Ci sono frasi che sembrano nate per restare ferme su un quadro e che invece, rileggendole, cominciano a parlarci. Prendono vita. Finiscono per raccontare non solo del loro autore, ma di un intero periodo storico. Una di queste è quella che Vincenzo Agnetti fissa in una performance del 1972 realizzata con Claudio Parmiggiani. Raffigura un scriba del faraone dell'antico Egitto ricoperto in parte da geroglifici. Di fianco Agnetti ci inserirà questo scritto:
«Ognuno di noi è uno scriba mentre il potere costituito è il nostro faraone. Pertanto ognuno di noi scrive con artefatti e parole i discorsi del faraone.
Infine ognuno di noi alimenta in sé e solo per sé l'unica frase ovvia: Così è scritto e così non sarà fatto.”
È una formula breve, eppure dentro c’è molto: una teoria del potere, una riflessione sul linguaggio, una critica dell’obbedienza, perfino una diagnosi della modernità. Agnetti, che è stato uno degli interpreti più noti dell’arte concettuale italiana degli anni '70, non affida qui il proprio pensiero all’immagine in senso tradizionale. La sua è una particolare interpretazione della lingua e delle parole.
La frase "Così è scritto e così non sarà fatto" è tanto più significativa se la si colloca accanto all’altra, celebre, che la precede nel suo testo: ognuno di noi è uno scriba, mentre il potere costituito è il nostro faraone. L’immagine è antica e insieme modernissima. Lo scriba non governa, non decide, non regna. Ma registra, traduce, mette in forma, rende visibile e stabile il discorso del sovrano. Il faraone comanda; lo scriba scrive. È in questo passaggio che il potere si consolida davvero: non solo quando impone, ma quando riesce a farsi parola, formula, testo, abitudine mentale.
È difficile non sentire, qui, un’eco che attraversa buona parte del Novecento europeo. Se si volesse leggere Agnetti attraverso tre grandi sguardi del secolo scorso, si potrebbero chiamare in causa Albert Camus, Pier Paolo Pasolini e Gilles Deleuze, tre scrittori e grandi interpreti del secondo dopo guerra. In quella formula di Agnetti, così netta e così profonda, si incontrano tre grandi questioni novecentesche: la rivolta, la colonizzazione del linguaggio, il fatto che il reale sfugge spesso ai codici che pretendono di governarlo.
Con Camus, il primo punto di contatto è quasi immediato. Ne "L’uomo in rivolta", l'autore francese descrive il momento in cui un individuo, posto di fronte a un ordine che si presenta come assoluto, trova la forza di opporre un limite. Non è ancora la rivoluzione, e non è neppure una dottrina. È qualcosa di più elementare e più decisivo: un no. Il rivoltoso, per Camus, è colui che rifiuta di riconoscere come giusto ciò che il potere presenta come inevitabile.
Letta in questa luce, la frase di Agnetti sembra dire esattamente questo. «Così è scritto»: cioè così è stato deciso, sancito, fissato, reso ufficiale. Ma il seguito spezza l’incantesimo dell’autorità: «e così non sarà fatto». È il punto in cui la scrittura del potere perde la propria aura di ineluttabilita'. Il fatto che qualcosa sia messo nero su bianco non basta a renderlo vero, né giusto, né umano. Camus vi avrebbe visto il gesto essenziale della rivolta: il momento in cui il suddito smette di credere che il comando coincida con il destino.
Se Camus aiuta a cogliere il nucleo morale della formula, Pasolini ne illumina la dimensione storica e linguistica. Per il poeta friulano il potere moderno non si limita a reprimere. Fa qualcosa di più sottile e più profondo: produce conformismo. Modella i desideri, i comportamenti, il lessico stesso attraverso cui gli individui si rappresentano nel mondo. In questo senso, la figura dello scriba è anche profondamente pasoliniana. È l’uomo che parla con parole non sue credendole proprie. È il soggetto che partecipa alla diffusione del discorso dominante proprio mentre immagina di limitarsi a vivere, lavorare, comunicare.
Pasolini ha insistito sulla violenza dei linguaggi ufficiali, sull’omologazione prodotta dalla società dei consumi, sul carattere apparentemente neutro e invece profondamente ideologico delle formule del progresso, dello sviluppo, della modernizzazione. Agnetti sembra toccare lo stesso nervo. Lo scriba non è soltanto il funzionario del faraone: è ciascuno di noi quando adotta senza distanza critica il linguaggio del potere. Quando ripete formule amministrative, politiche, mediatiche, tecniche, fino a farle apparire naturali. Letto attraverso Pasolini, «Così è scritto e così non sarà fatto» diventa allora la denuncia di una frattura tra la parola ufficiale e la vita reale. Il potere scrive il mondo a propria immagine; la realtà, ostinatamente, gli resiste.
Con Deleuze, infine, il quadro si allarga ancora. Il filosofo francese ha insegnato a pensare il potere non solo come divieto o comando, ma come dispositivo che organizza, codifica, distribuisce funzioni e identità. Il faraone di Agnetti, da questo punto di vista, non è soltanto il sovrano antico evocato dalla metafora. È il nome di una macchina che pretende di catturare il molteplice dentro un ordine di segni. E lo scriba è il punto in cui quella macchina si traduce in archivio, in registrazione, in sistema leggibile.
La frase di Agnetti non denuncia soltanto una menzogna del potere: rivela il limite strutturale di ogni potere. Nessun codice riesce a catturare fino in fondo il divenire del mondo.
Camus ci mostra il momento del rifiuto. Pasolini la seduzione del linguaggio dominante. Deleuze l’insufficienza di ogni apparato che voglia ridurre il reale a formula. Agnetti tiene insieme tutto questo con una freddezza solo apparente, con quella precisione concettuale che non ha bisogno di alzare la voce per risultare implacabile.
È questo, forse, il punto più notevole della sua scrittura artistica. Là dove molta arte del Novecento ha cercato il trauma visivo, il grido, la rottura spettacolare, Agnetti sceglie spesso la via opposta: una frase, una sottrazione, uno scarto minimo. Ma proprio in quel minimo fa entrare una crisi generale. È un intervento sul rapporto fra parola e realtà, fra autorità e verità, fra testo e obbedienza.
Quella sua formula conserva una sorprendente attualità. Ci ricorda che il potere non si esprime soltanto nei suoi decreti, ma anche nelle parole che impariamo a usare senza più interrogarle. E ci ricorda, insieme, che nessuna scrittura del potere è mai così forte da identificarsi interamente con il mondo.
Il faraone continuerà a dettare. Gli scribi continueranno a scrivere. Ma la vera questione, suggerisce Agnetti, è un’altra: se siamo ancora capaci di accorgerci della distanza fra ciò che viene scritto e ciò che merita di essere compiuto. In quella distanza si gioca forse la parte essenziale della libertà contemporanea.
Perché alla fine è tutto lì: il potere scrive sempre come se avesse l’ultima parola. L’arte, quando è davvero tale, interviene per ricordarci che l’ultima parola non coincide mai del tutto con l’ultima verità.







