Il bimbo di Volgograd

29 Settembre 2021



Il bimbo di Volgograd
Il bimbo di Volgograd

Un racconto della nostra collaboratrice Grazia Chiesa.

 

Era quasi inverno e nella città di Volgograd le temperature iniziavano ad abbassarsi. Quella mattina Sasha era arrivata alla segreteria dell’Istituto Beta verso le 8:00, aveva preso servizio  e si era recata nel plesso per conoscere bambini e colleghi.

La classe era una terza della scuola primaria, i bambini non erano molti ma nel quartiere vivevano alcune famiglie povere di religione musulmana, immigrate dal Kazakistan.

Una donna con un caschetto di capelli neri e l’aria simpatica di nome Katrina, le andò incontro per presentarsi e dietro di lei trotterellava un bimbo minuto e molto magro dalla carnagione scura. Il piccolo aveva un faccino tondo e due occhi nerissimi nascosti da una montatura di occhiali sgangherata, con le lenti sporche, che continuava a cadergli sul naso. Sasha si chiese se il bimbo non avesse una visione del mondo un tantino offuscata con uno strumento così rovinato, tuttavia gli sorrise mentre Katrina le spiegava gli ultimi dettagli e lui, timidamente, rispose con un altro sorriso.

Quando furono vicine all’aula, Katrina si rivolse al bimbo e gli disse:” Yuri lei sarà la tua maestra”. Il piccolo si mise a saltellare per il corridoio canticchiando e Sasha lo prese come un buon segno.

Yuri era un bimbo poverissimo: l’unico pasto completo della giornata era alla mensa della scuola e lui lo divorava.

Spesso indossava abiti sporchi o logori; i pantaloni erano troppo corti e le scarpe grandi lo facevano camminare male. Anche le  giacche che indossava erano troppo leggere per gli inverni di Volgograd.

Non era un bimbo facile da capire ed aveva molti momenti di rabbia perché non andava d’accordo con i suoi coetanei.

Durante la ricreazione costruiva castelli e palazzi con la carta che trovava in giro per la classe oppure saltellava tra i banchi parlando da solo.

Yuri era musulmano trapiantato in una città occidentale e spesso si sentiva a cavallo tra  questi due mondi che non comprendeva e non accettava fino in fondo.

Come può un bambino capire il motivo per cui gli altri festeggiano il Natale mentre a lui è proibito oppure digiunare a casa, rinunciando all’unico vero pasto della giornata mentre gli altri bimbi della sua età fanno tre pasti in un giorno?

Durante le sue esperienze lavorative Sasha aveva conosciuto molti bambini come lui:   immigrati o nati in occidente da famiglie musulmane che hanno una spiccata identità etnica e religiosa, famiglie che costringono i loro figli a vivere in occidente mantenendo le usanze dei loro paesi.

I bambini che provengono da queste famiglie non vivono l’infanzia con serenità e non si sentono accettati: questa sensazione provoca in loro una “rottura” che, crescendo, diventa un disagio.

Sasha li chiamava “bimbi sperduti”, come quelli del racconto di Peter Pan, che desideravano volare nell’”isola che non c’è” perché non si sentivano amati dai loro genitori.

Per Yuri “l’isola che non c’è” erano i libri: li prendeva in prestito dalla biblioteca della scuola e li divorava con la stessa voracità con cui finiva il suo pranzo.

Il suo sogno era diventare un insegnante di storia, magari all’università, o lavorare in un museo.

Sasha rimaneva sempre colpita dalla buona volontà di questo bambino che, anche se non era seguito a casa e non possedeva molte cose, tentava di prepararsi sempre al meglio per fare bella figura nelle verifiche e nelle interrogazioni. Rispondeva alle domande delle maestre in maniera creativa, inusuale, e riusciva a risolvere i problemi con approcci diversi da quelli utilizzati dagli altri. Sasha era convinta che Yuri fosse dotato di un pensiero divergente, e si divertiva ad osservare come le altre maestre fossero infastidite da questo.

Sperava che Yuri potesse realizzare i suoi sogni, come una sorta di riscatto dalla sua triste infanzia.

Gli anni passarono veloci per Sasha che vedeva quei bimbi crescere e cambiare.

Arrivò l’ultimo giorno di scuola e ci fu il momento dei saluti: tutti piangevano e si abbracciavano perché l’anno seguente sarebbero passati alle scuole medie.

Sasha si guardò attorno: vide Yuri che gironzolava per la classe con i regali delle maestre in mano, allargò le braccia e lui si incastrò cingendole la vita. Lei gli accarezzò la testa e gli disse: “Mi raccomando Yuri, sii sempre buono.”

Yuri le rispose: “Certo maestra”.

Chi avrebbe pensato che quell’abbraccio fosse davvero l’ultimo.

L’anno dopo Sasha fu trasferita nella scuola di un’altra città e Yuri frequentò la prima media nell’Istituto Beta del suo quartiere.

Quell’anno fu un’estate molto calda a Volgograd e la famiglia di Yuri, che non aveva i soldi per portare tutti in piscina, decise di fare un bagno nel Volga per rinfrescarsi.

Mentre i fratelli giocavano sulla spiaggia, Yuri si allontanò e cadde in un punto del fiume in cui la corrente era molto forte. Quando riemerse i soccorsi furono ormai inutili.

Quando Katrina chiamò Sasha per avvisarla dell’accaduto, la sua mente impiegò qualche giorno per accettare che un bambino potesse morire in una circostanza così tragica.

Poi le lacrime e l’amarezza presero il sopravvento e qualcosa in lei si ruppe e non si aggiustò più. Dopo qualche anno Sasha abbandonò la scuola e trovò impiego presso una casa editrice che si occupava di libri per bambini.

Un pomeriggio, mentre era seduta su una panchina con il portatile in grembo, alzò lo sguardo e si accorse che era vicina alla fontana dei bambini di Volgograd.

Guardò i bimbi danzare attorno al coccodrillo e, alzando lo sguardo verso il cielo, le sembrò quasi di scorgere Yuri volare verso l’isola che non c’è.

Il bimbo di Volgograd

Il bimbo di VolgogradGrazia Chiesa

laureata in filosofia a Pavia; musicista.
Si è diplomata in Musicoterapia e pedagogia musicale presso l’Istituto musicale C. Vittadini di Pavia. Dal 2011 lavora come docente di scuola  primaria presso il Ministero dell’Istruzione.

Nell’immagine la fontana dei bambini Volgograd (chiamata Stalingrado dal 1925 al 1961); rappresenta sei bimbi che danzano in cerchio attorno ad un coccodrillo.

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Il bimbo di Volgograd

Grazia Chiesa

Laureata in filosofia a Pavia. Diplomata in Musicoterapia e pedagogia musicale presso l’Istituto musicale C. Vittadini di Pavia. Dal 2011 lavora come docente di scuola primaria.

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