Oggi avevo la penultima ora con la mia prima media. Di solito non è un’ora facile — lo è ancora meno quando la primavera comincia a farsi sentire e l’energia dei ragazzi si trasforma in irrequietezza. Non mi era mai capitato, però, di avere una classe così disattenta, così incapace non solo di scrivere in modo comprensibile, ma soprattutto di ascoltare. Mi sembra, a volte, di parlare nel vuoto.
Eppure continuo a provarci, a cambiare prospettiva, a cercare strade nuove. Così oggi, davanti all’ennesimo muro d’incomprensione, ho deciso di rovesciare tutto. Ho praticato una “didattica capovolta” nel senso più letterale possibile: ho lasciato la cattedra e mi sono seduta in fondo alla classe, su un banco come loro. Li ho costretti — dolcemente — a girarsi per guardarmi.
Poi ho detto che avremmo fatto un esercizio “preparatorio” al tema del giorno successivo. Ma non si trattava di grammatica, né di ortografia. Ho chiesto ai miei alunni di scrivere su un foglio: “Oggi mi sento così”.
Li ho invitati a prendere un pastello, una matita colorata, un pennarello — insomma, un colore che li rappresentasse in quel momento. Ho chiesto di disegnare qualcosa, anche solo uno scarabocchio. «Non deve essere un bel disegno», ho aggiunto. «L’importante è che riempia la pagina».
Quando ho visto che si erano lasciati coinvolgere, ho aggiunto una nuova consegna: “Provate ora a sentire nel vostro corpo quell’emozione. Dove la sentite? Come la potete descrivere?”.
È stato un momento sospeso. Alcuni hanno chiuso gli occhi, altri si sono toccati la pancia o il petto, come per capire dove stava nascosto quel sentire. Poi le matite hanno ripreso a muoversi, con più decisione.
Uno dopo l’altro, i fogli si sono riempiti di linee, cerchi, fiori, geometrie colorate, macchie d’inchiostro. E in quell’aria improvvisamente più silenziosa, li ho visti cambiare. Le mani si muovevano più sciolte, le spalle si rilassavano e i volti erano più distesi.
Una ragazza, quella che giorni fa piangeva perché era stata presa in giro per aver detto parole pesanti a una compagna più grande, minacciandola con rabbia e dicendole sullo scuolabus che avrebbe preso un coltello per usarlo contro di lei— oggi ha disegnato in silenzio. Poi, guardando il suo foglio strappato, ha sospirato: "Mi sento libera".
Un’altra bambina ha colorato due rettangoli. “Nel primo mi sento in colpa" mi ha detto. “Nel secondo, una farfalla”.
Un ragazzo estremamente vivace ha finalmente riconosciuto la sua energia “di troppo”, quella che al mattino l’aveva portato a rompere, involontariamente, la borraccia della compagna.
Altre bambine hanno riempito il loro foglio di fiorellini; un gruppetto di amiche mi ha mostrato un foglio pieno di scarabocchi tracciati insieme, e ridevano.
In quel momento ho pensato che, forse, la scuola può ancora essere un laboratorio di anime, non solo di nozioni. Basta cambiare posizione — spostarsi da dietro la cattedra — e ricordarsi che un gesto semplice, come un colore su un foglio, può aprire uno spazio di libertà.
Oggi i miei alunni non hanno imparato una regola di grammatica. Ma, a modo loro, hanno imparato ad ascoltarsi. Il corpo, i colori, le parole. E anch’io, in fondo, un po’ ho fatto pace con la mia fatica di insegnare.
L’educazione emotiva non passa dalle definizioni, ma dalle esperienze concrete che coinvolgono corpo e mente insieme. Insegnare ai ragazzi a riconoscere dove “abitano” le emozioni nel proprio corpo li aiuta a sviluppare un linguaggio interiore, un’alfabetizzazione affettiva indispensabile per crescere in modo equilibrato. Forse il compito più alto della scuola è proprio questo: insegnare a riconoscere e a esprimere ciò che si sente, prima ancora di ciò che si sa.







