Perché a Pasqua si dona l’uovo?

14 Aprile 2022



Perché a Pasqua si dona l’uovo?
Perché a Pasqua si dona l’uovo?

L’uovo di Pasqua, oggi perlopiù di cioccolato, ha una lunga storia e si radica nell’usanza presente in moltissimi popoli fin dall’antichità, di scambiarsi uova in occasione dell’equinozio di primavera, cioè proprio in corrispondenza della Pasqua cristiana. Come è noto, infatti, essa non cade in una data fissa, ma varia ogni anno seguendo il calendario lunare e più precisamente collocandosi la prima domenica – giorno della Resurrezione di Gesù secondo i Vangeli – dopo l’equinozio di primavera.

Ed era proprio in tale data che i Persiani, gli Egizi, i Greci e i Cinesi, solo per citare alcuni popoli, si scambiavano uova di gallina decorate o colorate per celebrare la nuova stagione.

Per le culture agricole, l’uovo, quindi, era simbolo di rinascita della natura che annualmente si rinnova nel succedersi ciclico delle stagioni. Donare un uovo era perciò augurio di prosperità.

Alcuni popoli sancivano la fine dell’inverno attraverso dei riti durante i quali sotterravano nei campi per renderli fertili, uova dipinte di rosso, il colore del sangue e della vita.

Con l’avvento del cristianesimo, si mantiene l’usanza popolare dello scambio delle uova durante la Pasqua. Le prime testimonianze le abbiamo in Mesopotamia dove continua anche la tradizione di decorare le uova, ora però con croci e simboli sacri, e di colorarle sempre di rosso, ma in memoria della Passione e del sangue versato da Cristo. Queste uova venivano spesso fatte benedire e consumate nel pasto di Pasqua.

Contribuì a rafforzare tale tradizione il digiuno prescritto ai cristiani in Quaresima, che comprendeva il divieto di mangiare uova. Così, per conservare le uova deposte nei quaranta giorni che precedono la Pasqua si iniziò a bollirle e poi a decorarle per renderle un simbolo di festa e un dono più bello.

La nascita di questa tradizione medievale si colloca in Germania, dove a Pasqua si avvolgevano le uova con foglie e fiori perché assumessero vari colori naturali e poi a Pasqua le si donava ai bambini e alla servitù. Questa usanza si diffuse in Europa e si protrasse fino al XVIII secolo.

In molti paesi del nord Europa, a Pasqua veniva organizzata una caccia al tesoro per i bambini che dovevano trovare le uova nascoste dai genitori nei giardini e fra gli alberi spesso decorati con uova colorate. Queste tradizioni persistono ancora oggi.

Quali sono i significati simbolici tanto radicati e profondi dell’uovo da perpetuarne la tradizione attraverso i secoli e le culture?

L’immagine dell’uovo che racchiude l’embrione e il mistero della vita, la troviamo nei miti che illustrano l’origine del mondo. In numerose cosmogonie, infatti, l’Universo nasce da un gigantesco uovo. Le più antiche di cui siamo a conoscenza sono state elaborate in Mesopotamia attorno al 2000 a.C., diffuse poi in India nel 1600 a.C., passate nell’antico Egitto, e attraverso i miti orfici, nell’800 a.C., giunte nell’antica Grecia. Più tardi, troviamo questi miti anche in altre religioni orientali, occidentali e africane.

Ad esempio, per gli antichi Egizi, il cielo e la terra derivavano dalle due parti del guscio di un uovo.

Mentre, secondo i miti orfici, la dea della Notte dalle ali nere, amata e fecondata dal Vento del Nord, depose un uovo d’argento contenente il cosmo nel grembo dell’Oscurità da cui è nato Eros che mise in moto l’Universo. Altri popoli, come i celti, fanno nascere l’uovo che ha originato il mondo da rettili marini o da serpenti.

In Cina, per i taoisti, Pangu, il creatore del mondo, è nato dall’uovo cosmico che custodiva i principi primordiali dello Yin e dello Yang.

In modo simile, secondo gli induisti, Brahma, il creatore del mondo, dopo essere rimasto per lunghissimo tempo rinchiuso in un uovo, lo rompe e, una volta che ne è uscito, crea nella parte d’oro superiore dell’uovo il mondo celeste, nella parte d’argento inferiore la terra, e in mezzo l’etere. Questa rottura dell’uovo descritto nei libri delle Upanishad come una entità galleggiante nell’oceano primordiale avvolto dall’oscurità della non esistenza, genera la luce e la vita come in una sorta di Big Bang fino a degradarsi progressivamente.

È curioso notare come gli astrofisici, per descrivere le origini dell’universo abbiano usato le stesse immagini mitologiche. Dall’affermazione del 1929 di Edwin Hubble di un universo in espansione, ipotesi già formulata da Albert Einstein, seguono varie descrizioni di un nucleo primitivo compresso preesistente, oscuro e inconoscibile, formato da un brodo di quark, leptoni e fotoni, dal quale si sarebbe sviluppato l’Universo attraverso una grande esplosione: il Big Bang.

Ma se l’uovo è simbolo di nascita, lo è ugualmente di rinascita come testimonia il mito antico dell’araba fenice, diffuso in più culture e in diverse varianti. Questo uccello di fuoco ciclicamente muore per poi risorgere dalle proprie ceneri. Prima di morire, però, si prepara un nido a forma d’uovo dove si adagia lasciandosi incenerire dai raggi del sole per poi risorgere dall’uovo formato dalle sue stesse ceneri.

Questo mito della resurrezione legato all’uovo è già presente nel Neolitico come testimoniano le uova realizzate in pietra o in terracotta poste nelle tombe, e poi nei sarcofagi egizi, nei luoghi di sepoltura sumeri, greci ed etruschi dove sono stati ritrovati frammenti di uova decorate o riprodotte in oro e argento per auspicare la rinascita dell’anima defunta in una vita ultraterrena. Le statue di Dioniso trovate nelle tombe in Beozia portano un uovo in mano. In Russia e in Svezia sono state rinvenute uova di creta in molti sepolcri. Anche in era cristiana, in numerose chiese dell’Abissinia e dei popoli orientali ortodossi veniva spesso appeso nel catino absidale un uovo come segno di nascita e di rinascita.

Gli alchimisti rappresentavano con un uovo la pietra filosofale che non solo poteva trasformare i metalli in oro, ma era anche in grado di combattere la corruzione della materia e di riportare il mondo alla sua purezza originaria,

Come è avvenuto per altre tradizioni antiche, il cristianesimo si sovrappone ai culti legati all’uovo come simbolo di rinascita della natura, lo reinterpreta adattandolo alle Sacre Scritture e lo trasforma nel simbolo della resurrezione di Cristo e al tempo stesso della rinascita dell’uomo in Cristo e di speranza nella vita eterna.

L’uovo si adatta bene a questa rielaborazione. Il suo guscio, apparentemente inerte, è simile alla pietra del sepolcro dove giace Gesù, che, come nell’uovo, racchiude al suo interno una nuova vita pronta a uscire dall’involucro: è la Resurrezione.

Finora si è trattato dei miti e delle usanze legate alle uova naturali, spesso di gallina, ma quando si è diffusa l’usanza di scambiarsi uova artificiali e di inserirvi una sorpresa?

Già a partire dal Medioevo, tra i sovrani e gli aristocratici si diffuse l’usanza di donare a Pasqua uova decorate in argento e in metalli preziosi commissionate agli orafi per quell’occasione.

Sappiamo per esempio che tra il 1272 e il 1307, il re d’Inghilterra Edoardo I il Plantageneto, donò a Pasqua circa 450 uova rivestite d’oro.

Con il tempo, le uova divennero dei capolavori di arte orafa e l’usanza medievale venne ripresa e portata a nuovo splendore nel XIX secolo dalla corte degli zar.

Il primo uovo prezioso noto fu commissionato dallo zar Alessandro III all’orafo Peter Carl Fabergé. La richiesta era di creare per la zarina Marija Fëdorovna un uovo in metallo prezioso realizzato come le matrioske, con all’interno altri elementi. Fabergé realizzò allora un uovo d’oro ricoperto di smalto bianco opaco, simile al guscio di un uovo di una gallina, con all’interno un tuorlo d’oro che conteneva una gallina d’oro, dentro la quale c’era una corona imperiale in miniatura d’oro e diamanti che pare contenesse a sua volta un pendente di rubini andato perduto.

La zarina gradì così tanto il dono ricevuto nella Pasqua del 1885 che Fabergé fu nominato gioielliere di corte e gli fu richiesto di realizzare ogni anno un uovo contenente oggetti preziosi il che avvenne fino al 1917. Intanto, con la fama ottenuta presso gli zar, all’orafo furono commissionate numerose uova che si diffusero in tutta Europa finché la loro produzione venne interrotta dalla Rivoluzione russa, quando i bolscevichi nazionalizzarono la Casa Fabergé e il suo fondatore si rifugiò a Losanna dove morì nel 1920.

Ormai, l’idea di inserire un dono all’interno dell’uovo di Pasqua si era diffusa ovunque e molti studiosi attribuiscono proprio alle uova di Fabergé l’usanza di mettere una sorpresa nelle nostre uova di cioccolato anche se, secondo altre fonti, già nel Settecento, i cioccolatieri piemontesi usavano inserire nelle uova una piccola sorpresa.

Quanto alla nascita dell’attuale uovo di cioccolato, essa è avvenuta per fasi e la sua datazione è controversa.

In genere, si sostiene che le prime uova di cioccolato siano state realizzate in Francia per Luigi XIV, a partire dalla metà del Seicento. Il re Sole, infatti, nell’intento di sostituire il tradizionale dono pasquale delle uova d’oro con quello delle uova di cioccolato, a quel tempo un ingrediente nuovo ed esclusivo, incaricò David Chaillou, il primo “maître chocolatier” di Francia, di crearle. Così, fu inventato il primo uovo di cioccolato artigianale con crema di cacao. In cambio, nel 1659, il re gli concesse il diritto esclusivo di vendere cioccolato a Parigi.

Un ulteriore passo avanti nella produzione delle uova di Pasqua lo fece nel 1828 il chimico e maestro cioccolataio olandese Coenraad Johannes van Houten che costruì la prima pressa idraulica in grado di separare il burro di cacao dalla pasta di cacao. Questa invenzione gli consentiva di estrarre la polvere di cioccolato e di trasformarla in una pasta di cioccolato manipolabile da cui si potevano ricavare sia le uova di cioccolato sia le tavolette di cioccolato.

Per queste ultime, pare che uno dei primi a produrle sia stato lo svizzero François Louis Cailler che, dopo un periodo di attività presso i cioccolatai torinesi, nel 1819 fondò in Svizzera il primo stabilimento per la produzione di cioccolato.

Prima della nascita di nuove tecnologie del XIX secolo, le uova di Pasqua di cioccolato prodotte in Francia e in Germania erano piene. La produzione in serie delle uova di cioccolato cave con sorpresa all’interno data del 1875 e venne avviata dall’azienda dolciaria inglese fondata da John Cadbury. Le prime uova immesse sul mercato erano di cioccolato fondente, poi furono affiancate da quelle di cioccolato al latte. Ed è probabilmente quest’ultima variante e il fatto di contenere delle sorprese ad aver dato alla produzione industriale dell’uovo pasquale uno slancio enorme in molti paesi occidentali soprattutto nel corso del XX° secolo.

Accanto al nuovo consumo dell’uovo di cioccolato, però, continuava la tradizione dell’uovo sodo di gallina colorato, soprattutto nei paesi di religione ortodossa che considerava le uova prodotte commercialmente una strumentalizzazione consumistica della Pasqua.

Una ulteriore fase della storia delle uova di cioccolato inizia nel 1968 quando Michele Ferrero disse ai suoi collaboratori: “Sapete perché ai bambini piacciono tanto le uova di Pasqua? Perché hanno le sorprese dentro… Allora, sapete che cosa dobbiamo fare? Diamogli la Pasqua tutti i giorni”. E così è stato, da allora il mercato mondiale propone i famosi ovetti Kinder come merenda quotidiana e con sorprese a tema.

Negli ultimi anni, infine, si assiste a una produzione artigianale e industriale sempre più variegata con tipi di cioccolato per tutti i gusti e tutte le esigenze, dal cioccolato bianco, a quello alle nocciole, da quello senza zucchero a quelli aromatizzati. Le uova vengono confezionate nei modi più disparati e attraenti e farcite con sorprese sempre meno “sorprese” e sempre più a tema dichiarato sulle etichette, con i personaggi più amati dai bambini o con gli accessori della griffe preferita per gli adulti.

Oggi, insomma, di fronte a prodotti apparentemente sempre più vari, appetibili e personalizzati, è difficile capire quanto rimanga nei bambini e negli adulti di oggi della aspettativa, della meraviglia e della gioia nel ricevere un uovo di Pasqua, provata un tempo quando non si era così sazi di cioccolato, di giochi o di beni, e ancor più, quanto rimanga del significato che l’uovo di per sé ha avuto nelle tradizioni agricole del passato e nella nostra tradizione cristiana.

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Rosantonietta Scramaglia

Laureata in Architettura e in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito il Dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Ha compiuto studi e svolto ricerche in Italia e in vari Paesi. Attualmente è Professore Associato in Sociologia presso l’Università IULM di Milano. È socia fondatrice di Istur – Istituto di Ricerche Francesco Alberoni. È autrice di oltre settanta pubblicazioni fra cui parecchie monografie.

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