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Il richiamo e la forza di Kiefer a Milano

28 Aprile 2026



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Di Jasmine Barbet

Avevo intravisto alcune immagini delle opere di Kiefer sul web, e il richiamo era stato immediato.

Durante l’Art Week di Milano, dove mi trovavo per esporre un mio lavoro, ho deciso di visitare la sua mostra a Palazzo Reale senza leggere nulla in anticipo, per preservare l’esperienza del primo impatto.

Il giorno seguente, insieme ad alcune amiche, ho preso la metropolitana verso il centro, con una curiosità carica di aspettativa. Salendo le scale, l’entusiasmo si mescolava a una tensione sottile. Arriviamo nella sala dove queste opere gigantesche erano lì ad accoglierci… La reazione emotiva fu così potente da diventare fisica: vedevo gli occhi di alcune delle mie amiche bagnarsi, il mio corpo tremava leggermente, la pelle si increspava. A volte, come accade con l’innamoramento per una persona, può nascere un innamoramento per un’opera.

L’impatto con la maestosità delle opere era impressionante, una presenza forte. Un incontro con la materia così viva, come se pulsasse dal quadro, traccia di una presenza. Ogni particolare poteva essere un’opera astratta a sé.

Ogni opera rivelava una figura femminile che si rifletteva nei molteplici specchi della sala. Infatti tutta la mostra smembrava specchi della nostra femminilità messa a nudo, gridata, espressa; specchi delle nostre interiorità, delle nostre complessità. Un femminile che, attraverso forme e sguardi, esprimeva qualcosa di vissuto, di vero.

Per me è stato un vero omaggio alla donna. Su ogni opera compare il nome dell’Alchimista, ma il significato va oltre: le alchimiste erano anche le streghe, donne perseguitate e sterminate.

Che un uomo realizzi un’opera così maestosa è, in un certo senso, un gesto di restituzione: come se ridonasse dignità all’intero spettro del femminile, nelle sue parte più nascoste e misteriose alla sua parte più sacra.

 

Jasmine Barbet

 

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