Trasformare le abitudini in piacere

3 Novembre 2019



Trasformare le abitudini in piacere
Trasformare le abitudini in piacere

L’idea di trasformare le abitudini in piacere ci può apparire paradossale. I nostri peggiori nemici non sono le nostre abitudini?

Questa parola richiama alla mente la ripetizione e quindi la noia, la banalità e quindi la mancanza di creatività, ma anche la mancanza di coraggio. Conosciamo tutti persone alle quali non si può proporre nulla di nuovo. Per quanto noi li incitiamo, sono irremovibili. Poi si lamentano perché la vita che conducono appare loro insignificante, ma guai a cambiarla.

Ed è vero, in questo senso le abitudini sono i nostri peggiori nemici. Quando fermiamo la vita su un binario morto e incominciamo a ripeterci, a escludere qualunque nuova esperienza dalla nostra vita, l’abitudine diventa ripetizione, automatismo, evitamento, inceppamento dell’energia della vita. Quello che Freud aveva chiamato coazione a ripetere.

Allora, come possiamo pensare di far diventare l’abitudine gioia, curiosità, esplorazione del nuovo: in una parola, piacere?  E quale risultato aggiunto ne avremmo? E di quale piacere si tratta?

La parola abitudine non ha un solo significato.

Essa indica originariamente l’abito (habitus) che indossiamo, nel senso che il nostro abito è strettamente legato a ciò che noi siamo e a ciò che desideriamo diventare.

Per questo, per estensione è il fondamento dell’etica. Le abitudini dei popoli sono le loro usanze, i loro costumi, la loro prassi di vita. Così è per Aristotele quando dice l’uomo è le sue abitudini.

Al fondo delle abitudini troviamo i valori

Ad esempio, un paese che per abitudine in tutti i comparti dello stato si abitua a trovare normale selezionare le persone non in base alle loro capacità e al loro potenziale, ma a criteri di appartenenza al proprio gruppo o di facile obbedienza (persone di elevato potenziale sono quasi sempre meno obbedienti), a lungo andare vedrà queste abitudini,  consolidarsi in prassi, portando una generale decadenza delle istituzioni, cioè dei valori di una comunità. E forse in pochi si renderanno conto del collegamento tra le due cose.

Da questo punto di vista la parola abitudine perde  quella connotazione negativa che automaticamente gli assegnavamo, perché scorgiamo in essa una valenza e un potere che a prima vista ci apparivano inesistenti.

L’attenzione

L’abitudine come parte di ogni scelta consapevole, è unita all’attenzione, alla concentrazione, allo sforzo . Allora diventa uno degli strumenti più potenti in mano all’essere umano.

Questo tipo di abitudine è la base dell’apprendimento. Il pianista si esercita tutti i giorni per ore. Lo storico legge molti libri consulta documenti, analizza cartine geografiche. Dopo molti anni in cui avrà acquisito informazioni da molte fonti, inizierà a porsi domande nuove, a fare nuove ipotesi, a riorganizzare il suo sapere apportando il suo contributo all’evoluzione della conoscenza umana. Anche lo scrittore, parte dalla lettura, dallo studio, dallo scrivere, dallo sforzo di ordinare i pensieri in modo da rendere il suo pensiero chiaro, comunicabile.

Allora comprendiamo che vi è anche un’abitudine del porsi una meta, esercitare la volontà, avviare un processo che arriverà a buon fine tanto più se sarà sorretto dalla ripetizione quotidiana

Abitudine come cura

Ci accorgiamo allora che possiamo trovare in questa attitudine umana poco apprezzata, uno spessore, una profondità che è del tutto diversa da quella del ripetersi per bisogno di rifugiarsi nella sicurezza. Questo è  un ripetere per assimilare.

Lo stesso Freud curava la coazione a ripetere creando la cornice del trattamento analitico dove il paziente era sollecitato a ripetere senza censure per libere associazioni, continuamente, una sorta di abitudine a ripetere….sino a quando tutte le parole si scontravano improvvisamente con una coscienza che risvegliandosi, coglieva il punto su cui far leva per guarire.

 

Abitudine come stile

Siamo di fronte a un atteggiamento, che ci spinge a esercitarci per diventare sempre più noi stessi. Per esprimere ciò che siamo al livello più alto.

Da questo punto di vista l’abitudine è lo stile.

Provando e riprovando: la ripetizione è la base del metodo sperimentale

E se è così, come distinguere la coazione a ripetere e il ripetere per perfezionarsi?  Nel primo caso noi viviamo in un mondo ristretto, pieni di paure e limitazioni e a ogni ripetizione il nostro mondo si restringe: diventiamo più piccoli. Avvertiamo il senso di costrizione e un segno preciso: la noia della vita. Tutto ci appare uguale (anche viaggiare per tutti i villaggi turistici del mondo può essere una coazione a ripetere).

Nel secondo caso noi siamo come il bambino che vuole imparare ad alzarsi e camminare e continua ad aggrapparsi a ogni cosa tirarsi su e cadere, ripetendo infinite volte, sino a farcela. Ma se voi dite al bambino che si sta ripetendo vi guarderà stupito. Niente di quel che fa gli appare ripetizione, giacché per lui questo aggrapparsi e cadere è nuovo, magico, perché immenso si aprirà il mondo ai suoi piedi quando saprà camminare.

L’Accademia del Cimento fondata nel 1657  a Firenze da Leopoldo de Medici , che fu la prima associazione scientifica a utilizzare il metodo sperimentale galileiano in Europa, aveva come motto “provando e riprovando”.

Anche l’attitudine ad affrontare l’imprevisto o il pericolo è frutto di un’abitudine ad affrontare problemi o a prendere decisioni difficili. Chi lo fa diventa sempre più capace di farlo e sviluppa la capacità di mantenersi lucido e non cedere all’ondata emotiva della paura.

 

Cosa differenzia l’abitudine a ripetersi dall’apprendimento?

La differenza è nella coscienza. Per prima cosa nel porsi una meta. Come seconda nell’attenzione piena verso tutto ciò che facciamo. Il pianista mentre ripete il passaggio ascolta la sonorità e isola gli errori cercando il miglior compromesso tra l’agilità che la sua mano gli consente e la difficoltà del passaggio che sta affrontando.

L’attenzione rende ogni cosa nuova e ci consente di imparare, cioè di lasciarci trasformare dal contatto con essa. Il terzo ingrediente è la memoria. Non c’è futuro per l’uomo se dimentica tutta la sua storia e agisce senza fare uso di tutte le esperienze che ha accumulato per fare meglio.

Questo è il segreto di trasformare l’abitudine in piacere. Non quello momentaneo che svanisce soddisfatto il bisogno, ma quella soddisfazione profonda e continuativa che prova chi rafforza in questo senso le sue abitudini. Nasce dal trattare ogni cosa come una fonte di sapere e dalla volontà di trarre piacere e insegnamento da ogni cosa.

In una coppia significa nutrire l’amore nascente. Per questo l’abitudine non consuma: gli innamorati non consumano l’amore vivendolo nella quotidianità, ma lo ricreano continuamente.

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Trasformare le abitudini in piacere

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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