Credere e non credere

23 Aprile 2021



Credere e non credere
Credere e non credere

Questo è un momento di crescente ateismo. Anche coloro che si dichiarano agnostici sono di fatto atei, non vivono una esperienza religiosa, non pregano, non chiedono aiuto a Dio. In realtà talvolta lo fanno magari nel momento del pericolo della malattia o dell’angoscia. Quindi dovrebbero essere piuttosto chiamati degli atei intermittenti. Ma proprio il fatto che in queste persone il divino si presenta in modo discontinuo e solo quando crolla il sistema delle certezze e delle sicurezze abituali, mi fa pensare che proprio questa discontinuità sia una esperienza importante del divino e del sacro. Questo in contrasto con l’idea corrente che la divinità nelle società storiche sia sempre presente perché è la personificazione di potenze naturali o sociali.

Il pantheon egizio, greco romano e germanico sono di questo tipo. Fa eccezione il mondo ebraico dove sempre si presenta un unico dio ed è proprio questo unico dio che diventa il Dio di cui parlano i religiosi e gli studiosi dell’occidente. La pluralità degli dei non è più presa in considerazione. Ma la differenza fra il dio unico e gli dei non è assoluta. Dio e gli dei hanno in comune le esperienze descritte da Rudolph Otto, il mirum, il misterium, il fascinans, il tremendum. Ma attenzione, non le hanno di solito  in modo continuo e quotidiano, ma in modo saltuario, discontinuo. Anche il mistico si incontra in modo discontinuo con Dio. Perfino lo stato teopatico non dura a lungo. Il sacro è sempre una rivelazione, una manifestazione, una irruzione. Quando nel film La mia Africa i Kikuyo comunicano alla baronessa che è bruciata la fattoria dicono “È arrivato Dio”.

È mia impressione che l’idea del divino nasca sempre da una ierofania, dall’esperienza di una discontinuità sacrale. Nella Bibbia Dio si manifesta così. La prima volta appare ad Abramo in un luogo chiamato Betel e gli fa la promessa che quella terra sarebbe appartenuta alla sua discendenza. Ricordiamo poi le altre ierofanie, la colonna di fuoco, il roveto ardente. Ma anche Gesù si manifesta come divinità nei miracoli, ivi compresa la sua resurrezione. Poi ricordiamo la caduta di Paolo di Tarso, la visione di Costantino, le stigmate di San Francesco; ma ancora oggi, nella chiesa cattolica, la santità richiede la certificazione di un miracolo. Il culto mariano si è esteso e rafforzato con numerose apparizioni della Madonna.

Da queste osservazioni avanzo l’ipotesi che l’idea di Dio sia il frutto di una esperienza del sacro come irruzione della trascendenza. Sono quelle che Elemire Zolla chiamava “uscite dal mondo”: è questo che sperimenta Abramo nell’incontro con Dio o Giosuè quando crollano le mura di Gerico o Paolo folgorato sulla via di Damasco o i Kikuyo nell’incendio rovinoso della fattoria. Ma anche Lutero quando ha l’esperienza della torre e improvvisamente capisce che la salvezza viene per sola fede. In questo caso coincide con lo stato nascente e quindi come il novum. L’incontro con la divinità ci dà uno sguardo fuggevole dell’infinita potenza del divino, il tremendum come nel Mahabarata quando Krishna si rivela ad Arjuna. Ma perfino nella scoperta scientifica lo scienziato ha l’impressione di dare uno sguardo sia pure parziale e fuggevole alla verità del tutto. L’esperienza del divino può consistere anche nell’essere o trascinato o partecipe di una potenza (fascinans majestas) che trascende l’esistente. Questo avviene nei movimenti collettivi .

Ma come è che questa esperienza straordinaria e discontinua diventa al contrario religione, cioè unione, credenza, organizzazione, tempio, chiesa quindi ordine, disciplina e l’esperienza sacra viene non solo incanalata ma addirittura guidata, insegnata, prescritta?

Quando l’esperienza sacra diventa stato nascente collettivo e poi movimento collettivo, formazione di una comunità, leadership e progetto. Ma per realizzare il progetto occorre organizzazione quindi divisione del lavoro, ordine fini mezzi, norme, comando e ubbidienza: in una parola istituzione. E una volta sorta l’istituzione l’esperienza sacra viene incanalata nei suoi percorsi ed entro le sue barriere. A questo punto è l’istituzione che da il suo linguaggio al sacro. Questo può ancora presentarsi come esperienza discontinua, ma entro il quadro istituzionale e coi suoi simboli e i suoi riti. Nel mondo moderno, persa la fiducia nell’istituzione il sacro perde il linguaggio religioso e viene riclassificato come disturbo psichico, nevrosi, psicosi, cercato con droghe euforizzanti  e  controllato con farmaci il più spesso delle volte sedativi. Salvo apparire nei momenti drammatici come urlo, disperazione e invocazione.

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Credere e non credere

Francesco Alberoni

Laureato in medicina, ordinario di Sociologia a Milano. Ha studiato il divismo L’elite senza potere (1963) ed è stato il fondatore della sociologia dei consumi in Europa: Consumi e società (1964). È il maggior studioso dei movimenti collettivi Movimento e istituzione (1977) e Genesi (1989), è il pioniere degli studi sull’amore: Innamoramento e amore (1979) tradotto in trenta lingue, un tema che ha continuato ad approfondire con L’amicizia (1984) l’Erotismo 1986) Ti amo (1996) Sesso e amore (2006) L’arte di amare (2012) Amore e amori (Edizioni Leima, Palermo, 2016). Con Cristina Cattaneo ha pubblicato L’universo amoroso (2017), Amore mio come sei cambiato (2019) e L’amore e il tempo (2020).

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