Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un libro sul Tao dell’amore. Tra le tradizioni filosofiche, nessuna è così spiazzante, se confrontata alla nostra tradizione religiosa occidentale. Nelle “Arti della Camera da Letto”, l’unione sessuale non è un tabù né un divertimento privato: è una pratica di armonia, un modo per equilibrare Yin e Yang, per coltivare la salute, la vitalità, la longevità. È una pratica rituale, regolata e disciplinata. Il confronto con il Kama Sutra ci porta, per vie diverse, a conclusioni analoghe. Quest’ultimo appartiene alla dottrina del Kama, il piacere come arte del vivere, come estetica dell’incontro. Il Taoismo vede l’atto sessuale come scambio di energia vitale: la donna come fonte inesauribile di Yin, l’uomo come custode del Yang, energia attiva, ascendente, espansiva. Due tradizioni lontane, ma accomunate dall’idea che la sessualità sia cultura, disciplina, reciprocità. Non dominio. Non violenza. Non consumo. Ed è questa distanza che mi ha colpito quando, chiuso il libro, ho riaperto i giornali. L’opinione pubblica è attraversata da casi giudiziari che hanno portato alla luce comportamenti sessuali predatori attribuiti a figure di enorme potere economico e politico. Il caso Epstein, su cui si fatica a far veramente luce, è un simbolo culturale, un varco attraverso cui intravedere un problema più ampio: che, in alcune aree del potere globale, la sessualità diventi abuso, sfruttamento, umiliazione. Non è solo questione di nomi. È anche questione di modelli culturali. Quando un comportamento attraversa confini nazionali, politici, linguistici, ideologici e diventa trasversale a tutte le élite mondiali, allora non è più un fatto di propensioni individuali. Diventa un modo di essere del potere stesso. Un potere senza norme che sembra trovare piacere non nell’incontro, ma nella sopraffazione e nella brutalità; non nella reciprocità, non nella gioia condivisa, ma nell’abbruttimento dell’altro. E se l’altro è piccolo e indifeso, tanto meglio.
È l’esatto opposto di ciò che tutte le culture antiche – dal Taoismo al Cristianesimo, dall’Induismo alle tradizioni animiste – hanno sempre riconosciuto come etica universale: non nuocere, non sfruttare, non usare l’altro come oggetto o come mezzo.
A mio avviso c’è un legame con la globalizzazione e il conseguente individualismo. Non possiamo ignorare il contesto storico in cui tutto questo accade. La globalizzazione ha portato un apparente aumento di possibilità per tutti, ma ha permesso la trasformazione dell’individuo in consumatore sovrano, libero da obblighi, responsabilità, appartenenze. Siamo tutti uguali e liberi, ma il denaro e il potere mettono alcuni individui immensamente al di sopra di tutti gli altri. infatti la globalizzazione, diffusa come ideologia dell’uguaglianza, ha prodotto il divario più grande di ricchezza mai registrato. E i più grandi sfruttamenti della natura. Nell’affare Epstein pare fossero coinvolti sia miliardari sia oligarchi. In questo clima culturale i legami comunitari si indeboliscono, le relazioni diventano fragili. Se tutto è acquistabile, anche le persone diventano beni di consumo. E dove il denaro è smisurato, può nascere la tentazione di superare ogni limite, come se l’assenza di confini esterni generasse un vuoto interiore da colmare con esperienze sempre più estreme. È un paradosso: più si accumula potere, più si perde il senso del limite. E più si perde il limite, più si perde l’umanità. Forse anche un senso di colpa che si tende a mettere a tacere con la brutalità fine a se stessa. Pensiamo al libro “50 sfumature di grigio”, libro erotico di successo della globalizzazione, che si basa sul fatto che il povero diventato ricco possa chiedere alla sua partner una serie di pratiche a cui lei si sottopone con un contratto.
È in atto una immensa macchina di propaganda contro l’amore e la coppia. Non è un caso se nei Paesi occidentali un’unione su due finisce in divorzio. Io credo che, in questo scenario, la via dell’amore debba essere considerata quasi un atto rivoluzionario. Non l’amore romantico da collana Harmony, ma la relazione come disciplina, come responsabilità reciproca, come luogo dove si imparano la lealtà, il rispetto, la cura, la capacità di contemperare il proprio desiderio con la cura dell’altro. E la gioia e il piacere condivisi. La coppia che si ama di amore reciproco è l’unico spazio in cui due persone si trovano di fronte uguali, senza potere, senza gerarchie. È un laboratorio di democrazia quotidiana. È il luogo dove si impara che l’altro non è un oggetto, non è un mezzo, non è un bene da consumare. E questo cammino non può essere solitario. L’essere umano non si costruisce da solo. Diventa se stesso solo nella relazione, nella cooperazione, nella reciprocità. Le antiche arti dell’amore ci parlano di armonia, di energia condivisa, di rispetto profondo per l’altro. Ma anche il Cristianesimo ha difeso la coppia monogamica, ponendo una barriera alla poligamia e indicando la relazione a due come forma privilegiata dell’amore umano. Mettere queste tradizioni a confronto con le ombre del presente non significa idealizzare il passato, ma riconoscere che quando la sessualità diventa dominio, la società si ammala; quando diventa incontro, la società si rigenera. La via dell’amore, oggi, è un percorso elitario non perché riservato a pochi, ma perché tutta l’influenza mediatica lo combatte e quindi pochi riescono a percorrerlo: la relazione richiede di saper andare contro il consumo corrente, e disciplina, consapevolezza, responsabilità. È la via che porta ad avere a cuore la comunità. Ed è forse l’unica via per un vero risorgimento umano.
pubblicato su Il Mattino il 3 giugno 2026







