a volte indifferenti,
che hanno forgiato un destino:
edificare e far la guerra,
nutrire e affamare,
scoprire e negare.
Tutti gli umori,
dal vagito del neonato al suo primo respiro,
fino all’ultimo rantolo di chi si spegne.
Modulazioni i cui colori paiono moltiplicarsi
mentre la tavolozza si fa piena.
Immaginare i canti che precedettero le parole:
lamenti, invocazioni,
un grido verso la luce,
quella che scaccia l’ignoranza
e non sa né bastare, né esaurirsi mai,
sfuggendo alla ragione pur essendone il nutrimento.
Una voce che porta un mistero
senza svelarlo affatto.
Un’eternità di tenebre lungo un sentiero
scandito da sogni e notti,
tormenti dello spirito e illuminazioni.
Un serpente che striscia nel sottobosco,
un uccello migratore teso oltre le nubi
e un pesce cieco che fruga nel fango di un abisso.
Dietro i vetri delle alte finestre a timpano,
lucenti come specchi,
nessun profilo si distingue davvero:
solo una vaga forma, più sognata che nitida,
che emana però una presenza
capace di dire quanto la vita si percepisca
ben oltre lo sguardo.
Ciò che un corpo sa emettere o tacere,
declinando le sue note in ogni variazione
di una scala che scivola dal vincolo alla libertà.
Se i suoni precedono la parola,
così come il simbolo la genera,
la voce entrambi li accoglie e li esprime.
Soprano.
La sazietà degli affamati.
Versi in latino?
Poco importa.
Fossero anche grugniti
o solo sussurri...
qualunque sia il fuoco che cova sotto la cenere.







