Conservare, un verbo fuori moda

7 Novembre 2021



Conservare, un verbo fuori moda
conservare

Negli anni della contestazione, la parola conservatore era quanto più di offensivo potesse essere rivolto a una persona, sinonimo elegante di “matusa”, alternativo a “vecchio” e “reazionario”.  Anche oggi, ad eccezione della denominazione del partito politico inglese Tory, in italiano Partito Conservatore,  che esprime alternanza di governo nel Regno Unito dalla metà dell’ottocento, il termine è sempre più scarsamente usato anche in politica. In America, gli analoghi dello stesso partito Tory si chiamano Repubblicani. In Italia, fino ad ora, nessuno ha mai utilizzato questo aggettivo per un partito, nonostante esista un gruppo parlamentare europeo con questo nome.

Il verbo “conservare” ha avuto per tanto tempo, come corollario, una percezione simbolica negativa. Come se questo atto surgelasse, per così dire, il pensiero e l’azione, che impedisse lo slancio verso il nuovo e il progresso. Come se equivalesse a mettere i bastoni tra le ruote al futuro. Per questo, come altri verbi, è passato di moda.

Per tornare ad utilizzarlo con orgoglio, occorre fare riferimento alla sua etimologia latina, che contiene il prefisso “con” e il verbo “servare”, ovvero salvare, salvare insieme. Chi ( o ciò che)  non è salvato, è perduto, morto, dimenticato.  Come i cibi che altrimenti andrebbero, se non conservati, in putrefazione; come le piante non annaffiate che seccherebbero; come i malati non curati, che morirebbero.

Conservare è salvare, quindi. Un verbo che è sicuramente sgradito a chi invece vuole “cancellare”.  Ciclicamente il mondo è percorso da furie distruttive di popoli che vogliono annientare il nemico, finanche a distruggerne la memoria. Per fortuna esiste sempre qualcuno che nasconde, salva, conserva, ed è questo sforzo che ci consente di conoscere cosa è successo nei secoli, di accumulare sapere e nozioni, di sentirci figli di un’unica umanità  che cresce nella storia. A volte questo sforzo ha consentito a intere etnie di non estinguersi, di non perdere le loro radici. Pensiamo alla lingua degli ebrei, conservata intatta dopo secoli, persino dopo la diaspora e dopo la shoah, grazie alla memoria e alla conservazione.

L’esempio più famoso di conservazione è quello dei monaci benedettini, che negli anni bui e violenti dell’alto medioevo, chiusi nei loro luoghi di lavoro e preghiera, hanno copiato migliaia e migliaia di pergamene, hanno fatto – diremmo oggi – il backup della sapienza del passato greco, latino, cristiano e, grazie a loro, gran parte della nostra cultura si è salvata. Un lavoro indicibile, umile, di ricopiatura strenua e monotona, che ha permesso all’Europa, quando è passata la stagione delle guerre, di tornare a innalzare alto il suo pensiero e la sua arte, appoggiandosi sulle spalle dei giganti del passato. Per tanti versi siamo stati salvati dai pazienti e operosi benedettini.

La parola conservare, poi, evoca un mondo pulito e accorto, quello dei nostri nonni, che, con pochi soldi, facevano bastare gli oggetti e i vestiti per tanti anni, preservandoli da un’usura precoce. Le cose, che allora erano prodotte dalle mani dell’uomo, avevano un’anima, e si maneggiavano con rispetto, con cura, quasi con amore. Si lavavano e si rilavavano, si aggiustavano, non si gettavano subito nell’immondizia come ora, al primo “acciacco”, visto che, probabilmente, la sostituzione – magari si tratta di un prodotto a basso costo del mercato globale – costa meno di un nuovo acquisto.

Conservare è anche il contrario di consumare velocemente. La mentalità “usa e getta”, opposta alla filosofia del “salvare”, è strettamente imparentata con la diffusione della società dei consumi di scarsa qualità, quella a cui assistiamo da quando è in via d’estinzione l’artigianato, l’alta moda, il design. E’ più facile usare e gettare via subito – rispetto a qualcosa di bello e curato – un oggetto bruttino, stereotipato, standardizzato.

Da qui la smania e l’abitudine di cambiare tutto, che coinvolge anche noi stessi, il nostro genere, il nostro lavoro, la nostra precedente identità. Tutto quanto viene deprezzato, diventa senza passato, senza traccia, pronto ad essere sostituito in un’affannosa e inesausta voglia di nuovo.

La voglia di distruzione si esemplifica in modo evidente con l’utilizzo della  cancel culture, che decontestualizzando il passato, vorrebbe abolire quanto negli anni precedenti non è conforme all’ideologia del tempo, operando censure, abbattendo statue, sostituendo in fretta credenze, tradizioni, a seconda delle minoranze a cui man mano si decide di dar voce e preminenza, invadendo il passato con le ruspe del presente, o di parte di esso.

Solo l’azione di conservare, nel senso di avere cura, di “salvare”, può risollevare il mondo, e l’occidente in particolare, da questo sentimento distruttivo e da questa nuova follia iconoclasta.

Come in Fahrenheit 461, abbiamo il compito di non destinare all’oblio il sapere dell’uomo, a costo di dedicare parte della nostra vita a questo scopo.  Il nuovo mondo globalizzato ci ha imposto una velocità troppo forte per essere sostenuta, talmente frenetica che, nel movimento centrifugo, ci ha fatto perdere troppi pezzi di noi stessi.

Ora la scintilla di umanità che fa da filo conduttore alla nostra presenza sul pianeta ci chiede di fermarci un attimo, per prenderci cura di quello che già abbiamo in dote.  Prima di tutto dell’habitat terrestre, di questo piccolo mondo sempre più sporco e trascurato. Quello, in primo luogo, è da conservare. Per noi e per le prossime generazioni.

Ma attenzione. Questa azione, più che dall’Occidente che, seppur timidamente , si sta avviando a una transizione green,  deve essere perseguita dalle nazioni più popolose, quali la Cina e l’India, che non sembrano averne per ora la minima intenzione.

Ora, tuttavia, questo input di “salvare”, di “mantenere” , che deriva dai movimenti ecologisti occidentali, soprattutto europei,  può estendersi anche ad altri ambiti.

Ad esempio a tutto quello che la meravigliosa mente umana ha partorito in tutti questi secoli, soprattutto in Occidente. Che è patrimonio immateriale dell’intera umanità esattamente come i fiumi, gli oceani, la terra, il cielo.  E che certa cultura della cancellazione ( la cosiddetta cancel culture, vedi articolo precedente della stessa autrice),  incapace di contestualizzare, vuole sopprimere o distorcere in nome di un politicamente corretto censorio e sopprimente.

Comincia ad evidenziarsi una certa irritazione, qualcuno comincia a ribellarsi, finalmente a dissociarsi, come alcuni intellettuali che hanno sottoscritto un manifesto contro la cancel culture e il politicamente corretto.

L’Occidente, come ai tempi dei benedettini, può dare l’esempio, conservando innanzitutto il proprio prezioso patrimonio millenario, senza rinnegare e disprezzare la propria grandezza, che l’ha portato a prendere per mano il mondo, a livello scientifico, medico, filosofico e in termini di diritti umani.  E’ il momento di tornare a conservare.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico, caporedattrice (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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