Narciso: ecco certamente uno dei miti più incompresi tra tutti quelli che l'antichità ci ha tramandato. Dotato di una bellezza incomparabile, la stessa che già lo allontana dal genere a cui appartiene. Figlio di un fiume e di una ninfa, e dunque destinato a dipendere da un ambiente dominato dall'acqua, Narciso risveglia tutti i desideri, ponderati dall'ammirazione o dallo stupore. Ma egli non ne è affatto consapevole, e questo lo rende in qualche modo asessuato: indifferente a qualsiasi tentazione, è al contempo un bambino e un vecchio asceta, senza tuttavia possedere la saggezza di quest'ultimo. Le sollecitazioni non mancano, eppure egli vi resta insensibile, ammesso che se ne accorga. Eco, una splendida ninfa, se ne innamora perdutamente, al punto da morire per il suo rifiuto. Questo atteggiamento irrita la dea Nemesi, personificazione della giustizia e della vendetta, che per punirlo lo conduce davanti a una fonte nella cui acqua egli scopre la propria immagine.
Davanti a questi riflessi folgoranti, Narciso s'innamora appassionatamente di quell'immagine di cui ignora l'identità. Non è amore, ma adorazione. La distinzione è importante: l'amore appartiene alla terra, l'adorazione ai cieli. Il sortilegio che gli è stato scagliato provoca la sua metamorfosi, fino a farlo diventare un fiore, un nenufero, una ninfea, per tornare all'ambiguità già evocata.
Generalmente, l'interpretazione consiste nell'insistere sulla fascinazione di Narciso per se stesso, ed è questa l'influenza che ha prevalso in psicologia. In realtà, il fondamento del mito poggia su un'altra dimensione molto più interessante: l'assenza di coscienza di sé. Quando si parla di narcisismo, si presuppone che si tratti dell'amore il cui oggetto è la propria persona.
Freud ("II meccanismo della paranoia", 1910) fa una distinzione importante:
"Esso consiste nel fatto che l'individuo nel corso del suo sviluppo, mentre unifica le pulsioni sessuali già agenti auto-eroticamente al fine di procurarsi un oggetto d'amore, assume anzitutto sé stesso, vale a dire il proprio corpo come oggetto d'amore, prima di passare alla scelta oggettuale di una persona estranea", tra narcisismo costitutivo e necessario e inflazione dello stesso".
È da notare che il padre della psicoanalisi non faceva allora distinzione tra amore e sesso. Lacan apporterà un'altra interpretazione evidenziando che il bambino, in cui il linguaggio non è ancora sviluppato, non fa differenza tra se stesso e il mondo esterno, né tra se stesso e l'oggetto, ovvero tra il sé e l'altro. Il bisogno non genera ancora il desiderio, cosicché l'erotismo risulta privo di mondo esterno, né tra se stesso e l'oggetto, ovvero tra il sé e l'altro. Il bisogno non genera ancora il desiderio, cosicché l'erotismo risulta privo di identità. Questo approccio non rimanda precisamente a Narciso, ma converge verso la medesima constatazione di assenza d'identità.
Il narcisismo non deriva dunque da un egocentrismo sfrenato, ma da un vuoto identitario che riguarda tanto il soggetto quanto l'oggetto; un vuoto che esclude il reale per legarsi solo a una costruzione immaginaria, la quale permette di non lasciarlo apparire. È interessante notare che questa assenza ha nutrito numerose opere artistiche, dalla pittura alla letteratura, dal teatro al cinema.
Tra queste, il 'Narciso' di Caravaggio (1600 circa) e 'La metamorfosi di Narciso' di Dalí (1937), mentre il cinema italiano proponeva film di grande portata psicologica con Visconti ('Gruppo di famiglia in un interno', 1974), Antonioni ('ll deserto rosso', 1964; 'Professione: reporter', 1975; 'Identificazione di una donna', 1982), Fellini ('La dolce vita', 1960), Pasolini ('Medea', 1969).
Se il narcisismo è per lo più collegato alla vanità, non è alla morale che bisogna riferirsi, come comunemente inteso, bensì all'etimologia, ovvero alla nozione di vuoto. Cosa c'è sotto quella superficie che riflette un'immagine? L'insondabile, il buco senza fondo, poiché l'immagine non permette che esso venga visto. Il tema del suicidio o del crimine, che si ritrova nella 'Dolce vita' e in Antonioni, non è casuale: la natura odia il vuoto e questo, se non colmato, attrae verso il nulla. Il narcisismo non genera allora vanità, ma stasi o fuga; non è morboso solo se esasperato, ma anche se manca. La persona, nella sua ricerca insaziabile di un'apparenza insoddisfatta, si perde per strada e si riduce a un individuo indefinito quanto instabile, vulnerabile all'estremo. Invece di costruire un'identità, ne imita alcune la cui inconsistenza si irrigidisce incessantemente, fino a confondersi nelle innumerevoli proposte offerte dal mondo sociale al quale, paradossalmente, si sottrae nutrendosene attraverso finzioni che non saprebbe padroneggiare. Di questi alimenti pre-masticati bisognerebbe avere coscienza, invece di abbeverarsene con una sete stordente e inappagabile. Bisognerebbe riuscire a definirli con le parole, in modo da sceglierli e non subirli. In materia, il linguaggio simbolico - nell'indivisione del legame "reale-immaginario-simbolico" definito da Lacan nel concetto di "nodo borromeo", secondo cui se uno dei tre elementi cede, tutti scompaiono - indica, in rapporto al linguaggio e di conseguenza all'identità, o coscienza, concezione di sé ed esistenza, oppure i loro opposti: mancanza, vuoto, caos.
Ed è proprio questo caos che l'esacerbazione o l'assenza di narcisismo mette in evidenza. Ormai, dai selfie che vorrebbero simulare una qualche situazione particolare, generalmente improntata a un positivismo forzato, ai social network dove si manifesta una libertà che non costa nulla poiché nulla permette di verificarla, non è più la persona nella sua identità a generare le immagini, ma sono queste ultime che, oltre a definire l'essere, lo imprigionano nella propria rappresentazione.
Oggi, elevato a un livello quasi globale nel quadro dell'Occidente - pur insistendo sul fatto che esso non è l'America, che non rappresenta da solo l'umanità né i suoi valori, e che l'Illuminismo (da Rousseau, le cui 'Confessioni' manifestano un narcisismo smisurato, a Kant, che non lasciò mai Kónigsberg) non fa più parte dei riferimenti che guidano il mondo. Dalla Cina all'Islam, dall'America all'Europa occidentale, culla di una cultura e di conoscenze immense, tutti rivendicano attraverso un narcisismo primario e presuntuoso, collettivo e narrativo, di rappresentare questa famosa "umanità", concetto del tutto relativo.
(Ogni secondo nascono e muoiono tre individui).
Ognuna di queste entità esibisce un narcisismo a livello di massa e ciò si riflette nelle persone? Sarebbe azzardato avventurarsi su questa strada. Nondimeno, si pone una questione delicata: è davvero attraverso l'immagine, in quanto simulacro di ciò che è, che gli uni e gli altri - civiltà, popoli, masse, gruppi o individui - sfuggiranno alla condizione che è la loro?
Ogni essere umano è unico e possiede in sé una piccola stella, spesso definita come la propria anima. La questione non è tanto sapere se questa abbaglierà il mondo esterno, se sarà notata o persino adorata scatenando l'idolatria, quanto il fatto che essa brilli di tutto il suo splendore singolare all'interno, e che il suo calore sarà allora esalato verso gli altri, indipendentemente da quanto sia visibile per loro.







