La troppa clemenza è segno di vecchiaia

14 Ottobre 2019



La troppa clemenza è segno di vecchiaia
La troppa clemenza è segno di vecchiaia
Come capire se l’élite che ci governa è invecchiata?

Vilfredo Pareto sosteneva che le classi dirigenti, una volta elette e raggiunto il potere, invecchiano e, se non vengono spazzate via prima da guerre o colpi di stato, sono destinate a una decadenza graduale. Curiosi sono i sintomi che descrive come indicatori di vecchiaia, sintomi che ritroviamo oggi nella classe dirigente italiana. Oltre alla mancanza di senso del futuro e di spirito collettivo, vediamone un paio d’altri…

Innanzitutto, un segno che quasi sempre preannuncia la decadenza di un’élite è individuabile nell’“invasione dei sentimenti umanitari e di morbosa sensibilità, perché la rendono incapace di difendere le sue posizioni.” Quindi, chi crede negli ideali per i quali ha lottato nella sua ascesa al governo, deve anche volerli difendere e procurarsi gli strumenti che lo mettano in grado di farlo. Pareto, guardandosi indietro nella storia di molte società è molto duro su questo tema. “L’essere vivente che teme di render colpo per colpo e di versare il sangue del suo avversario si mette, per ciò stesso, alla mercé del suo avversario. […] Ogni popolo che avrà orrore del sangue al punto di non sapersi difendere, diventerà prima o poi vittima di qualche popolo bellicoso. Non vi è, forse, sul nostro globo un solo palmo di terra, che non sia stato conquistato con la spada…”.

 

Violenza o forza?

Tuttavia, precisa anche che “non bisogna confondere la violenza con la forza. La violenza accompagna spesso la debolezza. Si vedono individui e classi che hanno perduto la forza di mantenersi al potere, rendersi sempre più odiosi per la violenza con cui colpiscono a casaccio. Il forte non colpisce, se non quando è assolutamente necessario; ma allora niente lo ferma.”

Noi potremmo applicare questa considerazione non solo alle élite politiche, ma anche al mondo del lavoro o della famiglia. Il rigore è segno di fede nei valori che si vogliono perseguire e diffondere negli ambienti e fra le persone di cui ci sentiamo responsabili o che amiamo. Ma un capo o un padre severo non hanno bisogno della violenza per farsi rispettare. Sono il vile, l’incapace o il debole che riescono a dimostrare il loro potere sugli altri, verso i quali nutrono in fondo indifferenza o disprezzo, solo attraverso atti di violenza fisica o psicologica.

Ritornando all’élite politica, oggi vediamo una grande comprensione per gli avversari, per chi trasgredisce le leggi, per i criminali, ma Pareto non ha dubbi: “ogni élite che non è pronta a dare battaglia, per difendere le sue posizioni, è in piena decadenza; non le resta che lasciare il posto a un’altra élite”.

 

Pietà

Riguardo a quella che chiama “assurda pietà per i malfattori”, Pareto protesta: “Se un individuo ne uccide un altro o tenta di ucciderlo, la pietà dei nostri filantropi si concentra esclusivamente sull’assassino. Nessuno piange la vittima, ma è dell’assassino che ci si occupa. Il giudice non perseguita troppo il povero caro uomo? Non gli si fanno sopportare delle ‘torture morali’? Lo si renderà presto alla società, perché possa verosimilmente continuare la serie delle sue gesta? I poveri ladri hanno anch’essi la loro parte di questa immensa pietà, alla quale i derubati non hanno evidentemente alcun diritto. Si è giunti al punto di proclamare, in certi casi, il diritto al furto. Certo, l’uomo che, spinto dal bisogno, ruba un pane è degno di qualche indulgenza, almeno se non si è messo in questa triste situazione volontariamente, per sua colpa; ma il fornaio che si vede così spogliare della sua proprietà, non è degno di alcun interesse? Se tutti i bisognosi gli prendono il suo pane, egli sarà spinto al fallimento e cadrà nella miseria, lui e la sua famiglia. Ammettiamo, per un momento, che la società debba procurare del pane a tutti questi bisognosi, perché spetta esclusivamente ai fornai pagare un debito che è di tutti i cittadini? Ma è inutile tentare di ragionare con gente affetta da mania sentimentale.”

 

Cambiano gli uomini, ma i meccanismi profondi non mutano

Credo non ci sia nulla di più attuale di questo ragionamento sconfortato pubblicato nel 1902, più di un secolo fa. La vecchia élite a cui si riferiva Pareto è diversa dalla nostra, ma il comportamento è restato lo stesso! Quella è stata tolta di scena dalla Prima guerra mondiale, quella attuale non sappiamo come finirà, ma probabilmente male.

Del resto, Pareto metteva già in guardia la vecchia borghesia dallo spirito di tolleranza e dal buonismo dominante ricordandole che aspettarsi di ricevere da chi si è trattato con clemenza lo stesso trattamento è una “semplice chimera”.

Lo si può riscontrare per esempio a fine Settecento, con la Rivoluzione Francese. In quel caso, la monarchia, spinta dai princìpi umanitari di un’aristocrazia vecchia e oziosa, ma “sensibile” verso i condannati, si era preoccupata di costruire la ghigliottina per procurare loro meno sofferenza, ma è stata lei per prima a provarla. Sia chiaro che nessuno vorrebbe tornare ai metodi di pena e tortura del passato, ma da lì all’impunità dei reati frequente oggi, c’è tutta una gamma di provvedimenti che si potrebbero adottare per far rispettare con fermezza le regole condivise e puntare l’attenzione dal colpevole alla vittima…

Condividi questo articolo

La troppa clemenza è segno di vecchiaia

Rosantonietta Scramaglia

Laureata in Architettura e in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito il Dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Ha compiuto studi e svolto ricerche in Italia e in vari Paesi. Attualmente è Professore Associato in Sociologia presso l’Università IULM di Milano. È socia fondatrice di Istur – Istituto di Ricerche Francesco Alberoni. È autrice di oltre settanta pubblicazioni fra cui parecchie monografie.

Back to Top