Cristina Campo, una ragazza fuori moda

30 Settembre 2020



Cristina Campo, una ragazza fuori moda
Cristina Campo, una ragazza fuori moda

Parlare di Cristina Campo è come parlare di un fiore che nasce una volta ogni mille anni: delicato, cristallino, esile eppure intenso, colorato e profumatissimo, arcigno e gentile insieme, aristocratico ma slanciato vero il sole nel modo più semplice e commovente.

Dimenticata dalla critica intransigente degli anni successivi alla contestazione perché considerata reazionaria e antimodernista (ed era orgogliosamente proprio così), è oggetto di una grande rivisitazione intellettuale in questi ultimi anni, a tal punto che più di uno la considera una delle menti più eccelse del Novecento.

Vittoria Guerrini, il suo vero nome, che tuttavia ripudia scegliendo diversi pseudonimi, è una ragazza nata nei primi Anni Venti, dagli occhi luminosi e con le orecchie piccole e graziose, bella in un’accezione particolare e sofisticata, e malata di cuore. Le sue limitazioni fisiche diventano espansioni del suo spirito che, autodidatta, si appropria fin da bambina di nozioni diverse da quelle della scuola, che non può frequentare dopo le medie, e di una capacità mnemonica e mimetica sorprendente.

Suo padre, celebre maestro di musica, è rinchiuso per diversi mesi in un campo di concentramento inglese, perché accusato di essere vicino ai fascisti, e lei, poco più che adolescente, fa da interprete ai soldati tedeschi prima della ritirata, soldati che vede nella loro essenza di giovani e non di militari. Nella vita non si interesserà particolarmente alla politica, sarà più presa dal seguire i movimenti del suo cuore burrascoso e infuocato. Si appassionerà ai poveri, portandone a casa ogni tanto qualcuno ai suoi esterrefatti genitori, ai riti religiosi, all’inseguimento febbrile della perfezione, ovvero della bellezza, per cesellare i suoi scritti radi e preziosi. E forse anche la sua mente.

I suoi amori sono anch’essi pochi, ma molto intensi, e non sono mai separati da quella che è la sua vera passione: la parola, il logos, la letteratura. Non riesce a disgiungere la vita reale da quella rappresentata. “Chi sei in questo periodo, ovvero, cosa leggi?”, chiedeva bruscamente alle persone che le erano vicine.

Leone Traverso, all’epoca intellettuale molto in auge e tra i padri dell’ermetismo fiorentino, è un campione della parola, ed è anche un mentore che con tredici anni di vita, intensa peraltro, in più la introduce ad altri mondi intellettuali. Linguista, traduce soprattutto autori tedeschi e la introduce all’opera di Hugo von Hofmannsthal , librettista di Richard Wagner, che diventa il suo poeta feticcio. Lui è bruttino, non ha nessuna voglia di sposarsi, lei vive con gli amatissimi genitori che si occupano della sua salute, insieme trascorrono anni fecondi in una Firenze anni cinquanta, irradiante di cultura e di occasioni di praticarla. Quando Leone vince una cattedra a Urbino, presso l’amico Carlo Bo, entrambi hanno mente e cuore persi in altre direzioni ma non si distaccano intellettualmente, del loro rapporto rimane la testimonianza in “Lettere a Bul”, nomignolo che Cristina Campo aveva coniato per Leone.

In realtà Cristina, nel folto circolo di amici di Leone, aveva provato l’amore più intenso della sua vita, quello per il celebre poeta Mario Luzi, da lei preso a esempio. Un amore che, secondo la teoria di Alberoni, si potrebbe definire divistico e che probabilmente non fu mai consumato per volontà del poeta toscano, sposato e forse in cuor suo intimidito dal fuoco della Campo, ma che diede vita ai più celebri versi della giovane poetessa: “Moriremo lontani. Sarà molto/se poserò la guancia nel tuo palmo/a Capodanno; se nel mio la traccia/ contemplerai di un’altra migrazione[…]” Quando Luzi scrive però la raccolta “Nel magma”, considerata da altri suo capolavoro, Cristina, che la ritiene un tradimento rispetto alla poetica precedente, si disinnamora di Luzi, testimoniando ancora una volta come in lei arte e amore non abbiano confine. Ma l’incontro con Luzi coincide con il suo bellissimo libro di poesie “Passo d’Addio”

È però  Elémire Zolla l’uomo che caratterizza più l’intera sua vita. Lui, filosofo e storico delle religioni, sposato con un’altra dea della poesia, Maria Luisa Spaziani, con cui è fidanzato da dieci anni, la lascia a pochi mesi dalle nozze per Cristina, logorato da un rapporto ormai stanco. Cristina ed Elémire, entrambi permeati di spirito mistico e religioso, si riconoscono e si innamorano quasi all’istante. Non possono vivere insieme perché Elemire è ancora formalmente sposato ma abitano in due stanze l’uno accanto all’altra vicino al Monastero Benedettino di Sant’Anselmo. E’ un’esplosione di sete spirituale che sfocia in lei in un cristianesimo teso all’assoluto, all’ammirazione estatica degli antichi riti, in aperta contrapposizione con la modernità del Concilio Vaticano II a cui si oppone con tutte le sue forze, stringendo amicizia con Lefèvre e difendendo il rito in latino e il canto gregoriano. Nascono pagine straordinarie della Campo ne “Il flauto e il tappeto” e le poesie sacre ispirate alla liturgia bizantina.

Anche Zolla, prima geniale ma confuso esperto di mistica, trova nel rigore di Cristina uno sprone per dare ordine e comprensibilità maggiore ai suoi scritti.  Estranei alle mode del tempo, politiche e culturali, perseguono entrambi una conoscenza assoluta, per arrivare ai confini dell’Essere, in una ricerca fuori dal tempo che la società politicamente schierata di allora non perdona ad entrambi.

L’estremismo anticonciliare di Cristina, e la sua spiritualità cristiana sempre più viva, accentuata dal peggiorare delle sue condizioni di salute, allontana negli ultimi tempi Zolla,che fondamentalmente è un sincretista dalla loro unione perfetta. Tuttavia quando Cristina muore, a soli cinquantaquattro anni che nemmeno dimostra, dopo un ennesimo attacco, Elémire è distrutto.

La stampa intera tace la scomparsa di una donna appartata e schiva, fuori moda, tesa a un mondo altro. Solo l’editore e saggista Roberto Calasso la commemora come “Troppo brava e inclassificabile per il suo tempo”.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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