Comanderanno i robot?

30 Agosto 2019



Comanderanno i robot?
Comanderanno i robot?

Se consideriamo le paure che da qualche secolo mostriamo di fronte alle creature dotate di intelligenza artificiale e i molteplici racconti di guerre o ribellioni contro la specie umana, fino alla schiavitù e alla distruzione di questa, dovremmo essere preoccupati dell’attuale sviluppo tecnologico. Ma anche affascinati da quello che siamo riusciti a creare. Piccole macchine antropomorfe che parlano decine di lingue e in ciascuna si esprimono con toni diversi adattati all’occasione, che incorporano e aggiornano in tempo reale un numero pressoché infinito di informazioni e di programmi.

Isaac Asimov, già nel 1939, proprio per esorcizzare i timori che suscitavano i robot aveva scritto un racconto, “Robbie”, dove narrava la storia di amicizia tra una bambina e il suo androide, e aveva poi redatto le Tre Leggi della Robotica dove cercava di tutelare gli esseri umani di fronte al potere dei robot, assicurarne l’obbedienza ai loro creatori e proteggere infine anche l’esistenza dei primi, a meno che non minaccino l’umanità.

Anche dal punto di vista sociale, in comunità fatte di persone sempre più sole e anziane, pare positivo avere a disposizione dei supporti in grado di sollevare da operazioni di routine, il personale dedito all’assistenza lasciandogli più tempo per svolgere i compiti più professionalizzanti e creativi che non possono essere delegati a un robot. Tanto più che questo, è operoso, fa risparmiar tempo e denaro, e, connesso a Internet, migliora via via grazie ai continui aggiornamenti dei software. Insomma, a detta di un medico che lo hanno adottato “è parte del nostro team. È delicato nelle sue domande, spiritoso nelle risposte, e si è inserito molto bene tra noi medici. È un ottimo collega: collaborativo, positivo, non si lamenta mai… un lavoratore instancabile”.

Per tale motivo, alcuni lavoratori temono di venire sostituiti da queste macchine, come è avvenuto per gli operai in seguito alla robotizzazione delle fabbriche, ma se in futuro continuerà il calo delle nascite e l’aumento dell’età media, l’assistenza agli anziani diventerà un’emergenza. In Giappone, dove la tendenza demografica è molto simile a quella italiana, e dove vi è scarsa presenza di immigrati che svolgano ruoli assistenziali, da circa un decennio lo stato promuove una società e uno stile di vita robot-dipendente; e i giapponesi inseriscono di buon grado androidi all’interno delle famiglie e in vari ambienti sociali. Essi inoltre hanno meno difficoltà degli Occidentali ad accettarli perché la loro cultura non pone una separazione netta fra materia e spirito, fra essere umano e oggetto, e concepisce la possibilità che le cose, se usate e amate a lungo possano assumere un’identità e un’anima propria.

Inoltre, rispetto alla nostra cultura prevalentemente “individualista”, quella orientale ha uno spirito “collettivista” che mira più al benessere della comunità che non all’aspirazione del singolo. Così, mentre in Europa temiamo l’avvento dei robot e cerchiamo soluzioni politiche in grado di tutelare dignità e identità dei lavoratori di fronte all’inserimento dei robot umanoidi nella vita collettiva, a livello internazionale nascono movimenti politici e di opinione in favore di questi, alfine di considerarli dei soggetti di diritto e non dei soli oggetti di proprietà.

L’industria, dal canto suo, sta puntando molto sullo sviluppo futuro della robotica soprattutto quella applicata al campo sanitario e senior-friendly in grado di contrastare gli effetti della solitudine, la depressione, e di facilitare e allungare la vita fornendo un’assistenza e un intrattenimento continui e adeguati e infondendo conforto e sicurezza, in quanto non giudicano e non creano imbarazzo.

Ma come avviene per ogni invenzione, dipenderà da noi utilizzare i robot nel modo più corretto e vantaggioso per tutti e solo il futuro potrà rivelarci gli effetti positivi e negativi della loro “adozione” in famiglia o nelle comunità. Del resto, già Spielberg e Asimov ci avevano messo in guardia, sta ora solo a noi saper mettere a buon frutto quello che la tecnologia ci offre senza inutili paure che frenino le potenzialità dell’inventività umana o eccessivi entusiasmi destinati a delusioni e retromarce.

 

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Rosantonietta Scramaglia

Laureata in Architettura e in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito il Dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Ha compiuto studi e svolto ricerche in Italia e in vari Paesi. Attualmente è Professore Associato in Sociologia presso l’Università IULM di Milano. È socia fondatrice di Istur – Istituto di Ricerche Francesco Alberoni. È autrice di oltre settanta pubblicazioni fra cui parecchie monografie.

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