La telecamera puntata sulla faccia: un pugno nello stomaco a chi guarda

15 Marzo 2020



La telecamera puntata sulla faccia: un pugno nello stomaco a chi guarda
La telecamera puntata sulla faccia: un pugno nello stomaco a chi guarda

I nostri schermi televisivi, ampi, nitidi, costruiti per tramettere  immagini ad altissima definizione, sono invasi da una nuova moda, dilagata da qualche mese: quella di rappresentare il volto di una persona che parla all’interno di un rettangolo stretto con i due lati oscurati.

Mentre guardiamo  l’immagine di chi parla, il nostro sguardo si sofferma sugli occhi il naso la bocca i capelli, sui particolari più insignificanti del suo volto. Il volto così ripreso non viene percepito più bello dai nostri occhi, ma più brutto, troppo grosso, troppo in fuori.

Proviamo un senso di ansia, di invasione, come se quella persona entrasse dentro la nostra casa, ci venisse troppo vicino. Mancando lo sfondo il nostro occhio  si affatica e cerca istintivamente di vedere oltre le due barre laterali cosa c’è. E mentre il  protagonista parla, anche senza accorgercene il nostro cervello continua a cercare di sollevare quel velo grigio che stringe ai lati. la figura comprimendola. Infatti, in  mancanza di uno sfondo, di elementi di riferimento, costruire l’immagine intera diventa per il nostro occhio un’operazione faticosa. Ci costringe a una visione innaturale.

Qualcuno ricorda quando nella tv di casa venivano trasmessi i cinema scope. Mentre sullo schermo del cinematografo avevano una buona resa, sulla tv di casa apparivano strani e ti dovevi abituare, ma l’immagine rettangolare che lasciava due ampi spazi bianchi sopra e sotto  rispettava le leggi della visione e dunque dopo qualche scena potevi guardare il film senza essere distratto. Mentre queste immagini sono rettangolari con la base più corta e confliggono con l’ampiezza del nostro campo visivo.

Si noti poi che restringendo il campo visivo, anche la voce viene percepita in modo distorto: troppo forte, sgraziata.

È come se chi riprende la scena ci stesse dicendo, che tutto quello che eventualmente sta intorno o sullo sfondo del protagonista deve essere tolto perché non ha valore. Ci viene fatto un richiamo a mettere tutta la nostra attenzione su quel volto su quelle parole, ma in realtà tale richiamo ottiene l’effetto contrario: invece di ascoltare le parole il nostro sguardo viene catturato da quello che c’è dentro la scena. Un porro sulla guancia? Una borsa sotto gli occhi? La pelle unta, secca? Che brutto doppio mento.

E questo avviene perché la visione non è una fotografia della realtà, ma una ricostruzione del nostro cervello che ordinando figura e sfondo mette a fuoco un’immagine secondo alcune leggi (le leggi della percezione) che vennero scoperte all’inizio del secolo scorso.

Per questo il nostro occhio ha bisogno di mettere in primo piano qualcosa e sullo fondo qualcos’altro e allora si affanna su un particolare, il naso ad esempio e alla fine noi non ci ricordiamo cosa viene detto.

 

La telecamera puntata sulla faccia: un pugno nello stomaco a chi guarda

L’unico effetto certo che viene raggiunto è quello di metterci ansia. Lo sfondo è infatti importante è ciò a partire dal quale emerge l’immagine  in primo piano e su cui lo sguardo si riposa. Pensiamo all’arte visiva. Due semplici esempi tra i tanti: due  quadri di Leonardo: la Gioconda o la vergine delle rocce, dove il pittore che voleva che noi guardassimo l’immagine in primo piano non ha certo evitato di dipingere uno sfondo molto profondo. E’  la presenza dello sfondo a permettere al nostro sguardo di  fissarsi su viso  della Gioconda, sul suo sguardo e a consentirci di rimanervi a lungo. Perché il nostro occhio si riposa, prova piacere.

 

La telecamera puntata sulla faccia: un pugno nello stomaco a chi guarda

 

Quel piacere viene del tutto perduto quando il  viso di chi parla occupa tutto lo spazio e produce la sensazione  contraria: quella  di una persona che vuole emergere schiacciando o annullando tutti gli altri.

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La telecamera puntata sulla faccia: un pugno nello stomaco a chi guarda

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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