E se l’alta cultura tornasse di moda? Intervista ad Alessandro Barbero

27 Gennaio 2019



E se l’alta cultura tornasse di moda? Intervista ad Alessandro Barbero
E se l’alta cultura tornasse di moda? Intervista ad Alessandro Barbero

Siamo in un'epoca in cui l’alta cultura sembra essere uno scheletro polveroso fatto solo di erudizione vuota e l’amore per la conoscenza una malattia. Prevale quello che vive nell’oggi ma domani è già vecchio e dimenticato.  Quindi cercare di trattenere la conoscenza sembra un'inutile fatica. Da ogni parte la cultura sembra brillare per la sua assenza. Tutta l’alta cultura sta vivendo questa sorte, è una rinuncia collettiva di tutti coloro che occupano le istituzioni culturali che sembrano dimenticare che anche la cultura, come una pianta, se non viene alimentata, muore.

In questo panorama che ha già prodotto uno spaventoso restringimento del nostro vocabolario e una riduzione delle potenzialità dei nostri ragionamenti, una povertà dei nostri passatempi, vi è una figura controcorrente che tiene lezioni della materia ritenuta più noiosa: la storia. Lo fa con gli occhi che brillano, la voce piena di entusiasmo e le mani che danzano a illustrare i pensieri; con la precisione dello storico che cita le fonti a sostegno di ciò che dice e l’interesse dello studioso che vuole capire il suo tempo e farlo capire. Soprattutto con l'emozione del maestro che vuole educare le menti, rieducarle a fare fatica, a tenere la concentrazione, a interrogarsi, a leggere. A voler capire in profondità un problema. A non accontentarsi della prima riposta.

Contraddicendo tutti coloro che hanno paura di fare vera cultura, perché la cultura non vende, Alessandro Barbero ha uno straordinario successo:  una folla eterogenea di persone, sempre più numerosa, accorre ad ascoltarlo dal vivo. Le sue trasmissioni televisive e i  video delle sue conferenze  ritrasmessi su Youtube sono molto seguiti. Accompagnano le serate di chi non ne può più di vedere programmi scadenti e gare di cucina. Tra i numerosi fan di Barbero vi sono molti che probabilmente avevano odiato  la storia a scuola ma attraverso di lui ricominciano a leggere, a documentarsi, vengono contagiati dal desiderio di sapere. 

Di professione è “ordinario di Storia medioevale all’Università degli studi del Piemonte orientale Amedeo Avogadro". E’ una figura talmente moderna da sembrare a me antica, tanto più simile agli insegnanti delle prime libere università medioevali, che radunavano intorno a sé giovani assetati di conoscenza. 

Alessandro sa unire il rigore dello storico, il ritmo del divulgatore, il lavoro di scavo dello studioso della psiche. Con la medesima naturalezza, ci fa entrare nella psicologia di un personaggio storico, o penetrare nel comune sentire di un’epoca lontana, ci fa conoscere e sentire più vicine le credenze e contraddizioni che caratterizzavano mondi così diversi dal nostro e ci permette di renderci conto delle tante analogie con il presente. Ci fa capire, persino, perchè si può trarre un grande insegnamento dalla conoscenza della storia. Per questi motivi desideravo tanto che fosse presente nel nostro giornale e lo ringrazio di cuore per la sua disponibilità. 

Professor Alessandro Barbero, ogni persona che la segue riceve una lezione di storia e al contempo una seconda lezione sull'importanza di conoscere la storia: le chiedo allora secondo lei che importanza ha la conoscenza della storia per trasformare un popolo in una comunità e tenerla unita?

Che la storia debba servire a trasformare un popolo in una comunità, a creare un'identità, una memoria e una fierezza collettiva, è in realtà un'idea che abbiamo ereditato dal patriottismo ottocentesco, ma non è detto che dobbiamo condividerla. Secondo me la funzione più importante della storia è di stimolare il pensiero critico, abituare all'idea che istituzioni e valori hanno un'origine e non sono dati una volta per tutte, abituare all'idea che di ogni affermazione bisogna citare le fonti e che ogni fatto deve essere verificato e accertato. Ai popoli serve per avere coscienza di sé, questo sì, per sapere da dove vengono, e per essere critici anche verso se stessi.

 In due libri: “L'universo amoroso” e “Amore mio come sei cambiato”  - che sta per uscire - ho parlato della crisi del patriarcato e ho sostenuto che il crollo del principio paterno, tanto invocato nell'ultimo secolo da più parti perchè accusato di essere un sistema ingiusto e produttore di forti diseguaglianze non ha prodotto come molti entusiasticamente si attendevano, un automatico diffondersi di principi di cooperazione, fratellanza e amore. Viviamo invece  una situazione confusa, dove vecchi schemi coesistono accanto ai nuovi e quindi potenzialmente più pericolosa e incerta, ma non ne ho mai parlato con uno storico. Può dirmi lei cosa ne pensa? E' vero secondo lei che stiamo vivendo una crisi dovuta al crollo di tale paradigma oppure mi sto sbagliando? E se invece concorda con me, come si manifesta e che conseguenze può avere?

Che il principio di autorità paterna come vigeva nel mondo antico e fino alla crisi otto-novecentesca della modernità non esista più è indubbio, ed è un fatto storico rilevante. Che la sua scomparsa non abbia prodotto per forza un mondo migliore è evidente e non stupisce: neanche l'avvicinarsi delle donne alla parità e la loro maggior partecipazione alla società e al potere hanno prodotto un miglioramento complessivo. Hanno però accresciuto la libertà individuale, su questo non c'è dubbio; la domanda è se l'accrescimento della libertà individuale sia necessariamente correlato all'aumento del bene comune e della felicità collettiva. Quanto alle conseguenze che tutto ciò può produrre, non ne ho idea; una delle cose a cui sono maggiormente riluttante sono le previsioni, di qualunque genere...

 L'amore tra maschio e femmina lo sappiamo cambia nel tempo, a causa delle differenze di leggi, consuetudini e costumi dei diversi popoli, ma il grande innamoramento, la passione amorosa  secondo lei cambia o ci si innamora allo stesso modo oggi come nel passato, in Europa come nell'alto Egitto o in Mesopotamia?

Non c'è dubbio che gli esseri umani cambiano molto da un'epoca all'altra, nella misura in cui possono essere enormemente diversi i valori e i principi inculcati dalla società, e l'elenco dei comportamenti ammessi o vietati. Al tempo stesso io sono convinto che l'uomo sia un animale le cui pulsioni elementari, antecedenti a qualunque condizionamento culturale, sono sempre le stesse. Credo quindi che l'istinto del desiderio, che è desiderio non solo di possesso e di soddisfazione sessuale, ma di vicinanza, comunione e felicità reciproca, sia innato e sempre uguale in ogni epoca, dopodiché ogni epoca ha imparato a razionalizzarlo, orientarlo e delimitarlo in modi diversi.

 

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Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L'amore e il tempo (Aracne 2020).

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