L’arte è l’oggettivazione della speranza

3 Settembre 2019



L'arte è l'oggettivazione della speranza
L'arte è l'oggettivazione della speranza

I popoli che hanno creato la bellezza hanno scelto il valore, l’ideale di sé, sacrificando ciò che è utile, immediato, contingente. Pensiamo alle città medioevali del Duecento. Per esempio Chartres, Friburgo o Cremona. Oggi non le chiameremmo nemmeno città, ma paesi, villaggi, perché avevano cinque, diecimila abitanti. Con un castello, pochi  palazzotti, molte  casupole, talvolta ancora con i tetti di paglia, con vie strette, maleodoranti, senza  fogne. Eppure, al centro, ecco sorgere una immensa e stupenda cattedrale di pietra, con guglie che si innalzano a cento metri verso il cielo. Monumenti mirabili, che ancora oggi ci affascinano e ci trasmettono emozioni profonde.

C’é una enorme sproporzione fra queste costruzioni e quelle che gli stessi uomini facevano per se stessi, per i loro bisogni quotidiani. Nelle cattedrali oggettivavano tutta la loro energia, la loro creatività, le loro paure, le loro speranze, le loro aspirazioni. Vi mettevano tutto ciò che di buono, elevato, nobile avevano nella loro anima. Vi rappresentavano una meta altissima, infinitamente superiore alla vita che conducevano. Un ideale e un impegno.

La bellezza dell’arte non racconta il presente, i nostri  bisogni, le nostre necessità pratiche. È infinitamente più ricca.  Perché  descrive la nostra anima in tutta la sua complessità, i suoi tormenti, i suoi dubbi, la sua fede, le sue aspirazioni, ma soprattutto ci indica dove e come vorremmo vivere, ciò che vorremmo essere. Ci ricorda ciò che possiamo diventare.

L’arte è una strada che tracciamo davanti a noi, una strada di perfezione, un insegnamento, un monito, un comando, una chiamata. La grandiosità e la bellezza delle cattedrali medioevali ci dicono che i loro pochi abitanti avevano una energia smisurata, un potenziale di crescita immenso. Che in loro esisteva  già, in germe, ciò che l’Occidente avrebbe realizzato nei  secoli futuri.

Ma l’arte ci dà qualcosa in più. L’esperienza che proviamo visitando una di queste cattedrali non è la semplice riattivazione di ciò che i suoi costruttori vi hanno trasmesso in quell’epoca. Anche se sono passate centinaia o migliaia di anni, anche se quel particolare tipo di società è scomparso, essa riesce ancora a guidarci, a fornirci mete e valori.

Tutto questo ci e chiaro per l’arte del passato e ci è chiaro il riconoscimento unanime che essa ha ricevuto e riceve. È bastato pochissimo tempo perché l’Europa riconoscesse la bellezza, cioè l’artisticità, delle civiltà asiatiche dai templi di Kugiraho al Taj Mahal o alla poesia di Rumi. E altrettanto poco tempo è bastato agli altri popoli per ammirare l’arte greca, come il Partenone, e lo stesso è avvenuto ai cinesi o ai giapponesi che hanno subito capito e imparato a suonare e interpretare la musica occidentale, così diversa dalla loro.

È come se esistesse un engramma nella mente umana che permette ad ogni essere vivente di riconoscere che cosa è grande arte, come il Partenone o la Pietà di Michelangelo o i quadri di Van Gogh. Un misterioso engramma che ci consente di distinguere la vera arte fin dall’inizio, ma che viene spento, fermato, cancellato provvisoriamente dai critici, dagli intellettuali, dai mercanti che dichiarano arte ciò che riescono a vendere,  e anche se non lo è, ne impongono il gusto almeno per un certo periodo di tempo. È come se tutti riuscissero a vedere con naturalezza la verità, ma poi ne venissero distolti da altri modi di guardare, di pensare, di sentire; modi sciocchi, volgari, artificiosi, ideologici, come il realismo socialista nell’Urss, l’iconografia religiosa romantica delle chiese e delle pubblicazioni cattoliche o le fotografie che oggi riempiono e  dominano Facebook e Instagram. E per lunghissimi periodi di tempo questa falsificazioni vincono all’arte vera la cancellano impediscono di riconoscerla.

Così è dall’inizio del XX secolo, che nel campo delle arti  visive il figurativo è degenerato, come diceva Walter Benjamin, sotto il peso della riproduzione e solo pochissimi artisti, e non certo i più celebrati, sono sopravvissuti come creatori di arte. Il resto è sprofondato nel non figurativo, dove tutti i capricci, dai tagli di Fontana, alle donne di Modigliani, alle demoiselles  di Picasso, agli scarabocchi di Pollock sono state dichiarate arte grazie ai soldi di Peggy Guggenheim e di altri magnati.

Ma se tale è stata ed è tuttora la mistificazione, che cos’è vera arte, nel mondo contemporaneo? Cos’è ciò di cui si può dire, come abbiamo detto prima, che “L’arte è  una strada che  tracciamo davanti a noi,  una  strada di perfezione,  un insegnamento, un monito, un comando, una chiamata?”

Volete una risposta? Oggi l’unica forma di vera arte figurativa la troviamo in alcuni stupendi, straordinari grattacieli. Solo questi ci producono una profonda e spesso indescrivibile emozione, fatta di bellezza sublime, di stupore, ma anche una direzione di meta, forse un destino. Essi soli ci indicano, puntando verso l’alto, a noi uomini che abbiamo perso Dio,  una trascendenza, un nuovo cielo e un nuovo futuro. Essi soli ci indicano una meta di bellezza struggente e un luogo sublime a cui rinunciamo nello squallore utilitaristico e affannoso della nostra vita quotidiana.

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L'arte è l'oggettivazione della speranza

Francesco Alberoni

Laureato in medicina, ordinario di Sociologia a Milano. Ha studiato il divismo L’elite senza potere (1963) ed è stato il fondatore della sociologia dei consumi in Europa: Consumi e società (1964). È il maggior studioso dei movimenti collettivi Movimento e istituzione (1977) e Genesi (1989), è il pioniere degli studi sull’amore: Innamoramento e amore (1979) tradotto in trenta lingue, un tema che ha continuato ad approfondire con L’amicizia (1984) l’Erotismo 1986) Ti amo (1996) Sesso e amore (2006) L’arte di amare (2012) Amore e amori (Edizioni Leima, Palermo, 2016). Con Cristina Cattaneo ha pubblicato L’universo amoroso (2017), Amore mio come sei cambiato (2019) e L’amore e il tempo (2020).

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