Il nemico alle spalle: l’attacco di panico

10 Settembre 2019



Il nemico alle spalle: l’attacco di panico
Il nemico alle spalle: l’attacco di panico

“Ero in un ristorante con la mia ragazza, ridevo ricordando con lei una gaffe fatta da un mio caro amico, quando d’un tratto il tempo si è fermato. Ho sentito una mano di ferro, come quella delle armature medioevali, prendermi alla gola e stringere sempre più, mentre il cuore si metteva a correre concitato con un rumore assordante. Copriva tutti i rumori della sala piena di gente. Cosa ci facevo in mezzo a quella bolgia? E chi c’era con me? Non ricordavo più niente. Tutto mi era estraneo. Mi sentivo come un giovane animale schiacciato da ogni parte, stretto in una mandria di bufali che correvano all’impazzata soffiando con gran rumore di zoccoli verso l’abisso. Scegliere tra essere schiacciato e sfracellato. Ma ecco la certezza che offuscava ogni altro pensiero: muoio, muoio, sto per morire, mentre la mano di ferro non mollava la presa.

Il racconto di Edo

Mi tocco la testa, cerco di fermare il tumulto sconnesso, sento il sudore freddo colarmi dietro le orecchie e sulle tempie. Mi tocco ancora la testa coprendomi gli occhi. Quella mandria di animali e zoccoli che corrono confusi all’impazzata (che è l’unica forma in cui la mia mente riesce a tradurre in pensiero ciò che provo) mi sta stritolando tra le sue carni muscolose e puzzolenti. Si alterna all’immagine della mano di ferro. Ma ancora non riesco a vedere né l’una né l’altra.
E subito dopo mi rendo conto che non c’è modo di uscire, ma devo farlo, devo uscire subito o morirò. Subito. Adesso. Salto in piedi e cerco la porta. La mia ragazza che io non riesco neppure a mettere a fuoco mi guarda, ma è lontana assente, immobile.

C’è odore di morte. La mia. Tutto il resto non conta più. Devo uscire, devo prendere aria pulita. Devo inspirare forte, ma non posso, proprio non posso. Tutto mi brucia il respiro è bloccato sento come se avessi acqua nei polmoni e di niente sono sicuro se non di una cosa: è venuto belzebù a chiamarmi ride sguaiatamente: “tocca a te”,  e io muoio.”

 

In ospedale

Poi Edo è stato portato all’ospedale. È riuscito faticosamente a elencare vari sintomi fisici. Dispnea, palpitazioni, dolori addominali, retrosternali, batticuore, senso di soffocamento, senso di derealizzazione, depersonalizzazione. Il tutto accompagnato dalla paura di impazzire, dal senso di morte imminente. Freddo caldo, paura, angoscia, pensieri tremendi che non ricorda più, sensi di colpe che non ha commesso. Paura di quello che può fare.

I medici del pronto soccorso giorno dopo giorno e notte dopo notte si trovano in mezzo a pazienti che stanno realmente male e credono di stare “forse morendo”, persone come Edo che non ha nulla, dal punto di vista clinico. Nel poco tempo a disposizione, devono affrettarsi a  riconoscere nel più breve tempo possibile, in mezzo alla massa di pazienti che attendono di essere visitati e salvati, questi malati per i quali non possono, né devono fare niente. Persone che sparando dei colpi a salve fuorviano l’attenzione, richiedono tempo esami, una diagnosi accurata. Sono malati ma non hanno niente di organico. E non è facile per niente.

 

Il dopo

E poi c’è il dopo. Lo sgomento di Edo e la vergogna quando gli dicono che non era nulla.

Una volta che il medico ha saputo discernere, lo vediamo li in piedi davanti a Edo a dirgli che il suo è un semplice attacco di panico. Vediamo Edo sbiancare e sbarrare gli occhi incredulo, appare terrorizzato, per certi versi più di prima. Perché prima sapeva di essere malato, sotto attacco, ora intuisce confusamente che  lui  stesso è  il suo nemico, quello che crea la paura di morire. “D’ora in poi”, pensa “non saprò mai quando sta veramente male e quando no. Quando chiedere aiuto e quando resistere per non passare per un egocentrico ansioso” .

Fatica a credere al medico fatica persino a pensare che è vivo. Ma già non lo ascolta più … sarà tutto vero, non sarà un infarto, non sarà un ictus, non sarà un aneurisma disseccante dell’Aorta che ha un nome quasi poetico. Ma allora cos’ho? cosa ho di sbagliato? Si colpevolizza senza posa Edo, e d’ora in poi non penserà ad altro che a pretendere di capire cosa gli è accaduto, pensando che capendolo lo vincerà, ma subito dopo eccolo preso dalla paura angosciosa che quel mostro, quel diavolo beffardo torni a prendersi gioco di lui, nel momento in cui meno se lo aspetta. La roulette russa è il gioco che Edo si troverà a giocare per qualche tempo. E il nemico non sa dov’è: è fuori o dentro? È’ lui o una volontà aliena ha preso il comando del suo sistema nervoso? Ed è inutile dirlo: tutto il resto passerà in secondo piano di fronte al suo nuovo padrone.

Gli altri 

verso gli altri Edo è ambivalente. Da un lato di vergogna della sua strana malattia, dall’altra li odia se cercano di scuoterlo, di uscire lo stesso, di fare una vita il più possibile normale. Ha una rabbia furente contro chi gli dice di andare oltre a questo nemico immaginario, che si dileguerà appena la luce invaderà le tenebre. Quelli che gli dicono che tutti i fantasmi della notte verranno fugati lui li odia. Tanto più perchè sente che ci vorrebbe davvero più forte del panico a buttarlo al di là delle sue spire. Ma curiosamente qualcosa del suo star male gli sembra domestico, familiare, gli sembra contenga il  bambino iimpaurito che era e se lo spazziamo via, che ne sarà di lui?

 

Cos’è veramente l’attacco di panico

Ti appare improvviso nei momenti più imprevisti, mente stavi facendo attività insignificanti o neutre, non eri in un momento drammatico, perché allora? Il cuore batte all’impazzata,  tutto un vortice di sintomi ti avviluppa con un’intensità insopportabile e ti aggrappi a chiunque sia li vicino. A volte sai che nessuno può aiutarti e ti seppellisci in casa.  Quando poi l’attacco scompare, ti lascia stremato e impaurito, terrorizzato. La stranezza è che sembra non avere nessun rapporto con uno stato psichico o episodio particolare, anche se si manifesta con la percezione soggettiva del crollo di tutte le difese, di tutti gli strumenti di vigilanza   che avevi  messo   in atto contro gli attacchi mortali del mondo esterno.

L’attacco di panico è il corpo che esplode e la sicurezza che hai di solito nel  corpo ti abbandona, il pensiero è depotenziato, annullato, messo in scacco e sei   dominato dal sistema neurovegetativo che entra in allarme. È come se tutte le spie suonassero insieme e sei invaso da un senso così forte di malessere, che forse ciò che più temi, la morte, ti appare l’unica via di uscita. Tu non puoi più fare niente, non puoi più ragionare, controllare. Sei dominato. sei un vinto. È come se si alterasse la percezione temporale, se si arrestasse il flusso del tempo in modo traumatico. È come un arresto del racconto, la percezione dell’arresto della vita. Si ferma il tempo, ma con l’assurda sensazione che  continua a fluire e anzi accelera-

I pensieri

Pensare sto morendo è una razionalizzazione , perché per la mente assediata è l’unica spiegazione possibile dato che quello che vivi non assomiglia in niente a ciò che hai vissuto.

E quando alla fine tutto passa e non sei morto, sai solo di essere esausto e di aver perso la tranquilla fiducia che il tuo corpo silenziosamente funzioni.

È questo corpo che salta fuori ad atterrire maggiormente: non sapevi che il corpo potesse insorgere così, ribellarsi e prendere il sopravvento: lo devi fermare, si fermare, mentre lui urlando pieno di forza sta per farti morire.

Eppure la mente questa volta ha ragione alla lettera. Spesso è la letteralità dell’attacco di panico a dover essere ascoltata.

Sto morendo, la vita che faccio mi fa schifo, mi sta ditruggendo, mi opprime. Devo liberarmi da ciò che mi schiaccia o morirò.

 

Si guarisce?

Si può guarire, ma si deve cambiare. Molte persone guariscono dagli attacchi di panico. Si guarisce. Si può andare oltre. Alcuni invece, purtroppo, iniziano a  soffrire subdolamente in modo cronico. Per esempio è accaduto a Lilia:  il primo episodio è insorto che era  bambina. D’un tratto non poteva più andare a scuola. Poi è ricomparso da ragazza e non ha trovato l’aiuto giusto. Il disturbo si è  cronicizzato. Lilia ha vissuto tutta la vita servendo questo padrone. Non sa neppure cosa sia alzare la testa. Ma la malattia ha fatto in modo da tenerla vicina a casa, non farle fare mai niente di avventato, di sbagliato. Non ha mai affrontato un rischio. Ha lasciato in secondo piano gli amici e  persino l’amore.   La sua vita si è svolta in cattività e non ha lasciato invadere neppure un centimetro della sua esistenza dalle  emozioni di felicità e  al piacere.

Edo è sempre stato un uomo molto controllato, educato preciso, esteriormente pacato. Quando viene a casa dall’ospedale Edo è davanti a una scelta, diventare sempre più ipocondriaco e correre dal medico a ogni più piccolo sintomo, oppure decidere di prendere un atteggiamento diverso con il suo disturbo: interrogarlo Ascoltarlo.

I momenti di cambiamento sono quelli in cui più facilmente insorgono attacchi di ansia. Moltissime persone ne hanno fatto una seppure breve esperienza. La nostra vita ci espone a un’ansia che solo un paio di generazioni fa era impensabile.

 

l’attacco di panico in natura

Nel cartone animato Bambi la madre del cerbiatto viene uccisa e il piccolo cerbiatto resta orfano e per un momento paralizzato. In natura quello che noi chiamiamo attacco di panico è un arresto totale del respiro che immobilizza il cucciolo di mammifero e forse tante volte gli salva la vita quando resta solo davanti al predatore e la sua mamma è morta. Fingersi morto allora l’unica salvezza. Ma la natura fa di più lo rende come morto, lo paralizza. Edo e Lilia e tutti coloro che vengono colpiti possono partire da questa suggestione e chiedersi: da cosa mi protegge questo sintomo? a cosa serve? quali vantaggi ne traggo?

 

 

 

 

 

 

 

Condividi questo articolo

Il nemico alle spalle: l’attacco di panico

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

Back to Top