I passi sincroni delle amiche

10 Settembre 2020



I passi sincroni delle amiche
I passi sincroni delle amiche

Sul treno regionale Mantova Milano il 15 aprile  1988

“Cerchiamo uno scompartimento dove non fumino”.

“Già, hai ragione: l’ultima volta puzzavo di fumo da far schifo”.

Valeria aprì uno scompartimento. Vi erano solo tre persone, l’unico con ancora dei posti a sedere. Ma si trovava nel reparto fumatori. “Voi, fumatori, fumate?”

Un signore, timidamente seduto in fondo mostrò le dita con la sigaretta chiusa tra l’indice e il medio.

“Buongiorno allora”.

E con un pesante strattone chiuse la porta dello scompartimento provocando un rumore sordo.

“Voi, scopatori, scopate? Si? Bum! “ Fece eco Enrica  ridendo. “Voi scocciatori, scocciate? “

Risero di nuovo insieme. “Ma se sono fumatori, non possono mica non fumare, no?” soggiunse Valeria.

“Hai ragione, ma non si sa mai. Io ho provato”.

La loro era una lunga amicizia ed era ora diventata una frequentazione “da treno”, alimentata dal trovarsi sui binari agli stessi orari, tenuta insieme dagli stessi sogni: fidanzati credibili come fidanzati, ma non come uomini dei loro sogni. Uomini della porta accanto che un giorno avrebbero con tutta probabilità sposato pensando fosse giusto così. . Ed entrambe avevano  amori sparsi per ogni biblioteca. Amori ideali, fatti di sogni e di idee di sogni; tutto l’arsenale che serviva a tenere in piedi la vita di due ragazze che nutrivano ma di nascosto, grandi aspettative sulla vita. Erano  entrambe ambiziose, ma intellettualmente. Poi tornavano a casa e quando lasciavano il binario per tornare in famiglia, dai fratelli, dai fidanzati erano due diverse persone.

La scultrice e la cantante si guardavano negli occhi e ridevano: due idee di vita abbastanza assurde, ma erano in due a raccontarsela questa vita… e i due fidanzati divenivano meno ingombranti a ogni incontro: perchè si raccontavano situazioni che erano troppo simili. Non si poteva che riderne.  Così avevano iniziato a delineare per i due fidanzati un ritratto comune, e alla fine pareva loro di aver sminuito  i difetti di cui si crucciavano: la totale normalità, la ricerca di una vita da uomo qualunque. Ma anche loro avevano bisogno di avere in fianco l’uomo che ogni donna incontra, quello che ci si tira in casa e al quale si prepara la pasta. Pareti domestiche e un  riposo familiare per essere meglio protette dalla luce del giorno. Questi due maschi avevano il pregio che non impedivano loro di sognare, nè di andare a Milano. Era il 1988 e tutto doveva ancora avvenire: il matrimonio, i bambini….

La generazione successiva di amiche avrebbe smesso di sposare un bravo ragazzo senza qualità e poi di cercare di realizzare i propri desideri in modo goffo. perchè avrebbero capito che è non quasi impossibile, ma del tutto. E inoltre avrebbero cercato di realizzarsi in campi più pratici. mancava la filosofia o la teologia e avevano preso i campi che suscitavano meno interesse.

Ma loro erano quella particolare generazione a metà, né vecchie né nuove. La loro filosofia era che un marito alla fine serve…   “Non è un marito che ti impedisce di vivere” ripeteva Valeria.

” No, non è un marito” disse Enrica. Risero ancora. “Anche se Carlo divenisse il mio fidanzato, mi chiederebbe di buttare la pasta e allora cosa ci avrei guadagnato? Un marito in più e un amore in meno” pensò a voce alta. Valeria invece era innamorata di un ragazzo stupendo che si era ammalato da tempo di aids. Lo curava con tutto l’amore che aveva, lo amava totalmente anche se non si erano mai sfiorati. Una cosa difficile da capire. Così coloro che aveva intorno preferivano leggere quel suo attaccamento totale come pieta religiosa. Ma a lei brillavano gli occhi e gli sarebbe stata in fianco sino  a quando avrebbe esalato l’ultimo respiro tra le sue braccia. Cure non ve ne erano ancora.

In Valeria la passione del canto era scoppiata tardi. la musica certamente le era sempre piaciuta, ma con delle grandi riserve: si poteva pensare a cantare, mentre nel mondo c’era tanto dolore? quando tanti bambini morivano di fame in Africa? Si poteva prendere sul serio il canto, quando in casa  si era sempre sentita dire che ci si deve orientare verso un lavoro vero? Una vera professione? Però ogni tanto si facevano belli con lei..”dai fai sentire un gorgheggio”. E lei se ne andava in un’altra stanza.

Come spesso accade, dopo la morte del suo ragazzo malato, aveva sposato il suo fidanzato. Ma poi aveva fatto l’incontro con l’uomo che l’aveva indirizzata  al suo vero amore. E questo  amore senza età l’aveva costretta a togliere di mezzo tutte le barriere nelle quali viveva. prima aveva lasciato il marito della porta accanto, e con quest’amore ritrovato  si era accorta che si stavano sciogliendo le paure di non riuscire.

Ma il vero motivo per cui aveva indugiato così a lungo era che cantare davanti alla gente la riempiva di terrore: si sentiva fatta a pezzetti, più che se si fosse spogliata. Allora iniziava a tremare tutta e le si spegneva la voce. Ma da quando lei e il suo amore si erano incontrati dando scandalo, un amore che sarebbe durato tutta la vita,  da quando sua madre aveva smesso di parlarle e non la voleva più a casa, da quando anche i suoi fratelli e molte amiche la evitavano, aveva smesso di  avere paura”. Perchè ora era viva,  la vita era più grande della voce e iniziava a dirsi  “Voglio essere una cantante, non so se sarà famosa”…ma ce la metterò tutta; questi erano i nuovi sogni, quelli  che il suo amore la aiutava a realizzare.

Allo steso modo Enrica non si confidava con molte persone sul suo sogno di fare la scultrice. Solo con Valeria. Sì, a casa diceva di frequentare un corso, ma il tono sembrava sottolineare che fosse per divertimento, un hobby, con la piccola variante che quell’ hobby era la sua vita: il respiro di aria fresca sul volto nella notte piena di stelle. Era il senso del suo treno e del risveglio rapido al mattino. Non aveva capito che quel “senso” era anch’esso risvegliato da un amore. “C’è gente che non ama mai, non capisco! e io che amo anche a ritroso, io che non dimentico i volti del passato, io che li mescolo tutti in un unico amore… Anche Carlo, fino a che non riuscirò a scolpirlo non potrò lasciarlo andare”.

Guardando fuori pensava che se fosse riuscita a dar volto a quell’amore che si trascinava nel cuore, se la sua scultura avesse preso forma intorno agli occhi, alla bocca, alla nuca che vedeva tra sé e il mondo, ecco, avrebbe già fatto moltissimo.

Intanto si sarebbe liberata da una visione, ma senza cancellarla: la statua di fronte ai suoi occhi avrebbe reso finalmente credibile il suo amore. L’avrebbe oggettivato Le avrebbe dato un altro significato rispetto all’idea che la sua vita sarebbe stata prendere in braccio bambini con le mani sporche di marmellata e cuocere minestroni.

Ma il volto stentava a venire, a prendere forma. Il maestro, che era anche uno dei volti in cui l’uomo che amava, si dilettava a incarnarsi, la invitava ad avere pazienza e nel contempo a continuare a lavorare.

“Aspetta come se fossi un fiore con la corolla aperta. Non chiuderla neanche di notte, non fuggire i sogni, anzi alimentali. Vai a dormire pensando che vuoi trovare il suo viso, ma non crucciarti al risveglio se non è venuto. Verrà quando meno te lo aspetti. In un momento di tristezza, o di rabbia o di gioia. Ma verrà quando per incanto avrai come preso su di te il carico dell’attesa senza premura e non te ne sarai più occupata”.

Il treno ciondolava lento sulla campagna immersa nella nebbia. Prati e nebbia, qualche albero ogni tanto, e macchie di cespugli  che non avevano nessuna forma, disegni strambi creati dalla nebbia, mentre Enrica si sforzava di non dare nessuna forma ad essi. Il viso sarebbe uscito, non sarebbe stato un inganno. Non doveva creare nulla, solo lasciare uscire. E questo non le avrebbe impedito in seguito di avere suo figlio.

Quello era l’incontro. Nient’altro.

 

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I passi sincroni delle amiche

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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