Oggi ho fatto la sorvegliante dei bagni.
Sì, esiste anche questo ruolo nella complessa liturgia della scuola contemporanea: una figura ibrida tra il secondino gentile e l’antropologo da corridoio, armata di pazienza e cronometro invisibile.
Ho osservato tempi medi di percorrenza verso i servizi degni di un’indagine statistica; ho verificato, con una certa rassegnazione, come i lavandini – maschili e femminili, in perfetta parità di genere – vengano regolarmente otturati da un misterioso impulso distruttivo adolescenziale; ho presidiato confini, intercettato sconfinamenti, intuito capannelli strategici, appuntamenti clandestini, reunion affettive degne di un romanzo epistolare.
Una piccola sociologia liquida, insomma. Ma con meno eleganza.
Arrivo miracolosamente integra alla fine della sesta ora, dopo aver interrogato e corretto montagne di verifiche subito rimescolate dall’inconsistenza attentiva dei discenti, creature fragili che oscillano tra apatia e tempesta emotiva. I miei terzini, devastati da ore di noia e inedia, mi chiedono una tregua: “Prof, vediamo la fine del film?”.
Il film è Rocky I.
Siamo alle battute finali: Rocky si prepara all’incontro con Apollo Creed. Mancano dieci minuti, il tempo è tiranno – e spesso anche nemico della bellezza – ma cedo.
Parte la corsa sulla baia di Philadelphia. Le trombe squillano, la musica si gonfia, celebra una forza umana ostinata, quasi primitiva. In quel momento vedo un collega passare nel corridoio: mi saluta, sorride. Anche lui, evidentemente, è stato raggiunto da quella colonna sonora che, per qualche misterioso motivo, consola.
Poi suona la campanella.
Resto con alcuni alunni per i recuperi. Tutti escono, tranne loro due. Alla porta si affacciano altri compagni, amici di un’altra classe, condannati anche loro alla permanenza pomeridiana. Chiedono, con una delicatezza inattesa, se possono vedere la fine del film. Mancano pochi minuti. Li faccio entrare. E accade qualcosa.
Siamo agli ultimi colpi del match tra Rocky e Apollo. E loro – loro che mi fanno dannare ogni giorno, che si disperdono, che scivolano via dall’attenzione come acqua tra le dita – stanno lì. Immobili. Attenti. Incantati.
E, mi si perdoni il termine poco accademico, teneri.
Di una tenerezza disarmante.
Occhi incollati allo schermo, respiri trattenuti, emozione autentica. Poi uno di loro mi dice:
“Prof, ma lei fa vedere dei film bellissimi che noi non abbiamo mai visto”.
Sorrido.
Sorrido perché, in quell’istante, vedo qualcosa che raramente si lascia osservare nella scuola: il momento esatto in cui un ragazzo disinteressato desidera capire. Non per obbligo, non per voto, ma per fame.
E allora mi viene da pensare che forse Rocky non è solo un’americanata.
Forse è una forma di boxe simbolica.
Perché questi ragazzi combattono, ogni giorno, vivono scontri invisibili: contro la noia, contro il senso di inadeguatezza, contro una rabbia che non sanno nominare. E quando trovano un’immagine, una storia, un ritmo che dà forma a quella lotta, succede qualcosa.
Uno di loro – lo conosco bene – in prima media non parlava mai. Oggi, in silenzio, guarda Rocky incassare colpi e rialzarsi. E io ho la netta sensazione che, per la prima volta, stia riconoscendo se stesso.
Ecco allora che la scuola, tra un lavandino otturato e una verifica dimenticata, diventa anche questo: un ring simbolico in cui qualcuno, finalmente, prova a restare in piedi.
Mi sento soddisfatta.
Fuori piove. Ma è una pioggia leggera, di maggio, che profuma di fiori.
E, per una volta, anche di possibilità.







