Eva: un’infatuazione divistica

5 Aprile 2019



Eva: un'infatuazione divistica
Eva: un'infatuazione divistica

La natura dei desideri

Per René Girard i nostri desideri nascono per imitazione di quelli altrui, dunque sono appresi. Attraverso l’identificazione con l’altro, che ci indica ciò che ha valore, ciò che è desiderabile, noi modelliamo il nostro desiderio. È un meccanismo tanto individuale che collettivo. Nel collettivo, si manifesta come adorazione divistica verso una star del cinema o del rock, verso un capo carismatico, un guru. Nell’individuale si presenta come un’infatuazione, la cui fragilità deriva dal fatto che l’attaccamento tende a svanire quando, con la vicinanza, con la vita in comune, l’amato si presenta come un comune mortale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Quando siamo in stato nascente noi trasfiguriamo l’amato, cioè siamo in grado di apprezzare e di amare ciò che di unico e straordinario possiede, mentre se è il meccanismo dell’indicazione ad agire noi vediamo e desideriamo solo ciò che la società ha proiettato su di lui o lei. Questa forma di pseudoinnamoramento, approfondita da Alberoni, è chiaramente ravvisabile nella novella Eva  di Giovanni Verga, che tratta di un’infatuazione divistica.

Eva

Eva è una ballerina di teatro. La prima volta che Enrico, un pittore siciliano che si è trasferito a Firenze, la vede a teatro sul palco, ne rimane folgorato.

“Eva! Eva!” e in mezzo a un nembo di fiori, di luce elettrica, e di applausi, apparve una donna splendente di bellezza e di nudità, corruscante febbrili desideri dal sorriso impudico, dagli occhi arditi, dai veli che gettavano ombre irritanti sulle forme seminude, dai procaci pudori, dagli omeri sparsi di biondi capelli, dai brillanti falsi, dalle pagliuzze dorate, dai fiori artificiali. Diffondeva un profumo di acri voluttà e di bramosie penose. Guardavo stupefatto, colla testa in fiamme e vertiginosa. Provavo mostruosi desideri (…)

L’infatuazione divistica

In Enrico scatta subito il desiderio di possedere quella dea che tutti ammirano e adorano. Riesce a conoscerla, la corteggia ed Eva si innamora di lui. Ma ben presto lui diventa geloso e possessivo. Ciò che lo spinge a bruciare di passione è il desiderio di strapparla a tutti gli altri corteggiatori, si è messo in moto il meccanismo desiderante dell’indicazione. Enrico non è interessato alla vita passata di Eva, a sapere quali sono i suoi desideri, i suoi timori, le sue speranze per il futuro. Il suo ardore è alimentato dalla notorietà di Eva, dal fatto che lei sia un oggetto di desiderio collettivo e vuole possederla in esclusiva. Non agisce in malafede, ma non comprende neppure che ciò che alimenta la sua passione non è un vero innamoramento.

“Io intendo che la donna che mi ama appartenga a me anzitutto!”
“Allora non avresti dovuto innamorarti di una ballerina.”
“Oh, io mi innamorai della donna, perdio!”.(…)
“Lo sai tu come sono? (…) Sai tu che cosa sarei senza la mia gonnellina corta e le mie scarpine di raso? Sarei una modesta operaia colle dita punzecchiate dall’ago, e con un vecchio ombrello sotto il braccio; una ragazza che potrebbe dirsi bellina se non avesse gli stivalini rotti e il cappellino di traverso (…). Ecco che cosa sarei, mio caro; invece ecco che cosa sono: faccio fare anticamera a tanti signori che sarebbero gelosi di te – e tu che non mi avresti neanche guardato se m’avessi vista andare attorno colle scarpe rotte, tu hai fatto delle pazzie per me.”

Quando la dea diviene mortale

Eva è una donna di mondo e sa per esperienza quanto gli uomini siano attratti più dall’allure e dall’immagine ideale che si costruiscono di lei come femme fatale che non dalle sue reali qualità di donna. Già in questo primo scambio Eva lascia intuire il timore che Enrico sia solo infatuato di lei. Per questo non vuole cedere alle richieste dell’amato di lasciare la sua vita e il teatro. Ma in cuor suo spera di sbagliarsi – come ogni donna desidera essere amata e di fronte all’ennesima scenata di gelosia dell’amante cede alle sue richieste e si trasferisce da lui.

Ma, come aveva preconizzato, la sua capitolazione ci mostra la mancanza di un vero innamoramento da parte di Enrico, il quale vive solo un’infatuazione divistica. Spogliata delle sue vesti, della sua popolarità, della sua leggerezza, Eva torna ad essere una comune mortale e agli occhi dell’uomo non solo perde quell’aura splendente che lo faceva spasimare d’amore, ma si trasforma in una creatura volgare e banale.

Ahimè! Il domani, allorché la vidi sotto le povere cortine del mio letto, allorché ebbe freddo e non ebbi altro da metterle sui piedi che il mio paletò, allorché accese il fuoco del mio camino e si tinse le mani – quelle candide manine – e tossì due o tre volte pel fumo, allorché dovette trascurare i suoi capelli per fare il caffè, provai un dolore nuovo e come una spaventosa sorpresa; mi parve che la fata fosse svanita, e non rimanesse più che una bella donnina – di quelle che piacciono – ma io avevo bisogno di adorarla! (…)
La realizzazione dei miei castelli in aria era diventata la sorgente di mille fastidi, di mille sorprese, ed anche di mille dolori. (…) Mi era parso che lo starle sempre vicino dovesse essere una felicità sovrumana, e quella felicità, vista da vicino, aveva particolari così volgari che mi facevano chiudere gli occhi e sanguinare il cuore.

La fine dell’infatuazione divistica

Eva ne è subito amaramente consapevole e, senza scenate né risentimento, una mattina gli scrive una lettera e lo lascia per tornare alla sua vita precedente. Enrico ne prova un enorme sollievo. Si sente nuovamente libero, non comprende che il suo amore era alimentato solo da un’infatuazione divistica e non penserà a lei per lungo tempo. È solo quando inizia a sentire voci del ritorno di Eva sulla ribalta che un moto di vanità gli risveglia dei sentimenti. All’improvviso, tornata l’aura dorata attorno alla sua dea, ecco che si risveglia anche l’amore.

Feci mille pazzie per lei, la cercai, implorai, piansi, passai le notti sotto le sue finestre, vidi l’ombra di lei accanto all’ombra di un uomo dietro le cortine, seguii di notte la sua carrozza per le vie e vidi il suo capo sull’omero di lui. – Ella mi ravvisò, e chiuse le imposte o si tirò vivamente indietro, o volse il capo dall’altra parte. – Sirena! maliarda! che mi aveva inebbriato coll’amore, ed ora mi intossicava con la gelosia! Le scrissi; le scrissi umile, delirante, minaccioso. Ella mi rimandò le mie lettere con un sol motto: “Una follia non si fa due volte o diventa sciocchezza”.

La riattivazione del meccanismo dell’indicazione

L’ultimo brano illustra bene come il meccanismo dell’indicazione si sia riattivato nel momento in cui Eva è tornata ad essere distante, elevata a immagine perfetta e idealizzata. Il loro momento, quello in cui l’erotismo e la passione avrebbero potuto dare vita ad uno stato nascente e alla costruzione di un legame forte è passato. Non rimane che il ripetersi di un meccanismo che non dà luogo a nulla, se non al piacere effimero di chi si innamora di un’illusione.

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Eva: un'infatuazione divistica

Federica Fortunato

Sociologa e professional coach. Collabora dal 2000 con l’università IULM, ha tenuto corsi presso l’Università Statale degli Studi negli insegnamenti ad indirizzo sociologico e ha collaborato con il Politecnico di Milano. Nel corso degli anni ha partecipato a numerose ricerche universitarie, con l’ISTUR presso committenti privati e istituzionali, con il Centro Sperimentale di Cinematografia e presso realtà aziendali italiane nel settore del lusso.

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